La figlia trans sepolta con la foto di quando era uomo, la Spagna li processa
Come nell'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, dove i morti affidano agli epitaffi la memoria delle loro vite, anche la tomba di Daniela oggi racconta una storia. Che, tuttavia, non è la sua. I genitori la seppellirono con un nome maschile e una fotografia che la ritraeva prima della transizione e non restituisce la persona che era. Ora entrambi sono indagati a Novelda, nella provincia di Alicante, per un possibile reato d'odio, dopo la denuncia presentata dall'associazione Euforia Familias Trans Aliadas alla Procura. Nel primo caso in Spagna che affronta in sede penale una presunta lesione post mortem dei diritti di una persona trans.
Daniela M.S. era nata nel 2000 a Santiago del Cile e a due anni era stata adottata da una coppia spagnola a Santander. Secondo l'esposto dell'associazione e il racconto delle persone che le erano vicine ripreso da El Pais, fin da bambina aveva manifestato il proprio disagio rispetto al genere alla nascita.
A dieci anni, racconta la denuncia, la famiglia si rivolse a un centro psichiatrico con l'obiettivo di farle "recuperare i valori cristiani con cui era stata cresciuta". E fu sottoposta a trattamento farmacologico e psicologico. Quando, tra i 13 e i 14 anni, inizò a identificarsi come ragazza trans, sarebbe stata mandata diversi mesi in un convento in Cantabria per "recuperare la sua mascolinità e sanare le ferite emotive".
A 16 anni, una crisi psichiatrica portò Daniela in ospedale e, dal 2017, fu seguita da un servizio specializzato nell'assistenza alle persone trans, dove inizò le terapie ormonali e un percorso psicologico. Nel frattempo, i genitori persero la tutela della figlia, che a 18 anni si trasferì a Madrid, cercando di costruirsi una vita autonoma. Tuttavia, anche lontano dalla famiglia, la ragazza ha dovuto affrontare nuove difficoltà. Dopo un tentativo di suicidio seguito a molestie online, entrò in una comunità protetta. Nel 2020 raggiunse una maggiore indipendenza, iniziò a lavorare condividendo la casa con un'amica. Ma, secondo le persone a lei vicine, perse il lavoro dopo aver manifestato la propria identità transgenere. Due anni dopo, a seguito di una nuova crisi, cercò i genitori. Avrebbe dovuto incontrarli a Santander il 16 aprile 2022 ma loro non si presentarono.
Dopo la morte, Daniela fu sepolta nel pantheon della famiglia e sulla lapide venne utilizzato il 'necronimo', il nome assegnatole alla nascita, nonostante avesse completato un anno prima il cambio di identità. La Procura sostiene che i genitori abbiano utilizzato il nome maschile "in modo consapevole, premeditato e deliberato" e che abbiamo continuato a riferirsi a Daniela "negando e invalidando apertamente la sua identità di genere". Per la Procura, si potrebbero rivelare "una volontà innegabile di umiliazione" e configurare un reato di odio, in base all'articolo 510 del Codice penale spagnolo.
"La dignità persiste dopo la morte", ha affermato il legale Saul Castro, secondo cui la vicenda rappresenta. "Qualunque cosa dicano i familiari o gli eredi, le persone trans devono essere sepolte e ricordate nel rispetto dell'identità che hanno vissuto in vita", ha aggiunto sottolineando che si tratta del primo caso in Spagna "che indaga un danno post-mortem alla dignità di una persona transgenere".
La storia di Daniela richiama quella di Antonia, una donna trans che la famiglia fece seppellire con abiti maschili e il nome di Giampaolo, ricevuto alla nascita, protagonista del docufilm 'Le favolose' (2022) di Roberta Torres. Per Daniela quella memoria è ora affidata alla giustizia. Perché possa avere una tomba con il suo volto e il suo nome.
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