Il decretaccio contro la Scuola: alcune considerazioni sul ‘tetto’ di Valditara
Il “decretaccio” (così lo definirò) approvato giovedì in Consiglio dei ministri sul tetto per gli alunni stranieri è l’ennesimo provvedimento frutto della somma ignoranza di chi presiede le nostre istituzioni. Non si offenda l’esimio professore della Lega ma è evidente che il ministro non conosce il lavoro dell’insegnante di scuola dell’infanzia, primaria o delle medie.
Sarà pure illuminato come lui pensa. Sarà osannato (dai suoi altrettanto illuminati elettori del pratone di Pontida che mi risultano essere quasi tutti pedagogisti, psicologi, linguisti etc). Passerà alla storia per le malefatte (sempre intenso nel termine latino) a cui ha costretto la Scuola (dalla censura all’educazione sessuale a quest’ultima assurdità) ma una certezza c’è: Valditara & Compagnia sono esperti nel fare confusione nella testa degli italiani perché in una classe di bambini non ci sono mai stati ad insegnare.
Io ci vado ogni giorno e quel che affermo lo dico per conoscenza.
Alcune considerazioni.
La prima: i bambini migranti che arrivano nelle nostre classi – anche quando non sanno l’italiano – sono una fonte di arricchimento culturale per gli italiani. Fino a trent’anni fa circa, in Italia, un bambino straniero non era contemplato. Culturalmente erano tutti “albanesi” (se avevano la carnagione chiara) e “marocchini” se scura. Fino a dieci anni fa molti non sapevano la differenza tra il Punjab e l’India. Dopo l’11 settembre 2001 i musulmani – per tanti – erano solo quelli di Osama bin Laden. Grazie a queste nostre classi abbiamo imparato a conoscere altre culture, altre feste, altri idiomi pur tenendo in classe il nostro dizionario e il Crocefisso.
La seconda: sono esclusi dalla “separazione” fissata con la percentuale del 30% i bambini migranti che hanno frequentato due anni di scuola dell’infanzia, l’aver completato con successo un triennio, l’essere nati in Italia e avervi risieduto fin dall’inizio del percorso scolastico. Gli altri, quelli che non conoscono bene la nostra patria lingua, faranno parte della quota da “separare”.
Valditara sa che ci sono bambini italiani che non possono andare all’infanzia perché non ci sono le scuole? Il ministro sa che ci sono alunni italiani nati in pianura Padana o a Palermo in abitazioni dove non esiste un libro? Il professore ha tutta questa fretta di occuparsi degli stranieri (come li chiama lui) ma dell’analfabetismo culturale italiano si dimentica? E’ persino facile fare propaganda così. Perché Valditara non si occupa di quei bambini italiani che non vanno mai in una libreria, a vedere una mostra, al cinema, ad un concerto?
La terza: non bariamo. Su un aspetto Valditara ha ragione. In una classe di 25 bambini, dove ci sono tre marocchini, due cinesi, tre indiani, un rumeno e un ucraino, non è facile far lezione soprattutto se il loro livello culturale (prima) e linguistico (poi) è differente. Molti di loro in quest’ultimi anni sono rimasti “indietro” perché non ce l’abbiamo fatta a seguirli.
La soluzione non è la quota, non è il tetto. Gesualdo Bufalino diceva che “Per combattere la mafia serve un esercito di maestri”. Così è oggi. Servono tanti maestri e professori. Uomini e donne che studino le culture, i sistemi scolastici di partenza di questi neo arrivati e che li affianchino nel percorso scolastico senza fare “ghetti”, “classi separate” o altre invenzioni da propaganda.
Una sola consolazione: in Italia le Leggi servono a fare campagna elettorale. Nessun preside segnalerà mai dei genitori agli assistenti sociali perché non sanno l’italiano (come lo misura oggettivamente? Con un test?). Nessun assistente sociale obbligherà queste madri e padri ad andare a scuola a cinquant’anni.
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