La Sicilia in dissesto idrogeologico: alluvioni, strade a pezzi e scuole distrutte. Ma il collasso è ovunque
di Gaetano Failla
Se Alcide De Gasperi uscisse oggi dalla Conferenza di pace di Parigi, o se Giuseppe Garibaldi decidesse di marciare nuovamente verso Palermo, lo shock non arriverebbe dalle ferite della storia, ma dall’immobilità del presente. A mio avviso, se una forza superiore potesse costringere chi ha responsabilità amministrative a guardare la terra dall’alto — non dai voli istituzionali, ma per scorgere le cicatrici di un territorio abbandonato prima delle tempeste — il quadro si rivelerebbe per ciò che è: un fragile equilibrio burocratico ed edilizio, dove la natura solleva il velo sull’incuria umana.
Le cronache non lasciano spazio a sconti. Personalmente penso che non servano grandi cataclismi per vedere il collasso. Bastano le piogge costanti a trasformare i cavalcavia di Palermo in laghi artificiali. Spostando lo sguardo, si vedono le alluvioni cicliche di Lipari e Siracusa, dove l’acqua rivendica spazi sottratti da canali di scolo inesistenti, o la tragica fragilità della casa crollata vicino Messina, dopo diversi tremori, fino alla frana di Niscemi. In ognuno di questi luoghi, l’emergenza viene trattata come una fatalità improvvisa, quando a mia opinione è spesso la conseguenza di decine di manutenzioni ordinarie ignorate.
Questo scenario si riflette drammaticamente anche sulla rete viaria. Penso ad esempio alle infinite manutenzioni straordinarie autunnali e invernali sulle tratte PA/ME e ME/CT, dove le condizioni meteo allungano inevitabilmente i tempi dei cantieri, facendone lievitare i costi. Ci ritroviamo così con interminabili tratti autostradali limitati a 60 km/h: una realtà lontanissima dai proclami sull’Alta Velocità legati al Ponte di Messina. Viene da sorridere amaramente pensando che, mentre l’Europa immagina corridoi scandinavi per unire la Sicilia a Helsinki, i siciliani faticano a spostarsi in sicurezza tra le proprie province.
L’esempio più doloroso di questa fragilità si è consumato a Marsala, nella succursale dell’istituto De Gasperi a Terrenove. Una struttura circondata da strade buie, dove la sicurezza era un miraggio reclamato invano dai genitori. Quando le violente trombe marine hanno sventrato l’edificio, distruggendo i laboratori informatici, la natura ha agito quasi come una minaccia mafiosa terrestre d’avvertimento. Il vento estremo ha soltanto accelerato ciò che il disinteresse stava lentamente consumando.
Ed è qui che, a mio parere, si inserisce il paradosso più stridente. Ogni anno le istituzioni si radunano per commemorare le vittime di mafia. Si assiste al rito solenne del “Silenzio fuori ordinanza”, suonato dalle trombe ufficiali. Ma quel suono rischia di apparire vuoto. Credo che i magistrati, i poliziotti e i cittadini caduti per mano della criminalità non avrebbero voluto essere omaggiati da una retorica di facciata; avrebbero voluto continuare il loro lavoro all’interno di uno Stato efficiente, trasparente e sicuro.
Dal mio punto di vista, in un Paese del G7 che aderisce all’Agenda Onu e ai suoi 17 obiettivi di sviluppo sostenibile, il cittadino ha il pieno diritto di esprimere la propria opinione. Per cambiare il ritmo del rispetto verso la collettività serve un giornalismo d’inchiesta forte e indipendente, capace di illuminare quelle zone d’ombra che il potere tenta di ridimensionare o imbavagliare, come dimostrano le pressioni sulle voci libere dell’informazione investigativa (Report).
Solo squarciando il velo dell’ipocrisia celebrativa potremo restituire dignità alla memoria di chi ha sacrificato la vita per l’Italia e garantire una terra in cui la sicurezza sia finalmente la normalità quotidiana per la difesa della Costituzione.
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