"Lettonia, il fronte è nella mente"
Angela Titova, studiosa di guerra cognitiva formatasi all’Università di Firenze, spiega come la Russia sfrutti da trent’anni la frattura tra lettoni e russofoni: due memorie, due lingue, due spazi informativi nello stesso Stato. Dallo Sputnik V alle elezioni del 2026, dagli agenti d’influenza come Ždanoka e Rosļikovs ai sabotaggi e ai droni, la Lettonia è diventata un “laboratorio” della guerra cognitiva del Cremlino. Una lezione anche per l’Italia.
1. Il “centro di gravità”: una ferita che si riapre
Nella tesi descrivi due traumi che si incrociano. Da una parte i russofoni che nel 1991 sostennero l’indipendenza (73,8% di sì) e poi si ritrovarono non-cittadini. Dall’altra i lettoni che temono di scomparire come cultura. Nel 2025 la Lettonia ha imposto ai circa 30.000 cittadini russi interessati dalle nuove regole un esame di lettone di livello A2 e controlli di sicurezza. A 841 di loro, che non avevano presentato la documentazione, ha ordinato di lasciare il Paese entro il 13 ottobre. È una misura necessaria o rischia di riaprire proprio la ferita che Mosca sfrutta da trent’anni?
Per capire ciò che accade “oggi”, chiarirò innanzitutto ciò che è accaduto “ieri”. Dal 1918 la Lettonia fu uno Stato indipendente, sovrano e internazionalmente riconosciuto, che nel 1940 fu occupato dall’Unione Sovietica. Mentre nel mondo occidentale (nella società, sui social media) il comunismo viene spesso romanticizzato, nel caso della Lettonia esso è associato a repressioni, deportazioni di massa, perdita dell’indipendenza e russificazione del codice culturale esistente. Circa 500.000-700.000 persone provenienti da altre repubbliche socialiste furono trasferite in Lettonia. La quota della popolazione di etnia lettone scese dal 77% nel 1935 al 52% nel 1989, e per 50 anni la lingua russa divenne la “lingua franca”.
Affinché il ripristino dell’indipendenza della Lettonia (1990) fosse considerato legittimo, era necessaria una consultazione popolare: nel marzo 1991 il 73,8% degli abitanti votò a favore dell’indipendenza e, più in generale, dei valori democratici, una percentuale molto superiore alla quota di lettoni etnici nel Paese. Nel caso della Lettonia, l’indipendenza è stata ripristinata, non fondata ex novo; per questo alle persone immigrate in Lettonia dopo la Seconda guerra mondiale è stato attribuito lo status di non cittadino. Si tratta di uno status giuridico che garantisce gli stessi diritti di un cittadino, ma non consente all’individuo di partecipare ai processi politici, ad esempio alle elezioni. Lo status può essere modificato tramite la naturalizzazione, superando un esame, una prassi diffusa in tutto il mondo. Il numero dei non cittadini è diminuito sensibilmente dagli anni ’90, un processo accelerato dall’adesione all’UE e all’area Schengen; tuttavia, come mostrano i risultati elettorali di diversi anni, la cittadinanza e la conoscenza della lingua non garantiscono ancora un cambiamento di opinioni.
Per lungo tempo, fino al 2022, il Paese ha offerto istruzione scolastica, eventi culturali, cinema, notizie e perfino le informazioni sul sito web ufficiale dello Stato sia in lettone sia in russo. Di conseguenza, si è formata e si è mantenuta una minoranza autosufficiente, e il russo è diventato una lingua di minoranza con la forza di una lingua di maggioranza, in uno Stato di circa due milioni di abitanti. Questa situazione prolungata ha favorito la coesistenza, all’interno di un unico Stato, di due visioni diverse e di due diverse comprensioni della storia, che la Russia ha sfruttato attivamente, mantenendo la “ferita” in uno stato acuto. Qualsiasi tentativo dello Stato lettone di limitare l’influenza del russo è stato presentato come una manifestazione di nazismo e un attacco ai diritti dei russofoni. Inoltre, più volte si è discusso di un referendum per introdurre due lingue ufficiali, un’ipotesi inaccettabile per i lettoni etnici. Si è così creata una situazione in cui, da un lato, per una parte della società, la tutela dell’identità, della lingua e della cultura lettone è una questione di indipendenza, di valori democratici e di sopravvivenza; dall’altro, c’è una parte della società che non capisce perché, vivendo da più generazioni su questo territorio, debba dimostrare la propria volontà di appartenervi attraverso la naturalizzazione, e che, a differenza dei lettoni etnici, non ha vissuto le repressioni sovietiche. Ciò ha generato un punto di incontro tra due diversi traumi collettivi, che costituisce il centro di gravità della società lettone: manipolandolo, la Russia cerca di interferire negli affari interni dello Stato e nel processo decisionale, sfruttando la frattura sociale e subordinandola ai propri obiettivi strategici.
Gli anni della pandemia, che si sono sovrapposti all’attacco della Russia contro l’Ucraina, hanno rappresentato il punto culminante e hanno imposto una rigorosa rivalutazione della sicurezza interna ed esterna della Lettonia. L’aggressione militare della Federazione Russa e la sua dottrina ufficiale, che prevede la “protezione dei propri cittadini” in altri Paesi, hanno creato rischi diretti per la sicurezza nazionale lettone. Lo Stato, in collaborazione con il servizio di sicurezza (VDD), ha voluto identificare chiaramente e verificare i cittadini stranieri (cittadini russi) che risiedono stabilmente sul territorio lettone. Di conseguenza sono state approvate modifiche alla legge sull’immigrazione, che hanno fissato una scadenza precisa per superare l’esame di livello base della lingua di Stato e per presentare gli altri documenti richiesti. Si è ritenuto che chi desidera soggiornare a lungo in Lettonia debba essere integrato nella società e nello spazio informativo lettoni.
È però importante sottolineare che questa legge riguardava i cittadini della Federazione Russa che aspiravano allo status di soggiornante di lungo periodo dell’UE, e non le persone con lo status di non cittadino. Sono state esentate le persone che ne avevano diritto per motivi di età o di salute. La Russia ha sfruttato la situazione e ha diffuso attivamente disinformazione, accusando la Lettonia di condurre una brutale campagna di deportazione di massa dei russofoni, quando in realtà si trattava specificamente di cittadini russi. Alla fine, più della metà degli interessati ha superato l’esame di lingua o è stata esentata per età o salute, ottenendo lo status di soggiornante di lungo periodo dell’UE o un permesso di soggiorno temporaneo. Circa 2.600 persone hanno scelto volontariamente di lasciare la Lettonia e di trasferirsi in Russia. L’espulsione forzata ha riguardato una ventina di persone, in parte dopo i controlli dei servizi di sicurezza, che hanno ravvisato in loro una minaccia per la sicurezza dello Stato. Non ci sono state deportazioni forzate di massa. Ogni caso è stato valutato individualmente. A chi ha ignorato la legge è stato revocato lo status giuridico.
Questo passo era necessario? A mio parere sì: ha contribuito a mettere i primi punti di sutura a una ferita che era stata mantenuta artificialmente in uno stato acuto da campagne manipolatorie, dall’attecchimento di una realtà parallela nelle menti delle persone e dalla coltivazione del ruolo di vittima per trent’anni. Ha inoltre stabilito confini chiari su ciò che è accettabile e ciò che non lo è, e su quali siano le regole del gioco. La vera domanda, semmai, è perché siano stati necessari una guerra alle porte di casa e una polarizzazione nazionale durante la pandemia per arrivare a una decisione del genere.
2. Dove sono finiti i “neutrali”?
Scrivi che il vero bersaglio del Cremlino sono i russofoni “neutrali”. Alle elezioni del 3 ottobre 2026 l’affluenza è scesa al minimo storico del 51,79%, e in Latgale al 47,17%. Per la Stabilità! è crollata all’1,997% e Harmony allo 0,82%. Quei neutrali sono stati conquistati, si sono rifugiati nell’astensione o hanno cambiato partito?
Come indicano gli studi sociologici, in Lettonia i russofoni si possono dividere in tre categorie: gli integrati (parlano la lingua di Stato, rispettano lo Stato e sostengono i valori democratici ed europei); i marcatamente filorussi, l’opposto degli integrati, che sostengono attivamente le idee del Cremlino su varie questioni; i neutrali, che non sono né pienamente integrati né apertamente filorussi. Un elemento che riguarda tutti e tre i gruppi è lo status di cittadinanza: i non cittadini non partecipano alle elezioni e possono quindi risultare politicamente poco interessanti per il Cremlino, perché non prendono parte ai processi democratici. Un cittadino marcatamente filorusso sosterrà automaticamente determinate narrazioni, mentre per i neutrali con la cittadinanza ciò non è così scontato.
Le elezioni di quest’anno, considerate tra le più importanti dal ripristino dell’indipendenza, hanno registrato un’affluenza storicamente bassa, che può essere spiegata da una campagna elettorale prematura e deprimente, in cui i partiti, invece di rivolgersi all’elettore, si sono concentrati soprattutto sugli scontri reciproci, consumati in pubblico.
Il partito “Per la Stabilità!” (“Stabilitātei!”), che alle elezioni precedenti aveva ottenuto il 6,8% e 11 seggi in parlamento, durante la campagna elettorale ha condannato attivamente il sostegno della Lettonia all’Ucraina e ha sostenuto la necessità di riprendere la cooperazione con la Russia, senza condannare ufficialmente le azioni russe. Nel corso di quella legislatura, il servizio di sicurezza dello Stato ha avviato un procedimento penale contro il leader del partito, Aleksejs Rosļikovs, per le sue dichiarazioni in parlamento e sui social network, valutate come istigazione mirata all’odio nazionale ed etnico. Gli era stato vietato di lasciare il Paese, ma ha violato il divieto ed è partito per la Bielorussia. Alle elezioni di quest’anno il suo partito non è entrato in parlamento.
Il partito “Concordia” (“Saskaņa”), che ha sempre sostenuto i diritti dei russofoni, per diverse legislature, nell’arco di 11 anni, è stato stabilmente presente in parlamento (nel 2018 il 19,8%, 23 seggi). Alle elezioni del 2022, dopo aver condannato attivamente l’aggressione russa, ha ottenuto, con sorpresa di tutti, il 4,8% dei voti, restando fuori dal parlamento; anche quest’anno la storia si è ripetuta.
Non esistono studi che spieghino quali narrazioni precise sosterrebbero i cittadini russofoni neutrali, né se le sosterrebbero affatto. Tuttavia, alle elezioni di quest’anno è comparso un nuovo partito, “Potere Sovrano / Unione dei Nuovi Lettoni” (“Suverēnā Vara/Apvienība Jaunlatviešu”), formato da politici attivi in Lettonia da tempo, che ha ottenuto l’11,71% dei voti e 15 seggi su 100. Una delle leader del partito, Jūlija Stepaņenko, durante la campagna elettorale ha sostenuto attivamente che la Lettonia non è minacciata dalla guerra. Il suo partito non ha dichiarato pubblicamente di volere una cooperazione politica aperta o diretta con la Russia, ma nei dibattiti e nelle interviste elettorali Stepaņenko ha evitato deliberatamente di rispondere direttamente alle domande “Chi è l’aggressore nella guerra in Ucraina?” o “A chi appartiene la Crimea?”. Il partito si è schierato attivamente contro lo stanziamento di fondi per i conflitti militari (l’aiuto all’Ucraina) e contro il servizio militare obbligatorio. Poco prima delle elezioni si è saputo che il padre di Stepaņenko, Sergejs Fedotovs, che si trova in Russia, ha un legame d’affari diretto con il settore militare russo, e che, dall’inizio della guerra in Ucraina, la politica ha ricevuto dal padre 420.000 euro, circostanza che si è rifiutata di commentare pubblicamente. Nonostante ciò, è stata eletta in parlamento. È possibile che il partito abbia trovato il modo di attrarre i russofoni neutrali: mostrandosi neutrale, tacendo sulle questioni sensibili per la Russia e non condannandola pubblicamente, a differenza del partito “Concordia”, che nel 2022 lo aveva fatto e aveva perso il proprio posto in parlamento.
3. Da Ždanoka a Rosļikovs: l’agente d’influenza 2.0
Il procedimento del VDD contro Tatjana Ždanoka, aperto nel 2024, è ancora in corso. Intanto un caso nuovo ripete lo stesso schema. Nel giugno 2025 Aleksejs Rosļikovs, allora deputato e leader di Per la Stabilità!, presentò come “neonazismo” una bozza di decisione sul superamento degli effetti linguistici della russificazione. Accusato di incitamento all’odio nazionale, aveva il permesso di andare tre giorni a Ginevra ed è finito in Bielorussia. Oggi è ricercato, ha perso il seggio nel consiglio comunale di Riga e i media di Stato bielorussi gli danno spazio. Che cosa dice questa parabola sull’evoluzione degli agenti d’influenza? E sulla capacità dello Stato lettone di fermarli?
Non vorrei dire che i due casi siano simili o che l’uno derivi dall’altro. Piuttosto, entrambi si muovono nella stessa direzione, ma a livelli diversi. Ciò che li accomuna è il fatto di trovarsi al centro delle istituzioni democratiche: nel caso di Tatjana Ždanoka era il livello europeo (Parlamento europeo), nel caso di Rosļikovs il livello nazionale (Parlamento lettone).
Secondo la legge, Ždanoka, in quanto ex membro del Partito Comunista, non poteva candidarsi alle elezioni a livello nazionale, ma la legge inizialmente non le impediva di farlo per il Parlamento europeo. Fin dalle prime elezioni europee in Lettonia, nel 2004, Ždanoka è stata eletta nelle file del partito “Per i diritti umani in una Lettonia unita” (“Par cilvēka tiesībām vienotā Latvijā”), dal 2014 “Unione Russa di Lettonia” (“Latvijas Krievu Savienība”), e ha mantenuto il mandato di eurodeputata fino al 2024. Le autorità lettoni competenti segnalavano da tempo che Ždanoka non rappresentava né gli interessi della Lettonia né quelli dell’UE, ma lavorava per il Cremlino. Lei stessa non negava la propria collaborazione, sostenendo che fosse legittimo che gli Stati si prendessero cura della propria diaspora. A Riga ha organizzato iniziative di sostegno all’annessione della Crimea e ha partecipato al “referendum” in Crimea come osservatrice internazionale, pur non essendo autorizzata a farlo. Per tutti era chiaro che rappresentasse gli interessi della Russia, ma per lungo tempo sono mancate prove giuridicamente valide per stabilire se lo facesse per motivi ideologici o se si trattasse di una collaborazione mirata e retribuita con Mosca. Inoltre, in quanto eurodeputata, godeva dell’immunità parlamentare. A gennaio 2024 la testata investigativa russa indipendente “The Insider” ha pubblicato la corrispondenza via e-mail tra Ždanoka e due ufficiali dell’FSB, che rivelava una collaborazione attiva fin dal 2005. A febbraio il VDD ha avviato ufficialmente un procedimento penale ma, proprio a causa dell’immunità, l’indagine vera e propria in Lettonia e in Belgio è partita solo dopo la scadenza del mandato, a luglio 2024, ed è tuttora in corso.
Nel caso di Rosļikovs, invece, era stata formulata a suo carico un’accusa grave: non solo istigazione all’odio nazionale, ma anche aiuto a uno Stato aggressore, la Russia, in attività dirette contro la Lettonia. Per mancanza di prove ufficiali, l’accusa di collaborazione con la Russia è stata poi ritirata, ma il procedimento in corso riguarda l’istigazione mirata all’odio nazionale ed etnico e alla discordia. Gli era stato vietato di lasciare il Paese, ma il tribunale gli aveva concesso un permesso di tre giorni per recarsi a Ginevra, in Svizzera, e incontrare avvocati e consulenti. Tuttavia non è più rientrato in Lettonia: si è diretto in Bielorussia, dove si trova tuttora per sottrarsi al processo, una scelta che non gioca a suo favore. Più che di un’evoluzione, si tratta della dimostrazione che gli agenti d’influenza sono un sistema capace di coprire dimensioni diverse: quando scompare un agente, ne compare un altro. Allo stesso tempo, il caso mostra chiaramente che lo Stato non dispone di strumenti giuridici da attivare tempestivamente in caso di necessità, per evitare che la minaccia alla sicurezza nazionale e la fuga di informazioni si protraggano per vent’anni, mentre lo status politico funge da scudo inviolabile.
4. La lezione del COVID è stata imparata?
Durante la pandemia un medico ospedaliero riferiva che 4 pazienti gravi su 5 erano russofoni e che un solo giornale in lingua russa collaborava con l’ospedale. Da gennaio 2026 radio e TV pubbliche non parlano più russo. Il 1° ottobre la Saeima ha approvato una legge che dal 2027 vieta anche i contenuti online in russo di LSM, salvo emergenze o smentita di disinformazione. È la chiusura di un canale della propaganda o rischia di ricreare il vuoto che durante il COVID ha spinto i russofoni verso fonti alternative?
La crisi del COVID-19 in Lettonia è stata un caso emblematico, che ha messo in luce il reale livello di resilienza della società di fronte alle ondate di disinformazione e ha rivelato una profonda sfiducia nelle istituzioni democratiche, comprese le istituzioni sanitarie e i professionisti del settore. Mentre nello spazio informativo filo-Cremlino e sui social media i vaccini occidentali venivano deliberatamente presentati come pericolosi per la vita, del vaccino russo (Sputnik V) nella stessa bolla non si diceva nulla di negativo: dominava la narrazione secondo cui l’Europa non volesse accettarlo per motivi politici. Di conseguenza, la Lettonia ha registrato uno dei tassi di vaccinazione più bassi d’Europa, è fiorito il commercio di certificati vaccinali falsi e una parte considerevole della società attendeva proprio il vaccino russo, di cui si fidava in assenza di fonti d’informazione autorevoli.
Nel Paese non sono state raccolte statistiche ufficiali sulla composizione etnica dei vaccinati, ma i medici ospedalieri hanno dichiarato nelle interviste che i casi più gravi di malattia e i decessi si osservavano soprattutto tra i residenti russofoni non vaccinati. Il motivo principale era, ed è tuttora, la radicale diversità delle bolle informative in cui viviamo. Il caso del COVID-19 ha dimostrato che la crisi non riguarda solo la medicina, ma anche la capacità della società di ascoltare la scienza, mobilitarsi, coordinarsi e pensare criticamente in una situazione imprevista e di forte incertezza.
Oggi l’obiettivo strategico della Lettonia è ridurre l’influenza russa, e uno dei principali strumenti di divisione della società è stato storicamente la lingua russa, utilizzata per raggiungere gli obiettivi geopolitici del Cremlino. Limitandone l’uso, la Lettonia afferma chiaramente la propria posizione di Stato. Ridurrà il predominio del russo nel settore dei servizi e nel mercato del lavoro? Senza dubbio. Spingerà finalmente a imparare il lettone quei membri della società che per oltre 30 anni hanno vissuto nel Paese senza conoscerlo (perché tutto era disponibile in russo)? Molto probabilmente sì. Ma fermerà del tutto il consumo di propaganda? Non credo. Le persone con scarse competenze linguistiche, insoddisfatte della situazione politica, continueranno a cercare canali e piattaforme digitali alternativi per informarsi in una lingua e in una forma a loro comprensibili e familiari.
5. La narrazione cambia contenitore
Nel 2018, come documenti, il “failed state” passò a partiti populisti rivolti ai lettoni etnici, a cominciare da KPV LV finanziato da Ainārs Šlesers. Nel 2026 il partito di Šlesers, Latvia First, è arrivato secondo con il 13,1% ed è primo in Latgale con il 29,07%. Sovereign Power/Young Latvians ha preso l’11,7% con candidati legati all’Unione Russa Lettone. Secondo un sondaggio pre-elettorale del ricercatore Sergejs Potapkins, pubblicato da Meduza, circa 6 elettori su 10 di Sovereign Power e 4 su 10 di Latvia First attribuiscono la guerra all’Ucraina o all’Occidente. La minoranza russofona è ancora il canale principale dell’influenza russa, o oggi lo è il populismo “mainstream”?
Il COVID-19 ha mostrato chiaramente che le narrazioni hanno una natura fluida: in una situazione di crisi e di incertezza vengono tradotte rapidamente in qualsiasi lingua e penetrano altrettanto rapidamente in qualsiasi altro spazio informativo. L’essenza della narrazione non cambia, ma ne cambia la cornice (il frame), che si adatta facilmente alla percezione di altri pubblici. Nel caso della Lettonia, se “Potere Sovrano / Unione dei Nuovi Lettoni” parla attivamente dei russofoni, dell’ingiustizia, dell’inflazione in aumento e, a proposito della guerra iniziata dalla Russia, ne attribuisce la colpa all’Ucraina, ciò mobilita gli elettori che sono d’accordo. L’elettore che la pensa in modo simile, ma per il quale la questione dei russofoni viene percepita come un trigger, vota per un partito che parla delle stesse cose, ma non attraverso il prisma dei russofoni, ad esempio il partito di Ainārs Šlesers “La Lettonia al primo posto” (“Latvija Pirmajā Vietā”). La regione della Latgale, dove è risultato il primo partito, confina con la Russia e la Bielorussia, è storicamente a maggioranza russofona, è la regione economicamente meno sviluppata ed è anche quella in cui si sono verificati gravi incidenti con i droni. Durante la campagna elettorale il partito ha attaccato duramente il governo in carica e ha promesso agevolazioni fiscali e investimenti su larga scala. Si possono considerare populisti entrambi i partiti? Senza dubbio sì, ma ciascuno ha il proprio pubblico di riferimento ed entrambi sono entrati in parlamento. Consapevolmente o meno, entrambi diventano canali dell’influenza russa, uno dei cui compiti principali è minare la fiducia nelle istituzioni democratiche e polarizzare la società.
6. Dalla narrazione al sabotaggio
Il VDD descrive una rete reclutata dall’intelligence russa che ha incendiato l’impianto di un’azienda privata impegnata in un progetto per la difesa. Nel novembre 2025 è stato arrestato un presunto informatore del GRU. Nel gennaio 2026 sono finiti in carcere quattro lettoni accusati di raccogliere informazioni su truppe, aeroporto di Riga e sostenitori dell’Ucraina e di passarle, via Telegram, al gruppo “Baltic anti-fascists”, destinate all’FSB. Il VDD parla di criminali reclutati come “agenti usa e getta”. Il nome stesso del gruppo sembra riprendere la narrazione della “Lettonia nazista”. La guerra cognitiva sta preparando il terreno a quella fisica?
Certo! La guerra cognitiva è la manipolazione della percezione di un individuo e/o di un gruppo. In questa guerra la battaglia si combatte senza forza fisica, e il campo di battaglia stesso non è visibile a occhio nudo: è la nostra mente. Influenzando il modo in cui le cose vengono interpretate, si orienta anche il modo in cui prendiamo decisioni e agiamo. Il compito principale è insinuare un’idea nella mente della persona in modo che questa sia convinta che le proprie decisioni siano il frutto di un pensiero indipendente e critico. Le narrazioni e il loro uso strategico sono lo strumento fondamentale con cui si ottiene tale manipolazione. In altre parole, le operazioni di guerra cognitiva riuscite preparano il terreno a un conflitto fisico, alla divisione della società e a una polarizzazione radicale. I gruppi terroristici, nei loro processi di reclutamento, utilizzano esattamente gli stessi principi psicologici e cognitivi, gli stessi che si usano nel marketing per vendere cose di cui le persone non hanno bisogno. Ciò che cambia di volta in volta sono la cornice e le conseguenze, ma il senso resta: ti vendono l’idea che ciò che fai ti serve. E questo funziona perché la mente umana elabora l’informazione dal punto di vista tecnico e non da quello del significato; il significato viene aggiunto nel momento in cui l’informazione ricevuta passa attraverso il filtro della percezione, che cambia da persona a persona.
7. Droni dall’origine incerta e paura certa
Il 7 maggio 2026 un drone entrato dallo spazio aereo russo è esploso in un deposito di carburante a Rēzekne. Con ogni probabilità era ucraino, deviato secondo Kyiv dalla guerra elettronica russa. Le scuole della zona sono state chiuse, secondo i residenti gli allarmi sui cellulari sono arrivati con circa un’ora di ritardo, e il ministro della Difesa Sprūds ha lasciato l’incarico. Un incidente dall’origine ambigua può produrre effetti cognitivi e politici paragonabili a un attacco? E chi vince la battaglia per raccontarlo?
Nel caso di Andris Sprūds, questa non è stata l’unica ondata di incidenti con i droni. La prima si è verificata già nel 2024, quando la situazione al confine si è aggravata rapidamente, mentre nel marzo 2026 dei droni sono caduti ripetutamente sul territorio lettone. Al ministro della Difesa è stata ampiamente rimproverata l’incapacità di garantire la sicurezza dello spazio aereo e di reagire efficacemente in una situazione di crisi. Benché in precedenza nel dibattito pubblico si parlasse regolarmente di ingenti investimenti nello sviluppo del settore militare, di fronte a una crisi reale la lentezza della reazione e i ritardi negli avvisi tramite cell broadcast hanno prodotto un’impressione del tutto opposta. L’incidente del maggio 2026 è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso e, pochi giorni dopo, è costato la carica al ministro. A ciò è seguita la caduta dell’intero governo, che fino alle elezioni di ottobre è rimasto in carica solo per il disbrigo degli affari correnti. Questa prolungata instabilità politica e la sensazione di deficit di sicurezza sono stati tra i motivi principali per cui la partecipazione dei cittadini alle elezioni della 15ª Saeima, svoltesi a ottobre, è scesa al minimo storico. In una situazione di crisi, nella battaglia delle narrazioni vince chi per primo dissipa la confusione, riduce l’incertezza e riempie il vuoto informativo. Se le istituzioni statali tacciono, si accusano a vicenda o forniscono informazioni contraddittorie, nella lotta per il predominio narrativo possono prevalere i canali di disinformazione. Per tali canali la crisi politica e di sicurezza è un ulteriore pretesto per interpretare le informazioni a proprio vantaggio, ad esempio diffondendo miti secondo cui la minaccia diretta verrebbe dall’Ucraina o lo Stato sarebbe del tutto impotente. Per questo una comunicazione strategica coordinata e tempestiva è una componente essenziale della sicurezza nazionale.
8. Difendersi senza tradirsi, e la lezione per l’Italia
Riga è uscita dalla rete elettrica BRELL nel febbraio 2025. Ha vietato ai cittadini russi e bielorussi il lavoro nelle infrastrutture critiche e l’acquisto di immobili. Ha ordinato di partire a chi non era in regola con i nuovi requisiti e ha tolto il russo dai media pubblici. Tu stessa riconosci che queste misure possono offrire munizioni alla propaganda sulla “discriminazione”. Dove passa il confine tra difesa democratica e conferma della narrazione nemica? E che cosa dovrebbe imparare l’Italia, che non ha una grande minoranza russofona storica ma ha le sue fratture da sfruttare?
Certo, l’esperienza maturata finora, anche in tempo di pace, ha dimostrato che qualsiasi misura volta a rafforzare l’identità nazionale che vada contro gli interessi della Russia viene interpretata come discriminazione, senza tenere conto del contesto storico. Perché? Perché non corrisponde agli interessi geopolitici di Mosca. Ciò che accade ora è la logica prosecuzione di questa politica: come indica l’Ufficio per la protezione della Costituzione (SAB), la Russia si prepara a presentare alla Corte internazionale di giustizia dell’ONU un ambizioso ricorso contro gli Stati baltici (Lettonia, Lituania ed Estonia), accusandoli di “discriminazione razziale sistemica” nei confronti della popolazione di etnia russa e russofona. Le principali accuse rivolte alla Lettonia riguardano il passaggio a un’istruzione solo in lingua di Stato, la demolizione dei monumenti sovietici, l’introduzione di controlli più severi sull’immigrazione e di norme più rigide sui permessi di soggiorno per i cittadini russi, nonché il mantenimento dello status di non cittadino.
Come indica il SAB, questo procedimento è un classico esempio di lawfare e parte dell’aggressione ibrida della Russia. In questo caso la Corte internazionale viene usata come tribuna globale per diffondere narrazioni propagandistiche e screditare gli Stati baltici sulla scena internazionale. Allo stesso tempo, è un modo per creare un ulteriore onere giuridico e finanziario per gli Stati convenuti, poiché un procedimento di tale portata può durare fino a dieci anni e costare diversi milioni di euro. Parallelamente, il processo viene utilizzato come potente strumento di divisione interna, per mantenere il senso di risentimento e di emarginazione nella comunità russofona della Lettonia, frenando così deliberatamente l’integrazione della società e approfondendo il divario cognitivo tra i diversi spazi informativi. Inoltre, accuse di questo tipo possono essere usate per giustificare un’aggressione contro l’Occidente e, in particolare, contro la NATO. Non dimentichiamo che una delle narrazioni centrali prima dell’invasione dell’Ucraina era proprio questa: la Russia presentava l’Ucraina come uno Stato fascista e sosteneva di dover proteggere i russi dalla sua aggressione.
Il confine si nasconde sotto il velo dell’interpretazione e della capacità dell’individuo di comprendere le diverse interpretazioni, le loro cause e le loro conseguenze. Ancora una volta arriviamo alla conclusione che tutto risiede nella nostra mente. Dal punto di vista della Lettonia, preservare la propria identità e sostenere in modo incrollabile l’Ucraina è una lotta per i valori democratici, la sopravvivenza, l’indipendenza e la capacità di decidere autonomamente: cioè l’opposto di tutto ciò che si è vissuto negli anni dell’occupazione. Cedere alle narrazioni dell’avversario su questo tema significherebbe una capitolazione totale.
Le azioni manipolatorie della Russia non si limitano allo spazio postsovietico e alle regioni con un’elevata percentuale di russofoni. Come riconosce la maggior parte degli esperti di sicurezza, il compito strategico della Russia è modificare l’ordine mondiale creato dopo la Seconda guerra mondiale, il che riguarda direttamente i Paesi democratici e i principi del loro funzionamento. Per riuscirci, vengono sfruttati deliberatamente i punti deboli della società, perché la manipolazione delle narrazioni richiede una base: eventi reali, esperienze vissute e traumi storici. Se nel caso della Lettonia si tratta dell’identità culturale e linguistica, nei Paesi dell’Europa occidentale possono essere altri aspetti, ad esempio la migrazione. Un esempio eclatante è la Svezia, contro la quale, prima dell’ingresso nella NATO, sono state condotte attive campagne di disinformazione, alimentando al contempo, in modo artificiale, movimenti antimusulmani e roghi del Corano, con l’obiettivo di provocare la Turchia e bloccare l’ingresso della Svezia nell’Alleanza.
Se uno dei principi fondamentali del controllo riflessivo è la divisione della società, il principale antidoto a questa minaccia è un lavoro mirato sulla coesione sociale. Se da un lato può sembrare un obiettivo utopistico, dall’altro alla base di tutto vi sono una comunicazione strategica chiara e una consapevolezza condivisa delle minacce.
Chi è Angela Titova
Angela Titova, nata in Lettonia, si è laureata in Relazioni internazionali e Studi europei all’Università Rīga Stradiņš, con una specializzazione sull’Italia e sulle migrazioni. Con una borsa di studio del Ministero degli Esteri italiano e dell’Ambasciata d’Italia a Riga ha proseguito gli studi all’Università di Firenze, dove nel dicembre 2025 ha conseguito la laurea magistrale con una tesi sulla guerra cognitiva e sulla comunicazione strategica russa in Lettonia durante la pandemia. Ha frequentato il corso di perfezionamento in Intelligence e Sicurezza nazionale dell’UNIFI, in collaborazione con il DIS, e il corso dell’Istituto Gino Germani sulla disinformazione e la guerra cognitiva. Ha lavorato nel protocollo diplomatico e nella sicurezza aeroportuale e ha svolto un tirocinio al Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira. Si occupa di resilienza cognitiva, integrazione sociale e sicurezza dell’informazione.
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