Giornata della nonviolenza: da Kant a Gandhi, il pensiero razionale contro il falso mito della deterrenza
Quando Immanuel Kant, nel 1795, scriveva a Königsberg il Progetto per una pace perpetua, indicando tra gli “articoli preliminari” a questo scopo l’abolizione degli eserciti permanenti perché “essi minacciano continuamente di guerra gli altri stati, essendo sempre pronti ad entrare in scena armati di tutto punto”, non poteva immaginare che il suo paese natale – allora capitale della Prussia orientale – diventato la città russa di Kaliningrad dopo la sconfitta della Germania nazista, sarebbe stato il possibile epicentro della Terza guerra mondiale. Eppure, il grande filosofo illuminista aveva messo in guardia, tanto i suoi contemporanei quanto i posteri, sulla fallacia logica della deterrenza militare perché la corsa agli armamenti di uno stato incita gli altri “a superarsi nella quantità degli armamenti, che non conosce limiti”. Oltre al fatto che le ingenti spese sostenute per questi armamenti risultano per i bilanci degli stati più opprimenti di “una breve guerra” (le guerre, negli intenti di chi le scatena, sono sempre brevi), per cui diventano “essi stessi causa di guerre aggressive, per liberarsi di un tale peso”.
Del resto, la poco nota vicenda del tenente colonnello sovietico Stanislav Petrov dimostra che non è stata la deterrenza nucleare ad aver salvato fino ad ora l’umanità, come ripete ossessivamente la narrazione bellicista, ma chi ha interrotto gli automatismi della follia. Petrov il 26 settembre del 1983 era di turno ai monitor che sorvegliavano lo spazio aereo, quando sullo schermo si accesero un certo numero di spie luminose: significava che un grappolo di missili nucleari USA erano in arrivo. Il protocollo prevedeva l’immediato contrattacco massiccio da parte sovietica – la deterrenza nucleare “funziona” se sei disposto ad usare davvero quelle armi – che avrebbe provocato un altrettanto attacco massiccio statunitense. Petrov, invece, non seguì il protocollo, usò l’intelligenza anziché la procedura, non delegò alle gerarchie ma pensò che si potesse trattare di un’avaria del sistema e non avviò alcun dispositivo di risposta. Salvando l’umanità.
Ma sia l’insegnamento di Kant, che anticipava gli innumerevoli studi contemporanei sul “dilemma della sicurezza”, ossia sulla contro-produttività della corsa agli armamenti in termini di sicurezza per tutti, che la vicenda di Petrov – oggi il 26 settembre è la Giornata internazionale per l’abolizione totale delle armi nucleari – non hanno insegnato nulla ai governi armati che si fronteggiano nuovamente in Europa, con la guerra in Ucraina, le armi nucleari e le esercitazioni militari. Da un lato l’Unione Europea a rimorchio della Nato – anziché essere Terzo mediatore in una Conferenza internazionale di pace che costruisca un assetto europeo cooperativo e multipolare, dopo l’89, dall’Atlantico agli Urali – rifornisce di armi l’Ucraina ed accerchia Kaliningrad, esclave russa tra la Polonia e la Lituania, per sconfiggere Mosca; dall’altro la Russia dopo aver invaso l’Ucraina ricorda a tutti di essere una potenza nucleare, minacciandone l’uso, se si sente minacciata.
Già nel 2019 un gruppo di ricercatori dell’università di Princeton, guidati dal professor Alex Glaser, svolse una simulazione sugli effetti di una guerra nucleare tra Russia e Nato. Il modello era basato sulla reale dotazione nucleare delle potenze in campo e sui rispettivi obiettivi strategici ed aveva come ipotesi di avvio un primo colpo “tattico” nucleare partito proprio da Kaliningrad, con l’obiettivo di fermare l’avanzata della Nato verso i confini russi, e la conseguente risposta nucleare Usa-Nato. La previsione realistica fu che in soli 45 minuti sarebbero stati causati 85 milioni di morti, senza contare le innumerevoli vittime legate agli effetti successivi delle radiazioni nucleari. Una immane e repentina ecatombe dell’umanità e della civiltà. Prima che la simulazione diventi realtà, è dunque necessario cambiare paradigma: passare dal pensiero magico della deterrenza militare a quello realista della de-esclation, del negoziato e del disarmo.
Il 2 ottobre, compleanno di Mohandas K. Gandhi, è la Giornata che le Nazioni Unite hanno dedicato alla nonviolenza: anche dall’insegnamento di Gandhi vengono preziose indicazioni per non finire nella catastrofe nucleare. “La morale che si può trarre dalla spaventosa tragedia provocata dalla bomba atomica” – scriveva Gandhi all’indomani di Hiroshima e Nagasaki – “è che una bomba non può essere distrutta da un’altra bomba, come la violenza non può essere eliminata dalla violenza. Il genere umano può liberarsi dalla violenza soltanto ricorrendo alla nonviolenza”. Da Kant a Gandhi si svolge, insomma, un discorso razionale, una “critica della ragione bellica” (per dirla anche con Tommaso Greco) e dei suoi cultori contemporanei, accecati dal mito bellicista e dai giganteschi profitti della corsa agli armamenti.
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