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Sunday, September 13, 2026

Madre e figlia avvelenate con la ricina, risentita ancora una volta l’amica di infanzia di Gianni Di Vita

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Madre e figlia avvelenate con la ricina, risentita ancora una volta l’amica di infanzia di Gianni Di Vita

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È tornata negli uffici della Squadra Mobile di Campobasso la professoressa di matematica dell’Istituto agrario di Riccia, amica d’infanzia di Gianni Di Vita, marito di Antonella Di Ielsi e padre di Sara Di Vita, le due donne morte in ospedale a Campobasso dopo essere state avvelenate con la ricina a Pietracatella alla fine dello scorso dicembre. La donna è stata ascoltata per circa quattro ore come persona informata sui fatti nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Larino sulla morte per avvelenamento da ricina di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita. La professoressa è entrata negli uffici di via Tiberio intorno alle 8 ed è uscita poco dopo mezzogiorno. Era già stata sentita più volte dagli investigatori: nelle ore di Ferragosto e poi ancora il 20 agosto, quando era stato effettuato anche un confronto con Gianni Di Vita. Non risulta indagata.

Gli approfondimenti avrebbero riguardato in particolare i suoi rapporti con Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, e quelli con la stessa Antonella Di Ielsi. Tra le due donne, secondo quanto emerge, i rapporti sarebbero stati difficili e da tempo non si sarebbero più parlate. L’audizione si inserisce in un nuovo giro di convocazioni disposto dagli investigatori della Squadra Mobile, impegnati a ricostruire i rapporti personali e le relazioni delle persone più vicine alla famiglia Di Vita. Sabato pomeriggio è stata ascoltata a lungo una cugina dell’ex sindaco, mentre venerdì mattina era tornata in Questura per circa tre ore anche Laura Di Vita, cugina di Gianni.

Gli investigatori starebbero inoltre approfondendo alcune versioni contrastanti fornite dai testimoni su circostanze ritenute rilevanti per l’inchiesta. Il lavoro della Squadra Mobile non si è concluso con le audizioni degli ultimi giorni: altre convocazioni sono attese nei prossimi giorni. Tra gli elementi al centro degli accertamenti c’è anche l’Istituto agrario di Riccia. Dagli accertamenti informatici sarebbe emerso che da computer della scuola sono state effettuate ricerche e richieste di informazioni sulla ricina. Per ricostruire l’origine e la riconducibilità di alcune tracce telematiche sono stati attivati anche canali di cooperazione internazionale.

Ad aprile era stata esplorata anche la possibilità che il veleno fosse stato prodotto artigianalmente. Parallelamente, l’inchiesta si è mossa sul terreno della possibile origine della sostanza. La pianta da cui deriva è infatti presente anche in Molise. Da qui gli accertamenti all’istituto agrario di Riccia, a pochi chilometri da Pietracatella e su i cui computer sarebbero state effettuate ricerche sulla ricina già nei mesi precedenti ai fatti.

Un elemento che, da solo, non prova nulla – trattandosi di un contesto didattico – ma che è entrato nel radar degli investigatori anche grazie alle dichiarazioni di oltre cinquanta testimoni ascoltati. Le verifiche si erano estese anche a negozi specializzati in prodotti agricoli, nel tentativo di capire se la tossina o sostanze riconducibili possano essere contenute o ricavabili da materiali in vendita. È un passaggio delicato, perché la ricina, pur derivando da una pianta relativamente diffusa, richiede processi complessi per essere isolata in forma tossica. L’inchiesta, coordinata dalla procuratrice di Larino Elvira Antonelli, resta a carico di ignoti ed è condotta per l’ipotesi di duplice omicidio volontario aggravato dal mezzo venefico. Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita sono morte il 28 e il 27 dicembre 2025. Gli accertamenti tossicologici eseguiti successivamente hanno individuato la ricina nei campioni biologici delle due vittime. Tre settimane fa era emerso che l’uomo e la figlia maggiore non sarebbero stati mai esposti al veleno come ritenuto dagli esperti tedeschi del Robert Koch Institute di Berlino nominati dagli inquirenti per una consulenza.

Sul fatto che madre e figlia siano morte per avvelenamento gli accertamenti scientifici hanno ormai fornito elementi molto solidi. Le analisi del Centro antiveleni di Pavia avevano individuato la ricina nel sangue delle due donne in concentrazioni compatibili con un’intossicazione acuta. La relazione sull’autopsia, contenuta in 838 pagine, aveva inoltre chiarito che la quantità di tossina assunta e la rapidità con cui si era sviluppato il quadro clinico erano tali da non lasciare, di fatto, possibilità di sopravvivenza. Non ci sarebbe stata, dunque, una diversa terapia in grado di cambiare l’esito. La ricina non ha un antidoto specifico e, nel caso di Antonella e Sara, l’elevata concentrazione della tossina e la rapidissima evoluzione dei sintomi avevano reso inutile anche un intervento medico tempestivo. Da allora gli investigatori hanno ascoltato decine di persone e raccolto reperti, ricostruendo abitudini, spostamenti e contatti delle vittime. Ma a nove mesi dai fatti ancora non c’è una iscrizione nel registro degli indagati.

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