Russia, Pagani: "Per Mosca il nemico ora è l’Europa"

Secondo Dmitry Adamsky, tra i massimi studiosi della strategia russa, che su Foreign Affairs firma l’analisi del 21 ottobre «How Russia Sees the World Now» («Come la Russia vede il mondo oggi»), per Mosca il nemico principale non sono più gli Stati Uniti ma l’Europa. È un’Europa che si riarma, discute di un proprio deterrente nucleare e, agli occhi russi, sostiene Kiev più di Washington. Ne nasce una nuova dottrina, la “deterrenza strategica non nucleare”, fondata su missili di precisione e attacchi in profondità, che rischia di pesare anche su un eventuale negoziato di pace.
Che cosa significa questo cambio di prospettiva per la sicurezza del continente? E come si evita che la spirale delle minacce porti a un’escalation che nessuno vuole? Ne abbiamo parlato con Alberto Pagani, docente di geopolitica all’Università di Bologna e curatore del Manuale di Cognitive Warfare di prossima pubblicazione.
1. L’Europa nuovo nemico principale
Professore, su Foreign Affairs Dmitry Adamsky sostiene che per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale gli strateghi russi considerano l’Europa, e non più gli Stati Uniti, il principale avversario della Russia. Agli occhi di Mosca, ormai è l’Europa a usare l’Ucraina come proprio strumento, quasi una guerra per procura. Gli esperti russi chiamano “arrocco” la risposta a questa nuova realtà, con un termine preso dagli scacchi. Che cosa significa concretamente, e perché il Cremlino è arrivato a questa conclusione?
L’arrocco, negli scacchi, è la mossa con cui il re si mette al riparo e la torre viene liberata per colpire. Mosca non cambia i suoi obiettivi, che restano quelli del 2022, ma cambia il bersaglio. Tratta con un’America che vede in ritirata dall’Europa e scarica la pressione coercitiva sugli europei, ormai considerati il vero sostegno militare e politico di Kiev. Pesano il riarmo europeo e la nuova “curiosità nucleare” di alcuni Paesi. Ma c’è anche una ragione interna. Come ogni grande impero in declino, la Russia deve contenere le spinte centrifughe che ne minacciano la coesione, e un nemico esterno è il collante più efficace per tenere uniti i russi e gli altri popoli della Federazione. Con Washington diventata interlocutore, quel nemico non può che essere l’Europa, presentata come la potenza che combatte la Russia per interposta Ucraina. Che questa lettura sia esatta o no, orienta le scelte del Cremlino, che ora punta a far nascere nelle capitali europee la paura di contrariarlo. Il fatto che questo pensiero non sia ancora una dottrina scritta lo rende più imprevedibile, non meno pericoloso.
2. L’America di Trump vista da Mosca
Secondo l’analisi, a Mosca si è convinti che per Washington l’Asia sia ormai il teatro principale e la Cina l’avversario di lungo periodo. Gli Stati Uniti punterebbero a consolidare il controllo dell’emisfero occidentale, riducendo l’impegno in Europa e Medio Oriente. L’allentamento delle sanzioni deciso a metà ottobre ha rafforzato questa convinzione. È una lettura fondata? E quanto rischia l’Europa se il Cremlino agisce come se fosse vera?
È una lettura in parte fondata. Lo spostamento del baricentro americano verso l’Indo-Pacifico non è un’invenzione russa: è una tendenza strutturale cominciata ben prima di Trump. La sua amministrazione l’ha resa più esplicita, anche rimettendo al centro l’emisfero occidentale con un’impostazione che ricorda la dottrina Monroe. Mosca però commette l’errore tipico di chi guarda il mondo attraverso le proprie lenti: scambia un riequilibrio di priorità per un abbandono. Gli Stati Uniti restano legati all’Europa da interessi economici, industriali e strategici che nessuna amministrazione può cancellare con una decisione. Il rischio per noi nasce proprio da questo scarto. Se il Cremlino agisce come se l’America si fosse già sfilata, può essere tentato di mettere alla prova la coesione dell’Alleanza, magari sul fianco orientale o nel Baltico, con operazioni ibride o coercitive calibrate per restare sotto la soglia dell’articolo 5. Un errore di calcolo di questo tipo è il modo più rapido per arrivare a un’escalation che nessuno vuole. C’è poi un aspetto cognitivo. La narrazione dell’America che se ne va non è soltanto una convinzione di Mosca. È anche un’arma che Mosca usa per insinuare negli europei il dubbio di essere soli e quindi più ricattabili. L’unica risposta seria è rendere la deterrenza europea credibile di per sé, in modo che non dipenda da come il Cremlino interpreta Washington.
3. La “curiosità nucleare” europea
Mosca osserva con preoccupazione la modernizzazione degli arsenali francese e britannico e i colloqui tra Parigi e Londra su un ombrello nucleare esteso al continente. Guarda anche ai Paesi definiti “curiosi” del nucleare, come Germania, Polonia, nordici e baltici, che puntano ad avvicinarsi alla soglia nucleare o a ripararsi sotto la protezione franco-britannica. Per il Cremlino un nuovo Stato nucleare in Europa supererebbe una linea rossa e potrebbe diventare un casus belli. Il dibattito europeo sulla deterrenza rafforza la nostra sicurezza o rischia di alimentare la tensione?
Dipende da come lo si conduce. Siamo davanti a un classico dilemma della sicurezza, in cui ciò che uno Stato fa per proteggersi viene letto dall’altro come una minaccia. Va però ricordato chi ha riaperto la questione. Dal 2022 è stata Mosca a usare la minaccia nucleare come strumento ordinario di pressione, ad abbassare la soglia dottrinale e a schierare armi in Bielorussia. Il dibattito europeo è una reazione logica, non una provocazione. Detto questo, vanno distinte due strade molto diverse. Rafforzare ed estendere la deterrenza che Francia e Regno Unito già possiedono, magari coordinandola meglio e dandole una dimensione esplicitamente europea, è stabilizzante: rende più credibile la difesa del continente senza creare nuovi attori nucleari e senza uscire dal quadro del Trattato di non proliferazione. Una corsa nazionale verso la soglia, invece, sarebbe destabilizzante. Indebolirebbe il regime di non proliferazione, dividerebbe gli europei e offrirebbe a Mosca il pretesto che cerca. Per la Germania, in particolare, la rinuncia all’atomica è anche un impegno giuridico, sancito dal Trattato 2+4 sulla riunificazione. Infine, non bisogna farsi paralizzare dal linguaggio delle linee rosse e del casus belli. Fa parte della stessa strategia coercitiva: serve a far sì che gli europei si autolimitino prima ancora di decidere. Una deterrenza europea seria deve essere ferma nella sostanza e prudente nei modi. Deve parlare chiaro su ciò che protegge, senza inseguire Mosca sul terreno della retorica.
4. La deterrenza strategica non nucleare
L’articolo descrive una nuova dottrina che i militari russi chiamano “deterrenza strategica non nucleare”. Prevede l’uso di armi convenzionali avanzate (missili ipersonici e balistici, droni, armi elettromagnetiche e a microonde) per colpire in profondità le infrastrutture militari, politiche ed economiche dell’avversario. Nasce dall’esperienza della guerra, compresi gli attacchi con il missile Oreshnik. Che cosa cambia rispetto alla minaccia nucleare usata finora? E perché, secondo Adamsky, questa dottrina sembra più incline all’escalation rispetto alla guerra ibrida?
Cambia soprattutto la credibilità della minaccia. L’arma nucleare spaventa, ma proprio la sua enormità la rende poco plausibile. Dopo anni di avvertimenti agitati e mai seguiti dai fatti, in Europa molti hanno smesso di prenderli alla lettera. La deterrenza non nucleare rovescia il problema. Un attacco di precisione contro una base, una rete elettrica o un centro decisionale è un’opzione concreta, praticabile e graduabile. Proprio perché è utilizzabile, è più credibile. Il Cremlino ne ha già dato una dimostrazione con l’Oreshnik, impiegato più come messaggio politico che come strumento militare, rivolto agli ucraini quanto agli europei. È più incline all’escalation rispetto alla guerra ibrida per una ragione semplice. Sabotaggi, cyberattacchi, droni sulle infrastrutture e campagne di disinformazione vivono di ambiguità e di negabilità, e restano sotto la soglia che obbliga a reagire. Un missile ipersonico che colpisce il territorio di un Paese europeo è invece un atto visibile, attribuibile e cinetico, che costringe il bersaglio e i suoi alleati a rispondere. A questo si aggiunge l’ambiguità dei vettori. Molti di questi sistemi possono trasportare anche testate nucleari, e nei pochi minuti di volo nessuno può sapere con certezza che cosa sta arrivando. Infine, come osserva lo stesso Adamsky, si tratta di un concetto ancora in costruzione, conteso tra apparati diversi e privo di regole condivise. È proprio l’assenza di regole a rendere più probabile l’errore di calcolo.
5. Il “timore deterrente”
Mosca punta a instillare nelle élite e nei centri decisionali europei quello che i teorici russi chiamano un “timore deterrente”, cioè la riluttanza a sfidare la Russia continuando ad aiutare Kiev. Adamsky non lo dice esplicitamente, ma questa pressione passa anche per la dimensione cognitiva. Quanto pesa, e quanto è esposta l’opinione pubblica europea?
Pesa moltissimo, perché la deterrenza è per definizione un fenomeno psicologico. Non esiste nei missili ma nella mente di chi deve decidere se sfidare l’avversario. La cultura strategica russa lo sa da tempo: la teoria sovietica del “controllo riflessivo” mirava proprio a indurre l’avversario a prendere decisioni favorevoli a Mosca, convinto che fossero sue. Il timore deterrente è la versione aggiornata di quell’idea. L’obiettivo non è convincere gli europei che la Russia ha ragione. È farli dubitare, stancarli, spaventarli quanto basta perché si autolimitino. La pressione militare fornisce la materia prima della paura, cioè droni, sorvoli, minacce e dimostrazioni di forza. La dimensione cognitiva la amplifica e la indirizza. Fa leva sul timore dell’escalation, sul costo della vita e dell’energia, sulla stanchezza per una guerra che sembra senza fine, e presenta il sostegno a Kiev come l’ostacolo alla pace invece che come la sua condizione. Gli esponenti politici europei e gli influencer dell’informazione che ripropongono a pappagallo questa propaganda di Mosca la rendono credibile, legittimandola. L’opinione pubblica europea è molto esposta proprio perché le nostre società sono aperte, per fortuna, e hanno ecosistemi informativi frammentati, piattaforme che premiano la polarizzazione e una fiducia nelle istituzioni in calo. Sono le condizioni ideali per chi vuole trasformare ogni paura legittima in un argomento contro la propria parte. La risposta non può essere la censura, che sarebbe una sconfitta in partenza, perché quella è una caratteristica delle dittature e per noi è inaccettabile. Servono resilienza cognitiva, alfabetizzazione mediatica e governi capaci di spiegare ai cittadini, con franchezza, che cosa è in gioco e perché la sicurezza ha un costo.
6. Negoziare sotto il fuoco
Adamsky avverte che anche durante un negoziato la Russia continuerebbe la pressione militare su Ucraina ed Europa. Lo farebbe per piegare l’accordo ai propri interessi e per imporre all’Europa una diversa architettura di sicurezza. Secondo l’autore, un’intesa limitata al campo di battaglia, che lasci aperte le frizioni più ampie tra Mosca e l’Europa, darebbe solo una pausa temporanea. Che pace è possibile in queste condizioni? E, al di là dell’analisi di Adamsky, centrata sul ruolo di Washington, l’Europa oggi è seduta al tavolo o rischia di restarne fuori?
Nella cultura strategica russa il negoziato non interrompe la guerra. È la guerra proseguita con altri mezzi, e si tratta mentre si combatte, usando il fuoco per alzare il prezzo al tavolo. Per questo una tregua che congeli soltanto la linea del fronte rischia di ripetere l’esperienza di Minsk: una pausa che Mosca userebbe per ricostituire le forze, consolidare i guadagni e preparare la mossa successiva. In queste condizioni la pace possibile non è una riconciliazione. È una pace armata, fondata sulla deterrenza. Serve un’Ucraina abbastanza forte da rendere troppo costosa una nuova aggressione, con garanzie di sicurezza credibili e non soltanto dichiarate. Serve anche un quadro più ampio sulla sicurezza europea, che affronti i missili a raggio intermedio, la prevenzione degli incidenti e le misure di fiducia reciproca, sul modello della coesistenza competitiva che diede vita a Helsinki nel 1975. Quanto al tavolo, il rischio che l’Europa resti fuori è reale. È esattamente ciò che vuole Mosca: trattare con Washington sopra la testa degli europei e presentarci il conto a cose fatte. Ma l’Europa ha in mano carte che nessuno può ignorare. È il principale sostenitore di Kiev, detiene la leva delle sanzioni e dei beni russi immobilizzati, e sarebbe chiamata a fornire e finanziare le garanzie di sicurezza. Senza di lei un accordo potrebbe essere firmato, ma non attuato. Il problema è che questo peso conta solo se si esprime con una voce sola. Al tavolo ci si siede per forza politica, non per invito, e il vero rischio per l’Europa non è l’esclusione ma la propria divisione.
7. Il “punto culminante della coercizione”
Adamsky avverte che Europa e Russia rischiano di superare un “punto culminante della coercizione”, oltre il quale ogni nuova minaccia allarga la guerra invece di scoraggiarla. In un clima di sospetto reciproco, una mossa pensata come segnale può essere fraintesa e innescare una spirale di escalation che nessuno vuole. Secondo lui tocca a Washington gestire il negoziato mentre le armi non tacciono. Ma l’Europa, e l’Italia, che strumenti hanno per evitare la spirale?
Il concetto viene da Clausewitz, che parlava del punto culminante dell’attacco, oltre il quale ogni avanzata indebolisce invece di rafforzare. Applicato alla coercizione, significa che c’è un limite oltre il quale le minacce smettono di scoraggiare e cominciano a provocare. Per evitarlo l’Europa non deve rinunciare alla fermezza, deve accompagnarla con tre strumenti. Il primo è una deterrenza credibile: le spirali nascono più spesso dalla percezione di debolezza che dalla forza, perché la debolezza invita a tentare. Il secondo sono canali di comunicazione militare e diplomatica che non si interrompano mai, nemmeno nei momenti peggiori. La Guerra fredda insegna che le linee dirette, i meccanismi di prevenzione degli incidenti e le regole condivise non erano concessioni all’avversario ma assicurazioni contro l’errore. Il terzo, spesso trascurato, è la capacità di capire l’altro. Servono intelligence, analisi e conoscenza della cultura strategica russa, per leggere correttamente i segnali e non scambiare una dimostrazione per un attacco, o viceversa. Una spirale di escalation è prima di tutto un fallimento di interpretazione. L’Italia può fare la sua parte su tutti questi piani. È presente sul fianco orientale dell’Alleanza, ha una tradizione diplomatica che le permette di tenere aperti canali anche quando altri li chiudono e conosce bene il Mediterraneo, dove la pressione russa si esercita in forme meno visibili, ma non meno insidiose. A una condizione, però: che parli sempre dentro la cornice europea e atlantica e non in alternativa a essa. Un canale di dialogo è prezioso finché rafforza la posizione comune. Se diventa una scorciatoia nazionale, finisce per offrire a Mosca proprio la divisione che cerca.
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