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Wednesday, October 7, 2026

“L’educazione affettiva va fatta anche agli adulti. Oggi la società punta sull’autonomia mentre impedisce tristezza e rabbia”

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“L’educazione affettiva va fatta anche agli adulti. Oggi la società punta sull’autonomia mentre impedisce tristezza e rabbia”

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“Le coppie di oggi nascono all’interno di una società complessa, dove si è passati dall’amore romantico – in cui se non sacrificavi parte di te in nome del progetto comune non crescevi – all’amore narcisistico, dove la coppia è al servizio di sé, con il rischio che possa essere un ostacolo. Questo è dovuto a diversi fattori, tra cui una società che punta molto sull’autonomia mentre impedisce l’espressione delle emozioni di tristezza e rabbia”. Lo psicoterapeuta Matteo Lancini ha pubblicato “A volte ti amo. La rivoluzione dei rapporti nel mondo fragile delle nuove relazioni” (Einaudi), che diventerà anche uno spettacolo in scena al teatro Carcano di Milano il 19 ottobre prossimo. Lavorare sulla “reciproca dipendenza affettiva“, afferma il presidente della Fondazione Minotauro di Milano, “non vuol dire sacrificarsi ma riuscire a mettere insieme un progetto individuale con un progetto di coppia, riconoscere i nostri bisogni, negoziando al tempo stesso con l’altro. E imparare anche a lasciarsi, senza ‘ghostare’, sparire, ma elaborando i sentimenti che la separazione porta con sé”.

Lei sfata la convinzione diffusa che la generazione attuale di adulti abbia dato “troppo amore” ai figli e che questo amore faccia male. Può spiegarci questo tema?
Siccome ascoltiamo i figli molto più di quanto siamo stati ascoltati noi, abbiamo definito questo ascolto “troppo amore”. In realtà, mentre da un lato dicevamo ai figli (e agli studenti) “potrete crescere finalmente in una società libera, potrete esprimere voi stessi”, dall’altro il sottinteso era: “A patto che non ci costringiate a gestire delle emozioni che ci disturbano, perché non le abbiamo risolte e ci obbligherebbero a dedicarvi del tempo a elaborarle”. Quindi non sono le nuove generazioni ad essere state protette dalle frustrazioni, ma noi che gli abbiamo chiesto di essere protetti.

Nel libro lei sottolinea come la sessualità non sia fondamentale per i giovani di oggi. La sessualità, il contatto, portano inoltre fantasie angoscianti e di conseguenza anche la paura dell’abbandono.
Da un lato manca la legittimazione di tristezza e rabbia che servono a costituire la base di una mente adulta e non vanno viste subito come violenza o debolezza. Dall’altro c’è una spinta fortissima all’individualismo, all’autonomia, al fatto che oggi devi essere autonomo e non dipendere da nessuno. Questo mix tra non dipendere da nessuno e non essere legittimati ad esprimere emozioni credo sia la base delle difficoltà di oggi nel modulare la relazione di coppia e l’intimità con l’altro.

La paura della dipendenza è anche la paura di essere lasciati?
Sì, c’è nei giovani il timore enorme di fidarsi e poi essere delusi. Se dipendo da te e ci lasciamo c’è il rischio di crollare anche dal punto di vista del confine identitario. Se non ho delle esperienze sufficientemente salde per poter tollerare l’abbandono questo può essere devastante. Da questo punto di vista anche i vecchi schemi patriarcali vanno visti alla luce di questi cambiamenti. Posso fare una piccola provocazione?

Certo.
I partecipanti del famoso gruppo “Mia moglie” erano tutti adulti, allora forse non si può dire che quello che fanno i giovani è la stessa cosa; forse potremmo definirlo post-patriarcato. Altrimenti rischiamo di proiettare sui ragazzi modelli di funzionamento che sono cambiati. Ad esempio oggi non esiste più la trasgressione, anzi i maschi soprattutto si ritirano socialmente. Di nuovo, le radici affettive e culturali della violenza sono cambiate e vanno intercettate per comprenderla davvero. E bisogna capire bene la distinzione tra cura e controllo.

Può spiegare meglio?
Perché chiamiamo la geolocalizzazione dei figli e il registro elettronico della scuola come cura e la definiamo come controllo e possesso se avviene all’interno di una relazione? Insomma: la differenza tra cura e controllo è un tema delicato e gli interventi contro la violenza di genere devono tenere conto delle nuove complessità.

In conclusione, lei auspica un’educazione all’affettività. Non solo per i ragazzi.
Se deve essere davvero prevenzione l’educazione affettiva deve essere l’ascolto e la legittimazione delle emozioni e questo vale per tutti, anche per chi si professa adulto e progressista. Da questo punto di vista non si può fare didattica delle emozioni, serve appunto ascolto, in modo che queste ultime diventino parole che possono essere pensate e non agito violento.

Nel libro afferma che anche l’amore deve diventare simile all’amicizia.
Io penso che se siamo passati a una coppia che non sarà più per sempre, un’ispirazione può venire dalla tendenza a pensare un po’ di più ai valori propri del codice dell’amicizia, che non vuol dire eliminare la passione. L’amicizia è un sentimento sacro ed evolutivo, perché mentre la coppia, i figli, i genitori e persino docenti e studenti sono assegnati gli amici puoi sceglierli. Potremmo dunque passare dall’individualismo a una democrazia affettiva basata sull’amicizia e la fratellanza in cui non si rimuove il dolore, la fatica. E costruire una coppia dove si riconosca anche il fatto che, come dice il titolo del libro, a volte ‘ti amo, a volte no’.

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