Mesi di dubbi su Ranucci, poi un aeroporto a Berlusconi: il doppio standard della memoria pubblica italiana
Ha fatto caldo come non mai, ma a farmi impressione, più delle verità capovolte, è la memoria corta selettiva.
Per settimane abbiamo letto centinaia di articoli sui misfatti di Valter Lavitola. Nello stesso tempo abbiamo assistito a migliaia di contenuti dedicati alla sua amicizia con Sigfrido Ranucci, quasi che chi ha subito un attentato dovesse trasformarsi nel principale imputato dell’estate. In effetti avere ‘cattive’ relazioni è disdicevole. Ma a quanto pare non vale per tutti.
Alla fine di questa stessa estate italiana, è arrivata la cerimonia di inaugurazione del nuovo rinominato aeroporto di Malpensa: Silvio Berlusconi. Un aeroporto intitolato all’uomo che, secondo una sentenza di primo grado, si era servito proprio di Lavitola per pagare un senatore e tentare di far cadere un governo democraticamente eletto.
Racconto meglio: Lavitola è stato condannato in via definitiva a tre anni per aver intascato parte dei fondi destinati all’operazione che, secondo la sentenza di primo grado del Tribunale di Napoli del 2013, servì a pagare il senatore Sergio De Gregorio per far cadere il governo Prodi nel 2008. In quel processo, Berlusconi e Lavitola furono condannati in primo grado per concorso in corruzione; in appello il reato è stato dichiarato estinto per prescrizione. Non c’è stata assoluzione nel merito.
Può essere normale che la compravendita di senatori, i rapporti opachi, le condanne, le latitanze, i ricatti e quel sistema di potere che lo collegava direttamente a Silvio Berlusconi siano rimasti sotto l’ombrellone per non fare esplodere nessuna contraddizione davanti alla stramaledetta targa di un aeroporto internazionale?
Lungi da me rovinare i festeggiamenti privati e il lutto di una famiglia che continua a vivere dei conflitti d’interesse del padre, giocando al primo gioco di ruolo di un partito teleguidato da una holding familiare. Ma che razza di Paese è quello in cui si passano mesi a insinuare dubbi sulla vittima di un attentato e si chiude la stagione celebrando chi aveva utilizzato il faccendiere al centro di quella storia per la compravendita di parlamentari?
Le responsabilità sull’attentato a Ranucci dovranno essere accertate dalla magistratura. Non si sostituiscono i giudici con i titoli dei giornali, né con le campagne social. Ma proprio per questo è intollerabile il doppio standard: a Ranucci si chiede conto delle sue amicizie, mentre a Berlusconi si intitola un aeroporto. In sostanza colpevole è chi ha denunciato, chi invece ha esercitato il potere attraverso personaggi discutibili è consegnato alla memoria pubblica come un padre della patria.
Vale allora la pena ricordare i fatti, non le leggende. Berlusconi ha avuto una condanna definitiva per frode fiscale nel processo Mediaset, con interdizione dai pubblici uffici. È stato coinvolto in procedimenti per corruzione, finanziamento illecito, falso in bilancio e corruzione in atti giudiziari, conclusi in casi diversi con assoluzioni, prescrizioni, archiviazioni o amnistie. La condanna definitiva resta una, quella per frode fiscale. Questo è il punto: non si tratta di negare il peso politico o imprenditoriale di Berlusconi. Si tratta di rifiutare la rimozione. Di ricordare che dietro la narrazione del self-made man c’erano conflitti d’interesse, leggi ad personam, rapporti con faccendieri e un’idea proprietaria delle istituzioni.
Una storia italiana. Così titolava l’opuscolo illustrato, distribuito in milioni di copie a tutte le famiglie del Paese alla vigilia delle elezioni politiche del 2001. Con intento agiografico ed elettorale, celebrava le doti umane e imprenditoriali di Silvio Berlusconi. Oggi quella stessa operazione sembra ripetersi nello spazio pubblico: si rimuovono i fatti e così si costruisce il mito. A quel punto gli si assegna un luogo simbolico da cui accogliere milioni di viaggiatori.
KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.