La rabbia dei giovanissimi: 'E' l'unico modo per farci sentire'
Fuori in strada non c'è quasi più nessuno quando esce uno degli ultimi, Alessandro, mentre Lallo lo aspetta fuori: "devo riprendere le mie cose frà, non ho più neppure il cellulare", dice imprecando. Poi tornano verso il gabbiotto dell'entrata della Questura. Ora sono smarriti e confusi. Quattro dei duecento ragazzi fermati ieri dagli agenti, accusati dei disordini nel centro di Milano, sono di nuovo liberi ma consapevoli che potrebbero tornare in quegli stessi uffici da un momento all'altro.
Ma hanno voglia di parlare. Per spiegare. "Quanto è successo è giusto, serve a far capire a chi c'è lassù cosa proviamo noi. É l'unico modo per farsi sentire, altrimenti saremmo sempre visti come 'zanza' o 'maranzini'. Non siamo cattivi ragazzi, non è che se ci vedete così siamo cattivi", dice Lallo, 18enne italo albanese che assieme a suo fratello Lele (sono entrambi soprannomi scelti da loro) sono arrivati da Bellano Bonzeno, paesino del Lecchese dove vivono con i genitori: lavora solo il padre, come facchino. Dopo la chiamata alla piazza sui social, si sono messi in treno per Milano: "c'è tutto su Tik Tok o Facebook, la voce si sparge e alla fine è successo quello che doveva succedere".
È da lì che è partita anche la loro mobilitazione, sfociata nelle devastazioni per le vie del centro della città. Loro sono ancora vestiti di nero, nessuna testa rasata o particolare segno di riconoscimento a parte i tatuaggi che spuntano dalla maglia e vecchi segni di bruciature sulle mani di uno di loro, come sigarette spente sulla pelle. In tasca hanno il foglio della denuncia con l'elenco degli effetti personali e adesso, assieme ad altri, stanno cercando di comunicare con i genitori: "saranno preoccupati, devo avvisarli. Avete Instagram, così li contatto mia madre dal mio profilo?", chiede Lallo.
"Purtroppo è meglio la violenza. Non sanno ascoltare, sarebbe stato molto più facile e sarebbero successi meno danni": Alessandro, poco più che maggiorenne, viene da San Donato vive da solo e fino a un mese fa faceva lavoretti in nero come muratore, ha passato anni in una comunità per minori, e cova ancora tanta rabbia. Lui sostiene di essere di estrema destra, un 'vannacciano', e anche se gli amici al suo fianco la pensano al contrario questo conta poco. I motivi della protesta sono gli stessi: "Lo stipendio è troppo basso. Vogliamo svoltare la nostra vita e non riusciamo con le carte che abbiamo", dicono. "Anzi, torneremo in piazza - proseguono convinti - e non importano le conseguenze". E si alzerà lo scontro? "Sì finché le cose non cambiano, sarà così o peggio".
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Ma nelle periferie i sogni sono l'altra faccia della medaglia del rancore. "Mio padre è meccanico, prende ottocento euro al mese e dobbiamo viverci in tre. Io però nella vita vorrei fare trading, anche noi abbiamo dei sogni", dice Ale, che vive a Rho nelle palazzine popolari di Pioltello e indossa proprio una maglia di Decathlon, il brand del negozio sportivo preso d'assalto. "Io vorrei trovarmi un lavoro vero che mi piace, non chiedo di diventare milionario - dice invece Alessandro - . Vorrei crearmi una mia famiglia tra un po' di anni".
Lele invece è più diretto: "l'unico sogno che ho è di sistemarmi e levarmi dal c... dall'Italia. Suo fratello Lallo invece ammette: "a me basta stabilità e tranquillità". Come si sta in periferia? "Si sta...C'è gente a cui non piace, c'è gente a cui piace. Ci sono posti belli e posti brutti. La maggior parte delle periferie non sono belle, però te le fai andare bene. Perché da lì, dal basso, capisci il valore delle cose", riflette Lallo. Intanto affidano desideri e utopie ai social, dove il rapper Marracash, posta in queste ore immagini degli scontri di Milano e scrive: "Ecco da che parte sto. Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all'inizio. Con le buone non cambi le cose". Sono le stesse parole dei quattro giovani manifestanti venuti dalla periferia gridare al mondo l'esistenza davanti a vetrine rotte, ma senza guida né ideali: "Non esiste un leader, i leader siamo noi - dicono - . Il popolo è il leader. E chi si vuole far valere, va".
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