Bolsonaro a un passo dalla presidenza, a Lula servirà un miracolo
Flavio Bolsonaro è a un passo dalla vittoria. Tra venti giorni il Brasile, il Paese più importante e ricco del Sudamerica, molto probabilmente entrerà nell'orbita trumpiana, sancendo l'affermazione della cosiddetta Dottrina Donroe in tutta la regione. La sua affermazione cambierebbe le cose in Brasile ma anche al livello globale.
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Flavio ha già annunciato che indulterà il padre Jair, oggi ai domiciliari, condannato per il golpe del 2023, che ridurrà la spesa pubblica e userà il pungo duro contro il crimine. Novità anche sul fronte dell'ambiente: a suo giudizio "i vincoli limitano lo sviluppo dell'economia" e il riscaldamento globale è "un evento ciclico". Tutte cattive notizie per i difensori dell'Amazzonia, il polmone verde del pianeta, e per chi combatte il cambio climatico, qui come nel resto del mondo. Con lui presidente il Brasile entrerà poi nello Scudo delle Americhe, l'alleanza politico-militare regionale promossa dagli Usa. E l'avvicinamento a Washington potrebbe raffreddare i rapporti di Brasilia con Pechino, come con Bruxelles e mettere in difficoltà l'attuazione dell'accordo appena siglato tra l'Ue e il Mercosur.
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Il voto decisivo ci sarà al ballottaggio il 25 ottobre. Lula è indietro di circa 2 punti percentuali, ma gli altri candidati, che valgono insieme il 7%, sono molto più vicini alla destra che a Lula. Insomma all'anziano leader progressista servirebbe un miracolo politico per poter ribaltare la situazione: sarà molto molto difficile, ma non impossibile. Farà un appello a chi non è andato a votare - l'astensione è stata alta ma non altissima - e a chi ha votato bianca o nulla. Punterà sulla paura di riavere un Bolsonaro alla guida del Brasile. Ma anche se ci dovesse riuscire, il suo quarto mandato sarebbe un calvario, condizionato da una Camera dominata dalle destre e da un Senato in grado di nominare giudici supremi a lui ostili.
La probabile sconfitta di Lula segnerebbe il culmine di questo 'annus horribilis' per la sinistra latinoamericana che in pochi mesi è stata travolta dall'internazionale reazionaria: prima il Cile, poi il Perù, la Colombia, tutti i leader progressisti sono caduti come tessere di un domino sulla spinta di esponenti della destra trumpiana. La grande affermazione del figlio diJair è figlia di una grande voglia di cambio. Tra gli oltre 56 milioni di brasiliani che lo hanno scelto tantissimi lo hanno fatto non tanto per premiare il suo programma, quanto per farla finta con Lula che perde ovunque nel Paese, sia tra i ceti deboli sempre più indebitati, sia tra le classi medie che in questi anni si sono sentite tradite da una politica fortemente assistenziale. Un atteggiamento che è stato battezzato "antipetismo", avversione al Pt, il partito di Lula. Non ha caso le prime parole di Flavio dopo la vittoria sono state: "Oggi finisce l'era del Pt".
Insomma, l'impressione è che Lula sia apparso, stanco, forse troppo istituzionale, non più il sindacalista figlio del popolo, ma un uomo dell'establishment non più in grado di combattere le profonde ingiustizie che esistono nel Paese. Per cui è diventato l'obbiettivo dello scontento, di chi ha tanto e ha paura di perderlo, di chi teme le rapine, malgrado il tasso di omicidi sia calato. Ma anche di chi ha poco o nulla e vede i programmi sociali del governo, voluti dall'anziano presidente, insufficienti a migliorare le sue condizioni materiali.
Sul fronte opposto, hanno avuto grande successo alcuni giovani candidati, a metà strada tra politici e influencer, allergici al dibattito ma capacissimi di usare i loro social per attrarre l'attenzione. Con un linguaggio diretto promuovono un attivismo digitale rabbioso e molto efficace. Una di loro Eduarda Campopiano, 23 anni, eletta a San Paolo con 1,95 milioni di voti, ha scandalizzato tutti rivendicando l'intervento coloniale e sminuendo la cultura indigena. Interventi che sono diventati virali e l'hanno resa popolarissima.
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