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Wednesday, September 23, 2026

Cassazione, per i maltrattamenti tutela anche nelle relazioni extraconiugali

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La natura extraconiugale di una relazione non può, da sola, escludere la configurabilità della convivenza ai fini del reato di maltrattamenti. È quanto afferma la Cassazione sottolineando che l'accertamento deve essere effettuato dal giudice in concreto, sulla base delle caratteristiche sostanziali del rapporto tra autore e vittima e senza attribuire valore decisivo ad aspetti formali come il matrimonio o la coabitazione.
    Secondo i giudici, infatti, il reato è posto a tutela non della famiglia in quanto tale, ma di diritti inviolabili come la dignità, l'integrità fisica e psicologica e la libertà individuale delle persone che fanno parte di un nucleo familiare o si trovano in un regime di convivenza.
    La natura parallela della relazione rispetto a un vincolo matrimoniale non consente quindi di qualificarla automaticamente come semplice "relazione affettiva", escludendo l'applicabilità del reato di maltrattamenti.
    Per la Corte, l'accertamento del giudice deve svolgersi senza valutazioni aprioristiche fondate esclusivamente sull'esistenza del matrimonio o della coabitazione e deve invece concentrarsi sul rapporto concretamente instaurato tra le persone.
    "Infatti, la relazione maltrattante si sviluppa su un legame in cui la volontà di dominio dell'autore si serve della paura, del condizionamento psicologico e manipolatorio, dei ricatti affettivi o economici di cui il vincolo, sentimentale o familiare, costituisce la precondizione agevolatrice", affermano i giudici. "In sostanza è proprio lo stravolgimento del rapporto di intimità, di fiducia e di reciproco affidamento — a prescindere dalla sua formalizzazione — ad esporre le parti al pericolo di vessazioni".
    La Cassazione sottolinea inoltre che l'articolo 572 del codice penale non richiede che l'autore delle condotte sia libero da altri vincoli, ma che tra lui e la persona offesa esista una delle relazioni, familiare o di convivenza, previste dalla norma.
    Nel caso esaminato, il provvedimento impugnato aveva dato conto di una serie di violenze che sarebbero state esercitate dall'indagato sia nei confronti della moglie convivente sia della compagna. L'utilizzo dei medesimi epiteti umilianti nei confronti di entrambe, quando esercitavano anche minimi diritti di libertà o si opponevano ai suoi comandi, è stato considerato sintomatico di un comportamento standardizzato diretto, secondo il Tribunale, a creare una forte disparità di potere.
    Per i giudici, attribuire un peso decisivo alla natura coniugale o extraconiugale della relazione ai fini della tutela penale finirebbe per determinare "una vera e propria discriminazione", perché condotte maltrattanti identiche per genesi, struttura e offensività riceverebbero un trattamento diverso sulla base del solo dato formale del rapporto.
    Ciò che conta, conclude la Corte, è quindi verificare concretamente se esista una convivenza nei suoi elementi sostanziali, indipendentemente dalla qualificazione formale della relazione. 
   

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