Polemiche sulla nuova pubblicità di iPhone. Ma a uscirne vincitrice è sempre Apple
di Marco Marangio
Il marketing non va mai in vacanza. Soprattutto a Milano e soprattutto quando si tratta di Apple. La vicenda è ormai nota a tutti: la Casa del “melafonino” è uscita in comunicazione con un maxi-cartellone in via Melchiorre Gioia. Il claim della campagna è uno dei suoi più noti: “Relax, it’s iPhone” che in italiano è da sempre stato tradotto con “Tutto ok, è un iPhone”.
Fin qui non ci sarebbero stati problemi. Eppure il punto critico della campagna non è tanto nel claim, quanto piuttosto nella sua controparte visual: un bambino tiene in mano un iPhone, visivamente sporco perché “vissuto” proprio tra le mani di un “infante”.
È proprio in questo contesto che si è sviluppata tutta la vicenda di critica e di contestazione. A muoversi, prima fra tutte, è stata Marina Terragni, Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza del Comune di Milano. Terragni ha dapprima accolto le segnalazioni dei cittadini e poi si è mobilitata in via ufficiale segnalando lo spot alle autorità competenti, come Agcom.
Il resto si sa. La prima percezione sociale che si è avuta, si è soffermata sul suo aspetto più evidente: la nocività del “baby sitting elettronico”. Mettere un bambino di due anni dinanzi ad uno schermo vuol dire normalizzare un processo, di per sé, discutibile e controverso. Come controversa è stata la scusa ufficiale di Apple, il cui intento non era comunicare una forma di baby sitting elettronico, quanto piuttosto evidenziare una delle caratteristiche fondamentali del marchio: la robustezza del dispositivo.
Qui risiede uno dei punti fallaci della comunicazione di Apple. Veicolare un messaggio è uno dei punti più importanti e delicati di una campagna marketing di questo tipo. Soprattutto quando la campagna è legata in modo indissolubile alla sua controparte visuale, oltre che al suo claim.
La pubblicità non viene interpretata soltanto sulla base degli intenti dell’azienda, ma anche attraverso il contesto sociale e culturale nel quale viene esposta. Questo perché una pubblicità di tale livello non è solo una semplice pubblicità: è una pubblicità che entra nella società.
Nonostante tutto e al netto delle polemiche, anche eccessive, che sono state mosse, chi ne esce ugualmente vincitrice è sempre Apple. Grazie alle discussioni nate attorno alla vicenda, la campagna è passata dalla sua dimensione fisica e cartellonistica ad una dimensione social, divenendo virale. Insomma, “nel bene e nel male, purché se ne parli” per dirla alla Wilde. Per tutto il resto, potremmo parafrasare lo stesso claim Apple, affermando che è “tutto ok: è marketing!”.
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