Legge elettorale, arriva la fuffa della “Terza Repubblica”: ci pensa il pallottoliere bucato di Donzelli – L’analisi
Ma quale Terza Repubblica! Nel suo tentativo malriuscito di trascinare con enfasi cameratesca il gruppo di FdI all’ovazione finale, Giovanni Donzelli ha concluso il suo intervento alla Camera annunciando due volte questo presunto parto politico-istituzionale: “E’ nata la Terza Repubblica”. Cosa non si fa tra i Fratelli d’Italia per difendere questa obbrobrio di legge elettorale traslata nel linguaggio giornalistico con il nomignolo di Melonellum o con quello pretenzioso di Stabilicum.
Cinquantenne toscano dal ciuffo liceale e disordinato, Donzelli, numero due di FdI dopo la Sorella d’Italia Arianna Meloni nonché coinquilino del famigerato Delmastro Delle Vedove, è inciampato in un grossolano errore, mescolando le sue valutazioni politiche con la presunta novità dell’indicazione del candidato premier.
Innanzitutto perché se dovessimo contare le repubbliche sulla base delle leggi elettorali allora questa sarebbe la Sesta Repubblica: il proporzionale fino al 1993; il Mattarellum; il Porcellum dei nominati; l’Italicum mai utilizzato; il Rosatellum e adesso il Melonellum. Non solo, qualunque professore di diritto costituzionale insegnerebbe a Donzelli che la Repubblica cambia numero solo in presenza di cambiamenti della forma istituzionali (esempio classico: la Quinta Repubblica francese). Invece l’Italia resta ancora, per fortuna, una Repubblica parlamentare. Da questo punto di vista siamo infatti fermi ancora alla Prima, per intenderci.
Ovviamente il fedelissimo meloniano ha fatto riferimento alla consuetudine pubblicistica che segna una cesura tra la lunga fase del bipolarismo imperfetto (regime Dc e opposizione Pci tranne nel biennio della solidarietà nazionale interrotta dalla tragedia di Aldo Moro) e l’avvento del berlusconismo, laddove ci fu un’alternanza perfetta tra i governi di centrodestra (1994, 2001, 2008) e quelli di centrosinistra (1996, 2006). E anche in questo caso sbaglia. Perché dopo la transizione iniziata nel 2013 coi governi dell’inciucio di Letta, Renzi e Gentiloni, senza che il Pd avesse vinto, la terza e nuova cesura è avvenuta alle elezioni politiche del 2018. Ossia nella legislatura, la diciottesima, che ha visto tre governi nascere attorno al perno del nuovo partito di maggioranza relativa, il Movimento Cinque Stelle (quasi il trentatré per cento) : l’esecutivo gialloverde del Conte uno; l’esecutivo giallorosso del Conte due; l’unità nazionale di Draghi.
Donzelli, infine, sbaglia pure sulla questione dell’indicazione del premier: sin dalle elezioni del 1994 e fino, appunto, al 2013, di fatto c’è stato un bipolarismo muscolare con la chiara indicazione del leader prima del voto. A destra sempre Berlusconi, con l’eccezione del 2006 quando la Casa delle libertà si presentò sulla carta con il tridente Be.Fi.Ca., cioè Berlusconi, Fini e Casini (sarebbe stato premier il leader con più voti). A sinistra: Occhetto nel 1994, Prodi nel 1996 e nel 2006; Rutelli nel 2001; Veltroni nel 2008; Bersani nel 2013.
Dove sta, quindi, la Terza Repubblica evocata da Donzelli? Sempre che la semplificazione post-fascista dell’esponente di FdI non identifichi la Seconda con Berlusconi e la Terza con Meloni. E allora il suo non sarebbe un annuncio. Ma un banalissimo wishful thinking.
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