Tetto agli stranieri in classe, l’ex capo dipartimento del ministero: “Non è realizzabile. Se in una zona vivono per lo più migranti dove li mandiamo?”
“La norma proposta dalla premier Giorgia Meloni di applicare un tetto agli stranieri nelle classi è tecnicamente irrealizzabile”. A smontare pezzo per pezzo la proposta annunciata dalla premier dal palco di Fenix, la festa di Gioventù nazionale, formazione giovanile di Fratelli d’Italia, è un uomo di Stato: Stefano Versari, ex numero uno dell’ufficio scolastico regionale (Usr) dell’Emilia Romagna ed ex capo dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione a viale Trastevere ai tempi del ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi. Versari è uno dei maggiori esperti di scuola in Italia, sia per quanto concerne la sua organizzazione che per gli aspetti legislativi che la riguardano. Dal 2023 è in pensione, ma non ha mai abbandonato davvero il mondo dell’educazione, al quale ha dedicato la vita. L’ex direttore dell’Usr ha letto la proposta di Meloni e del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara – che per altro ha già ridimensionato le promesse della premier, spiegando che il limite si applicherà “solo a chi non sa l’italiano” e che gli spostamenti potranno avvenire solo nel caso in cui ci sia effettivamente posto nell’istituto di destinazione. Secondo Versari, l’iniziativa non potrà mai andare in porto, al di là di come la si pensi politicamente. E lo spiega punto per punto a ilfattoquotidiano.it.
Il primo: “La scuola non può modificare gli stradari con cui gli enti locali regolano le iscrizioni nel primo ciclo di istruzione. Né può respingere i minori stranieri con cittadinanza non italiana (Cni). Al contrario, deve attivare tutte le condizioni per assicurare il migliore inserimento scolastico possibile”. Il problema è proprio quello delle regole sulle iscrizioni. Nelle città, chi risiede in una zona non può andare ad iscriversi in un plesso lontano da dove abita.
Versari allarga l’orizzonte guardando al secondo punto: “È un’inadeguata politica abitativa ad avere determinato nei decenni la creazione di aree residenziali in cui sono concentrate popolazioni immigrate, queste, a loro volta, più spesso internamente divise per appartenenze etniche e religiose”.
Terza questione: “Il principio prevalente è il diritto allo studio di tutti. Un preside non può rifiutare un iscritto straniero. Non sembra adeguatamente considerato, a livello sociale, il principio fondamentale secondo cui le scuole svolgono un servizio pubblico essenziale. Né più, né meno, degli ospedali. Per principio etico, e per norma di legge, tutti i minori stranieri presenti sul territorio nazionale hanno diritto all’istruzione, indipendentemente da ogni altra considerazione, anche dalla regolarità della posizione in ordine al loro soggiorno, nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani”. Per l’esperto lo Stato non può violare l’autonomia degli enti locali.
Quarto aspetto: “Quello numerico. Se in un quartiere ci sono più del 50% di bambini migranti che faccio? Dove li mando? Spesso sono loro a garantire la formazione delle classi”. Versari amplia il ragionamento: “La concentrazione di studenti con Cni nelle istituzioni scolastiche è determinata da numerosi fattori, spesso concomitanti fra loro. Incidono le procedure di presa in carico adottate dalle diverse istituzioni aventi titolo; fra queste i Comuni e le Prefetture. Sulla non omogenea distribuzione dei ragazzi con Cni nelle scuole incidono ancor più flussi migratori assai diversificati sul territorio, che tendono a seguire percorsi canalizzati per etnie. È il caso, ad esempio, delle famiglie indiane Sikh, in maggioranza residenti nella bassa reggiana dove c’è anche il più grande tempio Sikh d’Italia, impegnate diffusamente nella filiera di produzione del parmigiano reggiano”.
La via d’uscita per l’ex capo dipartimento è un’altra. Non certo quella identificata da Meloni: “La scuola ha strumenti per agire: per gli alunni stranieri il problema non è quello di costruire una sorta di nuova didattica speciale, quanto piuttosto quello di ripensare la didattica ordinaria, cioè per ogni studente, nel quotidiano di questo tempo. Da una parte ci sono i cosiddetti neo arrivati e coloro che, non essendo nati in Italia, necessitano in generale di ampi interventi formativi, dal punto di vista linguistico e culturale. Questi richiedono interventi di accompagnamento, per così dire, potenziato, e una didattica innovativa, per conseguire un’efficace integrazione scolastica. Al contrario chi è nato in Italia e frequenta con continuità la scuola possiede le competenze linguistiche e culturali necessarie per un regolare percorso formativo. Questi studenti richiedono piuttosto uno sforzo di integrazione sociale, cui la scuola può offrire un importante contributo”.
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