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Sunday, November 1, 2026

In Israele Gadi Eisenkot apre ai partiti arabi per formare il governo

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IL PUNTO - Venti di guerra sull’Iran dopo le midterm: Trump valuta nuovi raid, Teheran minaccia il Golfo

I Paesi del Golfo sono in stato di massima allerta. Washington ha già recapitato l’avvertimento agli alleati regionali: una nuova offensiva militare statunitense contro l'Iran è un'opzione concreta sul tavolo subito dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre. Lo spettro di imminenti bombardamenti aleggia da settimane su Teheran, dove la risposta non si è fatta attendere.

Da un rifugio segreto, durante un vertice con i vertici delle forze armate, la Guida suprema Mojtaba Khamenei ha lanciato un monito perentorio: "Risponderemo a qualsiasi minaccia senza restrizioni geografiche", prospettando un allargamento del conflitto a tutta l'area del Golfo e oltre.

Il dilemma di Trump e il fattore elettorale

Mentre la diplomazia internazionale lavora a ritmi serrati per scongiurare un'escalation che travolgerebbe l'intera regione, Donald Trump soppesa le sue mosse. Ufficialmente la Casa Bianca lascia aperta la porta della trattativa. "Il presidente non ha ancora deciso. Siamo aperti a una soluzione diplomatica del conflitto", ha dichiarato il segretario di Stato Marco Rubio a margine del G20 dei ministri degli Esteri ad Atlanta.

Le rassicurazioni, tuttavia, non dissipano i timori. Secondo indiscrezioni raccolte da Axios, il commander-in-chief potrebbe optare per una ripresa immediata dei raid in caso di sonora disfatta elettorale del Partito Repubblicano. Un attacco potrebbe scattare già all'indomani del voto, il 4 novembre: un gesto audace per distogliere l'attenzione mediatica da una bruciante sconfitta interna e riaffermare la propria leadership di fronte ai democratici.

Un'amministrazione spaccata sui costi del conflitto

La cerchia ristretta del presidente americano appare divisa su strategie e bilanci. L'impegno militare ha già superato i 47 miliardi di dollari, a cui si aggiungerebbero circa 15 miliardi di danni inferti dagli attacchi di rappresaglia iraniani alle basi americane in Medio Oriente.

Se da una parte Rubio e il capo del Pentagono Pete Hegseth rimangono profondamente scettici sulla possibilità di intese con il regime iraniano, dall'altra il vicepresidente JD Vance e gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner premono per la carta negoziale. In questo solco si inserisce una missiva inviata da Vance a Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano. Sebbene autorizzata da Trump, il presidente resta convinto dell'impossibilità di raggiungere un compromesso accettabile, mentre il segretario al Tesoro Scott Bessent caldeggia il rafforzamento della pressione economica prima di ricorrere nuovamente alla forza delle armi.

I riflessi su Israele: l'assist a Netanyahu

L’evoluzione dello scontro viene monitorata attentamente da Israele, uscito dalle recenti urne senza una chiara maggioranza. Una nuova escalation bellica guidata da Washington offrirebbe a Benyamin Netanyahu l’opportunità di blindare la propria permanenza al potere attraverso un governo di unità nazionale con l'ingresso di Gadi Eisenkot. Tale convergenza permetterebbe di accantonare i falchi di ultradestra Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, le cui posizioni intransigenti hanno attirato ripetute critiche da parte della Casa Bianca.

La mediazione del Qatar e il nodo Hormuz

Parallelamente, a Doha prosegue la spola diplomatica. I mediatori del Qatar, dopo una maratona negoziale di 14 ore, sono tornati a confrontarsi con la delegazione guidata dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Quest'ultimo, intervenendo ad Al Jazeera, ha definito la lettera di Vance un "passo positivo" utile a favorire il dialogo.

Le distanze restano tuttavia marcate: Washington pretende concessioni sostanziali sul programma nucleare come precondizione per trattare, mentre Teheran subordina qualsiasi accordo alla revoca immediata del blocco navale Usa e allo sblocco dei beni congelati. L'obiettivo dei mediatori resta quello di evitare nuovi attacchi alle infrastrutture energetiche del quadrante e di garantire la riapertura strategica dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per la stabilità dell'economia e dei mercati mondiali.

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