“Sono stata malata oncologica: ora divento infermiera per restituire quello che i medici mi hanno dato”
“Se sono qui oggi lo devo alla ricerca sui tumori”. Erika Franchini ha 24 anni, ha un sorriso luminoso e i lunghi capelli bruni. Quando risponde al telefono è settembre, il mese dedicato all’oncologia pediatrica. Lo ricorda bene il 3 agosto del 2016, il giorno in cui, a 14 anni, le viene diagnosticata la leucemia. “È stato come il mondo mi crollasse addosso. Stavo per partire per un campo scout e invece alla fine niente più campo e niente più amici”. Oggi, dieci anni dopo e con la malattia alle spalle, ha deciso di iscriversi proprio al corso di laurea triennale in Infermieristica, “un modo per restituire tutto quello che mi hanno dato gli infermieri e i medici nel tempo. Mi manca ancora un esame e la laurea per coronare questo sogno”.
Il suo percorso non ha seguito un protocollo del tutto lineare. Pian piano le persone al terzo piano del padiglione dove era ricoverata Erika, a Roma – medici, infermieri e altri bambini che avevano bisogno di essere curati – sono diventati la sua famiglia. E, all’inizio, purtroppo le cure non andavano come sperato. “Sono stata tra i primi pazienti – ricorda nella sua intervista al fatto.it – a essere stata curata con un nuovo farmaco, che al Bambin Gesù oggi sta salvando altri bambini”. Il professor Franco Locatelli (nella foto con Erika) decise infatti di utilizzare un approccio fuori dagli schemi standard e un farmaco sperimentale con l’obiettivo di colpire ciò che, nel 2016, le terapie precedenti non erano riuscite a eliminare completamente. “Me lo promise: mi disse che avrebbe fatto tutto il possibile per riuscirci”.
Per anni Erika ha affrontato cicli di chemio, con due trapianti, tra cui uno per il quale è stato usato il midollo del papà. “Non era solo la cura il problema: la perdita dei capelli, la perdita delle sopracciglia, ti faceva sembrare un alieno. È come se perdessi la tua identità”, ricorda lei. Nel 2019, mentre Erika si stava sottoponendo a una visita, sente il commento della dottoressa Gaspari che stava controllando al computer se fosse arrivato il risultato della sua biopsia osteomidollare. “Volete una notiziona? La molecolare è negativa!”. “Per me significava che quelle alterazioni che ancora risultavano presenti erano state finalmente debellate grazie a quel farmaco sperimentale”. Era uno di quei momenti che Erika non dimenticherà mai. “Finalmente potevo prendere una boccata d’aria a pieni polmoni”.
Durante la malattia Erika aveva imparato a trovare il bello nelle cose più semplici e a costruirsi una quotidianità dentro quelle mura del terzo piano. Quando tutto è finito, però, è iniziata un’altra fase: quella del ritorno alla vita. Ed è stata più complessa di quanto si possa immaginare. “In quegli anni – racconta – avevo perso una parte importante della mia adolescenza. Mentre io ero ferma, il resto del mondo continuava ad andare avanti”. Si è ritrovata così con “pochissime amicizie rimaste e con la sensazione di dover recuperare pezzi di vita che non avevo potuto vivere”.
Il rientro nella società, insomma, è stato bellissimo, ma anche difficile. Da una parte c’era la felicità di poter tornare a vivere, dall’altra gli sguardi, i pregiudizi e gli stereotipi di chi vedeva soltanto una ragazza in fase di ripresa, senza sapere realmente cosa ci fosse dietro. “Ho sempre cercato di non farmi condizionare. Nessuno poteva sapere fino in fondo quello che avevo attraversato”.
La voglia e la determinazione di recuperare il tempo perso la portano, tra l’altro, a iscriversi a infermieristica, scegliendo proprio il Bambin Gesù come sede del corso di laurea, superando il test d’ingresso con una sensazione di leggerezza e felicità: “Tornavo per imparare a prendermi cura degli altri”.
Oggi Erika è concentrata sullo studio, ha un po’ di agitazione – confessa – e allo stesso tempo non vede l’ora di arrivare alla fine. Le manca solo un esame, da sostenere in autunno, poi sarà il momento della laurea. “Tra impegni e cose da fare, finisco quasi sempre per recuperare le ore di studio la sera. Anzi, a volte do il meglio proprio di notte: quando intorno a me c’è silenzio riesco a concentrarmi”.
Quando sei così vicina al traguardo, ripensi inevitabilmente a tutto quello che hai affrontato per arrivarci. La tesi riguarda il ruolo dell’infermiere nella gestione della crisi asmatica pediatrica in pronto soccorso, un tema che unisce due aspetti del percorso che la contraddistingue: l’assistenza ai bambini e la capacità di intervenire nei momenti di urgenza.
Il resto della settimana è un intreccio di studio, allenamenti e impegni quotidiani, tra Latina (dove vive) e Roma. Non sempre è tutto ordinato, “ma è la mia vita in questo momento – sorride – e cerco di godermela”. Oltre allo studio, due volte a settimana per Erika c’è un appuntamento a cui tiene molto: aiutare il suo maestro di karate ad allenare i bambini dai 6 ai 9 anni. “Mi piace stare con loro, vedere quanto si impegnano e quanto sono contenti quando riescono a fare qualcosa che prima sembrava difficile”. Poi arriva il suo turno e si allena nel corso di prepugilistica.
L’obiettivo di Erika è diventare un’infermiera preparata, continuare a formarsi ed essere utile a qualcuno nel momento in cui ha bisogno. “Sogno di arrivare un giorno ad avere un ruolo importante, che mi permetta anche di contribuire a migliorare l’assistenza”. Tra dieci anni le piacerebbe guardarsi indietro e sapere di aver dato davvero il massimo, sia come persona sia nel lavoro. Il desiderio più grande, alla fine, è la salute: per lei e il suo fidanzato, Renato, per i suoi genitori, per le persone che ama. “Dopo quello che ho vissuto, so quanto sia preziosa”. Poi c’è il sogno della famiglia. “È un desiderio a cui stiamo già pensando”, spiega. Le cure che ha affrontato hanno lasciato delle conseguenze anche su questo aspetto della vita: il percorso potrebbe richiedere tempo e aiuto. Ma la speranza c’è, ed è grande. “Mi emoziona – conclude – immaginare il giorno in cui potrò dire ai miei genitori che diventeranno nonni”.
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