NAZA, la recensione del documentario su Gaza alla Mostra del Cinema di Venezia

Girato di notte sui tetti di Tel Aviv, NAZA raccoglie le testimonianze anonime di ventiquattro tra ufficiali dell’intelligence e soldati israeliani per svelare, dall’interno, i meccanismi della calcolata uccisione di massa dei civili palestinesi a Gaza. Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro autori del premio Oscar No Other Land, firmano un documentario prodotto da The Guardian e da James Wilson, con Jonathan Glazer (La zona d’interesse) produttore esecutivo: un film costruito per sottrazione, sul buio e sul silenzio. La recensione dell’opera in Concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, distribuita in Italia da I Wonder Pictures
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Quello che devi sapere
NAZA, la recensione dello sconvolgente documentario su Gaza
C’è una parola, in ogni guerra, che lavora nell’ombra più di qualsiasi arma. È la parola che ammorbidisce, che leviga, che trasforma un cadavere in una cifra e una strage in una pratica amministrativa. Victor Klemperer, il filologo che nella Germania nazista annotava di nascosto la lingua del regime, l’aveva chiamata LTI, Lingua Tertii Imperii, mostrando come il Terzo Reich corrompesse le parole fino a svuotarle di senso. Sicché, quando i registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor intitolano il loro documentario con un acronimo militare, NAZA (da Nezek Agavi, «danno collaterale»), compiono un gesto tutt’altro che neutro: restituiscono alla parola il peso dei corpi che essa nasconde.
NAZA, presentato in Concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (anteprima mondiale in Sala Grande il 10 settembre 2026), è il nuovo film di due dei quattro autori di No Other Land, il documentario premiato con l’Oscar 2025. Prodotto da The Guardian e da James Wilson, con Jonathan Glazer nelle vesti di produttore esecutivo, raccoglie le testimonianze di ventiquattro tra ufficiali dell’intelligence e soldati israeliani per illuminare, dall’interno, i meccanismi di ciò che il film denuncia come genocidio, così come definito da una commissione delle Nazioni Unite e da importanti organizzazioni per i diritti umani.
Sui tetti di Tel Aviv, dove il buio fa parlare
Tutto accade di notte, sui tetti di Tel Aviv. È lì che i registi hanno condotto, nell’arco di tre anni, le loro conversazioni segrete con ufficiali e soldati coinvolti nella sorveglianza o nell’uccisione a distanza di civili palestinesi a Gaza. Volti e voci sono stati alterati digitalmente (una scelta imposta dalla necessità di proteggere fonti che, per loro stessa ammissione, si esponevano a ritorsioni da parte dello Stato israeliano), sicché ciò che vediamo sono sagome, profili, ombre che si stagliano contro lo skyline luminoso della città.
D’altronde, il buio non è soltanto una misura di sicurezza: è la cifra stessa del film, la sua tesi trasformata in luce. L’oscurità favorisce i crimini che devono restare segreti, ma parimenti favorisce l’onestà, giacché nel buio le persone dicono ciò che alla luce del giorno tacerebbero. I momenti più rivelatori di NAZA affiorano proprio quando le luci si spengono, in una confessione laica che non cerca assoluzione
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La lezione di La zona d’interesse
Che Jonathan Glazer figuri come produttore esecutivo non è un dettaglio da rotocalco. NAZA eredita in modo dichiarato la lezione etica de La zona d’interesse, il film con cui il regista britannico ha raccontato Auschwitz senza mai mostrarla, tenendo l’orrore fuori campo eppure, come lui stesso ha spiegato, «mai fuori dalla mente». Qui la geografia si ripete a parti invertite: la macchina da presa osserva Tel Aviv, centro liberale e benestante di Israele, mentre a una sessantina di chilometri di distanza Gaza viene distrutta. Gaza è presente attraverso la propria assenza.
Ogni sera, alle venti, milioni di israeliani si radunano davanti al telegiornale: un rituale nazionale che il film interroga come una bolla, filmando la città quasi fosse essa stessa sotto sorveglianza. Le finestre illuminate, la vita quotidiana che prosegue indisturbata diventano il controcampo silenzioso del massacro. Non stupisce che alla partitura sonora (accreditata per gli «altri droni») figuri Mica Levi, già firma delle musiche di Under the Skin e de La zona d’interesse: la medesima capacità di far vibrare il sottosuolo di un’immagine apparentemente quieta.
«NAZA», la lingua che nasconde la morte
Torniamo alla parola. NAZA è l’acronimo con cui, secondo il film, i servizi segreti israeliani indicano il numero di civili che si prevede di uccidere in un attacco aereo: il «danno collaterale» calcolato in anticipo. È qui che il documentario avanza la sua accusa più affilata: se le vittime sono previste e messe a bilancio, allora gran parte delle uccisioni non sarebbe un errore, bensì un esito consapevole. La questione, sostiene NAZA, è quella dell’intenzionalità, e i sistemi la rivelano non meno delle menti, attraverso le regole che fissano, gli obiettivi che autorizzano, i rischi che accettano.
Il film si innesta su anni di giornalismo d’inchiesta firmato da Abraham insieme a Harry Davies del Guardian (qui anche produttore), in collaborazione con la testata israelo-palestinese +972 Magazine e con il sito in lingua ebraica Local Call: le indagini sui sistemi di individuazione dei bersagli affidati all’intelligenza artificiale, battezzati (in un’ironia che gela il sangue) «Lavender» e «The Gospel», il Vangelo, poi confermati da New York Times, Washington Post e Associated Press. Nell’era dei big data, ammonisce il film, la macchina può produrre un flusso infinito di giustificazioni, trasformando ogni strage in un obiettivo generato dall’algoritmo. Tant’è che uno dei pilastri del diritto internazionale umanitario, il principio di distinzione tra obiettivi militari e civili, rischia di rovesciarsi nel proprio contrario.
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I diagrammi disegnati a mano di chi uccide a distanza
C’è un gesto, nel film, che vale più di mille statistiche. Ai loro intervistati i registi chiedono di illustrare gli avveniristici sistemi hi-tech con carta e penna, in diagrammi rudimentali tracciati a mano. Ne nasce un cortocircuito potentissimo: la tecnologia più sofisticata ridotta a scarabocchio e, insieme, la rivelazione di come chi opera quei sistemi veda e rappresenti le proprie vittime, riducendole a punti su uno schermo. È lo sguardo di chi uccide a distanza, restituito nella sua agghiacciante ordinarietà.
Le motivazioni di chi ha accettato di parlare, si intuisce, erano diverse: alcuni mossi da vergogna e senso di colpa, altri da un orgoglio quasi professionale per le competenze acquisite in anni di servizio nelle unità più segrete. Ma NAZA non si sofferma su di loro. È una scelta deliberata, e a tratti spiazzante: il baricentro del film resta l’uccisione in sé e ciò che la rende possibile, non il travaglio interiore di chi l’ha eseguita. Spostarlo, hanno spiegato gli autori, avrebbe significato allontanarsi dalle vittime, e non era ciò che volevano.
Primo Levi, la memoria e il silenzio da rompere
Alla conferenza stampa veneziana, interrogati sui riferimenti alla Shoah che pure attraversano il film, gli autori hanno maneggiato la materia con estrema cautela. Non un’equazione, hanno ribadito, bensì il riconoscimento di schemi ricorrenti di disumanizzazione: e non è un caso che, parlando dall’Italia, uno di loro abbia evocato Primo Levi e la sua riflessione su come un essere umano possa essere trasformato in cosa, in polvere da cancellare. Aleggia, sullo sfondo, anche la «banalità del male» di Hannah Arendt, richiamata da una domanda del pubblico.
Israeliani, ebrei, con sopravvissuti all’Olocausto nelle proprie famiglie, i registi rivendicano il diritto e il dovere di guardare in faccia la propria società, e respingono l’accusa di antisemitismo come una strategia per reprimere la verità. Il titolo stesso, del resto, è un manifesto contro il silenzio: quel silenzio che, come suggerisce NAZA, rende tutti un po’ complici, e che la parola-eufemismo serve a proteggere. Rompere quel silenzio, per gli autori, significa saper leggere nel presente gli schemi del passato e trarne lezioni universali, valide per i diritti di tutti.
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Il giudizio
NAZA non è un film che si guarda: è un film che chiede conto. Formalmente rigoroso, costruito per sottrazione, affida la propria forza non alle immagini esplicite della violenza (di cui ormai siamo saturi) ma al non detto, al fuori campo, al silenzio che circonda ogni testimonianza. È cinema che nasce dal giornalismo e lo eccede, in cerca di una verità che il solo reportage non potrebbe raggiungere.
Naturalmente, su un tema tra i più laceranti e controversi del presente, il film prende posizione senza ambiguità, dal punto di vista di due autori israeliani che scelgono di processare la propria società dall’interno. Come oggetto cinematografico e come atto morale possiede una gravità e una coerenza che ne fanno uno dei titoli più necessari e discussi di questa Mostra, nonché un serio candidato a lasciare il segno nel palmarès. In un festival che l’anno scorso si era acceso attorno a La voce di Hind Rajab, la Sala Grande torna a farsi cassa di risonanza di una ferita aperta.
D’altronde, tutto torna alla parola da cui siamo partiti. Finché un massacro può essere derubricato a NAZA, a danno collaterale, sarà più facile negarlo. E la negazione, avverte il film, è ciò che consente ai crimini di continuare. Spezzare quell’ultima, comoda parola è forse, nell’argomentazione di NAZA, il suo gesto più politico.
La scheda
NAZA — Regia: Yuval Abraham, Rachel Szor. Prodotto da: Harry Davies, Lindsay Poulton, James Wilson. Produttore esecutivo: Jonathan Glazer. Produzione: The Guardian / JW Films. Fotografia: Rachel Szor. Montaggio: Yuval Abraham, Rachel Szor, Harry Davies. «Altri droni»: Mica Levi, Rudi Zygadlo. Regno Unito, 2026, 80’. In Concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (anteprima mondiale il 10 settembre 2026). Distribuzione italiana: I Wonder Pictures.
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