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Monday, August 24, 2026

Rischio Stati Uniti, i 40mila miliardi di debito che fanno tremare l'Europa

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L'instabilità che sta scuotendo il mercato del debito americano non è più un problema confinato a Washington, ma rischia di trasformarsi in una tempesta perfetta per l'Europa.

Il debito pubblico lordo degli Stati Uniti ha superato per la prima volta nella storia i 40.000 miliardi di dollari, mentre i rendimenti dei Treasury a lunga scadenza hanno toccato a inizio settimana i massimi da anni, specchio delle preoccupazioni su inflazione, tensioni globali ed esplosione del debito. Semplificando: il massimo debito, al massimo costo, nello stesso momento.

Per l'Europa il canale di trasmissione principale è l'effetto calamita sui rendimenti globali: quando i tassi Usa a lunga scadenza salgono, trascinano verso l'alto anche Bund tedesco e BTP italiani, che devono adeguarsi per continuare ad attrarre capitali. Il risultato è un automatico allargamento dello spread e un aumento immediato del costo del finanziamento pubblico per i paesi più esposti dell'Eurozona, l'Italia in testa.

C'è poi la questione valutaria: la corsa dei rendimenti Usa rafforza il dollaro, deprezza l'euro e importa inflazione nel Vecchio Continente, dato che materie prime come il petrolio restano denominate in dollari. Sul fronte azionario, la fiammata dei tassi oltreoceano sta già spingendo capitali fuori dai listini europei, colpendo tech e banche.

Anche le aziende esportatrici europee, che hanno negli Stati Uniti il primo mercato di sbocco, guardano con ansia allo scenario: un bilancio americano soffocato dagli interessi sul debito significa, nel medio termine, una frenata della domanda interna Usa e un colpo diretto ai fatturati del manifatturiero europeo.

A Washington, Scott Bessent continua a ripetere di avere ampio margine di manovra per rimettere in riga il mercato dei titoli di Stato, ma le rassicurazioni del Segretario al Tesoro non stanno producendo l'effetto sperato. Mercoledì scorso l'amministrazione Trump ha annunciato un corposo aumento dei riacquisti di Treasury per raffreddare i rendimenti: l'effetto è durato poche ore prima che questi riprendessero la corsa verso l'alto, segno di un profondo scetticismo tra gli operatori sulla reale capacità del Tesoro di frenare l'impennata dei tassi sulle scadenze più lunghe. È il segnale più evidente dell'ansia che regna a Washington, con i rendimenti dei titoli a 30 anni tornati su livelli mai visti dalla crisi finanziaria del 2008.

Le ragioni della correzione del mercato obbligazionario si sovrappongono in parte. La prima è l'inflazione, che erode il valore reale del capitale versato al Tesoro, aggravata dai dubbi sulla disponibilità del nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, ad alzare i tassi. La seconda è il boom degli investimenti nell'intelligenza artificiale: i giganti tech hanno finanziato la costruzione di enormi data center emettendo una marea di debito societario, e secondo un'analisi di JP Morgan l'emissione di debito delle "hyperscaler" dell'IA ha già raggiunto i 219 miliardi di dollari da inizio anno, offrendo agli investitori un'alternativa credibile ai Treasury. La terza, e più preoccupante, è la sensazione persistente che gli Stati Uniti, pur con un'economia ancora solida, non siano più un creditore affidabile come un tempo: da garanti di mercati basati su regole e rotte commerciali aperte, sono diventati essi stessi fonte di incertezza.

Con una guerra impossibile da vincere in Medio Oriente, un conflitto ancora aperto in Ucraina e un regime tariffario capriccioso usato come arma contro alleati e amici, Trump sta rendendo gli Stati Uniti un attore sempre più imprevedibile nell'economia globale.

La cassetta degli attrezzi del Segretario non è comunque vuota: potrebbe rendere i buyback più massicci e ravvicinati, oppure tagliare la quota di debito a lungo termine offerta nelle aste per rifugiarsi sulle scadenze brevi. Ma rimodellare la durata media del debito ha un prezzo politico ed economico alto: abusare dei titoli a breve rischia di essere letto dai mercati come una mezza ammissione di colpa, il sintomo che lo Stato fatica a trovare creditori disposti a fidarsi di lui sul lungo periodo.

Nelle sale trading è intanto spuntato un neologismo, il "Bessent put": la convinzione che il ministro di Trump possa inventarsi mosse imprevedibili per spiazzare gli speculatori ribassisti, aumentando il rischio per chi scommette contro i Treasury e bloccando sul nascere scossoni violenti dei tassi.

Si vedrà da lunedì. Il vero problema resta però la credibilità: con i rendimenti dei Treasury a trent'anni inchiodati intorno al 5,2%, la sostenibilità del debito è diventata l'elefante nella stanza. Le banche centrali del G7, riunite alla vigilia del simposio di Jackson Hole, guardano con crescente ansia al fardello statunitense.

Nel Wyoming si discuterà della mutazione che sta subendo la base dei creditori americani. Di quei 40.000 miliardi di debito totale, l'80% (circa 32.000 miliardi) è in mano a investitori pubblici e privati. Dentro i confini Usa la fetta maggiore è della Federal Reserve, con 4.528 miliardi, seguita dai fondi comuni (5.195 miliardi), dalle banche commerciali (2.083 miliardi) e dai fondi pensione (1.135 miliardi). La fame di capitali esteri, intanto, è diventata strutturale, salendo dal 5% del 1970 all'attuale 32%. In cima ai creditori internazionali resta il Giappone con 1.203 miliardi di dollari, seguito da Regno Unito (889 miliardi) e Cina (683 miliardi).

Il traguardo dei 40.000 miliardi, con l'ultimo miliardo accumulato in appena cinque mesi, fotografa un governo che spende costantemente più di quanto incassa tra difesa, previdenza e servizio del debito, che da solo divora oltre 1.000 miliardi di dollari l'anno. Il debito Usa sarebbe molto più basso in percentuale del PIL (ora è al 128%) e farebbe meno notizia, se non fosse per la perdita di gettito causata dai tagli fiscali dei presidenti repubblicani: George W. Bush negli anni 2000 e poi Donald Trump in entrambi i suoi mandati.

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