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Sunday, September 13, 2026

Rispunta la flat tax fino a 100mila euro: perché è iniqua, non fa calare l’evasione e viola la normativa Ue sull’Iva

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Rispunta la flat tax fino a 100mila euro: perché è iniqua, non fa calare l’evasione e viola la normativa Ue sull’Iva

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L’avvicinarsi dell’appuntamento con la legge di Bilancio fa rispuntare, puntuale come la promessa di ridurre la tassazione sulle tredicesime, anche l’allargamento della flat tax per le partite Iva. L’obiettivo di portare da 85mila a 100mila euro il tetto di ricavi entro il quale autonomi e piccole imprese possono accedere al regime forfettario era nel programma del centrodestra per le elezioni del 2022. E da allora, con cadenza annuale, qualche esponente di maggioranza lo rispolvera nel tentativo di tenersi buono un bacino di voti composto da professionisti ad alto reddito. Nei giorni scorsi è stato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a dire che c’è “l’opportunità di elevare ancora il limite” ma per farlo occorre “negoziare con l’Europa”. Nessun riferimento alla necessità di coperture: fin dai tempi di Silvio Berlusconi, del resto, nella narrazione del centrodestra la tassa piatta è win-win: meno tasse, più emersione, più attività dichiarate e dunque, alla fine, più entrate fiscali. Ma del mitico “effetto Laffer” – la teoria per cui oltre un certo livello di aliquota il gettito tende a diminuire e abbassando l’imposizione si ottiene il risultato opposto – in realtà non c’è traccia. Quel che è sicuro è che il forfettario è una beffa per lavoratori dipendenti e pensionati su cui grava ormai quasi interamente l’Irpef ed è finito nel mirino sia di Bruxelles che del Fmi per la sua iniquità e gli effetti deleteri sulla base imponibile.

Non fa emergere il nero

Che gli ormai quasi 2 milioni di autonomi, ditte individuali e professionisti che hanno scelto il regime forfettario paghino “meno tasse” non c’è dubbio: stando all’ultimo Rapporto annuale sulle spese fiscali del ministero dell’Economia, il regime forfettario determina ormai 3,49 miliardi di euro l’anno di minori entrate per l’erario, considerando gli effetti sia sulle imposte dirette sia sull’Iva. Ma l’idea che l’imposta sostitutiva del 15% “si ripaghi da sola” grazie alla maggiore fedeltà fiscale non ha mai trovato riscontro. Anzi. La Commissione di esperti indipendenti incaricata dal Mef di stimare l’evasione ha segnalato già nel 2022 quello che gli addetti ai lavori definiscono “effetto di autoselezione: in parole povere, per non superare la soglia di reddito oltre la quale tornerebbero nel regime Irpef le partite Iva sono indotte a dichiarare di meno. Cioè a fare più nero.

Due anni dopo l’economista Alessandro Santoro, ex presidente della Commissione, nel libro Evasione fiscale – Ridurla (molto) si deve e si può ha notato che se nei primi anni di applicazione (tra 2016 e 2018) il reddito medio dei forfettari (proporzionale al fatturato dichiarato secondo percentuali variabili da settore a settore) era cresciuto più di quello dei contribuenti Irpef, dopo l’innalzamento a 65mila euro della soglia di fatturato voluto dalla Lega nel 2019 è successo il contrario. E la media dichiarata da chi sceglie la flat tax è rimasta sotto i 17mila euro. Il che fa dubitare che concedere a una platea più ampia di pagare di meno abbia fatto diminuire l’evasione. Se si allarga l’analisi anche a 2023 e 2024, dopo l’ulteriore ampliamento a 85mila euro, mantenendo come base i dati sui redditi 2019 il reddito medio dichiarato dai forfettari risulta salito del 23,7% (a 17.190 euro), contro il +21,1% degli autonomi e imprenditori individuali rimasti nell’Irpef (40.900 euro). Una differenza troppo contenuta perché si possa sostenere che la tassa piatta abbia favorito l’emersione.

Uno schiaffo all’equità

Detto dell’efficienza, l’altra questione su cui il centrodestra sorvola è quella dell’equità. L’esistenza di un prelievo forfettario riservata solo ad alcuni contribuenti in base alla loro fonte di reddito è, come rilevato a più riprese da Ufficio parlamentare di bilancio, Bankitalia e Commissione europea, una palese violazione del principio dell’equità orizzontale, quello per cui a parità di capacità economica il prelievo dovrebbe essere lo stesso. E la differenza non è marginale. Il 15% non si applica al reddito effettivamente prodotto: la base imponibile viene calcolata forfettariamente, appunto, applicando ai ricavi coefficienti fissati per legge, con la deduzione dei contributi previdenziali. Questo può produrre, per un autonomo, un carico fiscale più basso di oltre 10mila euro rispetto a quello di un dipendente con un reddito comparabile che resta – suo malgrado – dentro l’Irpef progressiva.

Le bocciature della Ue e dell’Fmi: “Eliminarla”

Bruxelles ha più volte contestato l’estensione del forfettario sia perché inefficiente problemi di efficienza ed equità. Non solo: nell’ultimo Country report sull’Italia, pubblicato a giugno, aggiunge che il regime disincentiva le micro imprese a diventare più grandi o fondersi: l’altra faccia dell’effetto di autoselezione di cui sopra. Più in generale, ha sintetizzato la Commissione, “i regimi speciali per i lavoratori autonomi e il crescente ricorso a forme temporanee di tassazione piatta sui redditi personali rendono il sistema fiscale molto complesso, ne indeboliscono la progressività e erodono la base imponibile, determinando una significativa perdita di gettito“. Motivo per cui anche il Fondo monetario internazionale, nel rapporto sulla Penisola di fine maggio, ne chiede l‘eliminazione tout court. E nelle ultime Raccomandazioni specifiche Ue per la Penisola figura, insieme alla richiesta di potenziare la lotta all’evasione, quella di invertire la rotta rispetto alla tendenza a svuotare l’Irpef lasciando che se ne facciano carico, quasi da soli, i soliti noti.

Per arrivare a 100mila euro vanno cambiate le norme europee

Non è però delle contestazioni di Bruxelles che parla Giorgetti quando evoca negoziati con la Ue. Il punto è che la normativa nazionale in questo caso deve rispettare un paletto comunitario, quello sull’Iva, il cui gettito contribuisce al bilancio dell’Unione. Chi è nel forfettario non la applica sulle fatture e non può detrarla sugli acquisti. Ma la normativa europea sulle piccole imprese stabilisce per l’esonero dall’imposta una soglia nazionale massima di 85mila euro. L’Italia è già arrivata al limite: per salire a 100mila euro occorrerebbe cambiare le regole europee. Improbabile, per essere generosi, riuscirci entro la prossima legge di Bilancio.

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