Il decreto Scuola nasce vecchio e superato: sarebbe il caso di concentrarsi sul futuro
Il nuovo decreto scuola licenziato dal Consiglio dei Ministri, tra i molti difetti, ne ha uno fondamentale, cioè nasce vecchio e superato. Le misure previste esistono già, bastava solo applicarle in maniera ragionevole. Il ministro Valditara sta cercando, malamente, di rivendere quello che è già disponibile, o che si era dimostrato del tutto inutile.
Cominciamo intanto dalla nuova denominazione degli Istituti superiori che diventeranno per legge Licei. Gli Istituti Tecnici assumeranno la denominazione di Licei Tecnologici e gli Istituti Professionali quella di Licei Professionali. Finalmente tutti i genitori potranno dire, con orgoglio, che il loro figlio o figlia frequenta il liceo, finendo così, almeno sulla carta, un’antica discriminazione. Questa ridenominazione era già stata tentata dalla ministra Moratti nel 2003 con la creazione di otto Licei che avrebbero dovuto sostituire gli Istituti tecnici. Naturalmente la sostanza, cioè l’organizzazione didattica, rimaneva la stessa e così con la mossa di Valditara. La grande confusione è stata poi eliminata nel 2007 dal ministro Fioroni che è tornato, per coerenza, alla denominazione tradizionale. Ora Valditara ci riprova: cambiare il nome per non cambiare nulla. Una vera e propria presa in giro per studenti e famiglie.
Poi c’è l’ingresso del latino alle medie inferiori, addirittura con un decreto legge. Anche qui nessuna novità. Sempre Valditara già due anni fa con un decreto ministeriale aveva previsto questa possibilità, sotto la sigla di Latino per l’educazione linguistica, alle medie inferiori. La scelta era decisa dalle famiglie, assecondata dalla scuola e si prevedeva un’ora alla settimana. Credo di non sbagliarmi nel dire che in Italia nessuna scuola pubblica abbia attivato questo percorso latinista, per l’ovvio motivo che avrebbe sottratto 33 ore annuali all’insegnamento della lingua italiana.
Il ministro è tornato ancora alla carica per soddisfare un suo capriccetto, dal momento che insegna all’università Diritto Romano. Diversamente, Valditara poteva prevedere delle risorse per dei corsi pomeridiani di latino, che forse sarebbero stati graditi, ma non lo ha fatto.
C’è poi la questione del tetto del 30% agli studenti stranieri, la misura più rilevante. Anche qui c’è poco di nuovo. Non solo esiste la vecchia circolare ministeriale del 2010 che appunto introduceva questo tetto, ma è ben noto quanto delicata e complessa sia la formazione delle classi. I dati ci dicono che il decreto, se mai il Presidente lo firmerà, vale solo per un piccolissimo numero delle 400.000 classi della scuola italiana (forse mille?) risultando, dove serve, inapplicabile perché la concentrazione degli studenti dipende da fattori extrascolastici. Invece è vero che il 60% degli studenti stranieri è nato in Italia e completerà il suo percorso in Italia.
Urgente è allora introdurre lo ius scholae: chi si diploma alle superiori dopo aver completato i cicli scolastici dovrebbe ottenere automaticamente la cittadinanza italiana.
Il decreto definisce poi in maniera nuova e curiosa lo status dello studente straniero da conteggiare nel calcolo del 30%. Credo che questa astrusa specificazione sia stata inserita per non infastidire il Colle. Siamo arrivati alla situazione del tutto anomala che l’attività legislativa è definita dalla relazione sempre più tesa tra il Governo e il Presidente della Repubblica, con il Parlamento oramai fuori causa perché sempre sotto il ricatto del voto di fiducia.
Con questo decreto-scuola farsa le problematiche scolastiche improvvisamente sono state sbattute al centro della campagna elettorale, già iniziata dal centrodestra. Non sia mai però che, nonostante le vuote diatribe ideologiche e l’insulsa propaganda di parte, una volta posato il polverone mediatico, non possano uscire delle proposte utili per affrontare i veri nodi del nostro sistema scolastico che deve guardare al futuro, più che a un mitico passato sovranista e latinista.
Un primo passo, veramente importante, potrebbe essere quello di facilitare la strada ai cittadini di domani. Se la scuola non forma dei bravi cittadini, chi altro lo potrà fare? Lo ius scholae non è né di destra e neppure di sinistra, ma un diritto fondamentale che dovrebbe essere riconosciuto in nome dei valori costituzionali. Prima si rimedierà a questa stortura e meglio sarà per la scuola, ma anche per la società intera.
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