Prima di dare la colpa al questore di Milano, chiediamoci come si deve gestire la sicurezza
C’è qualcosa di insopportabile nelle immagini delle devastazioni di Milano: pensare a chi torna davanti alla propria attività, tra distruzioni, assalti e auto incendiate e vede svanire anni di lavoro, risparmi e sacrifici. E mentre i commercianti cercano risposte, il sindaco e il ministro dell’Interno litigano. Il primo denuncia la carenza di agenti, il secondo lo accusa di distogliere l’attenzione dai violenti. È indecoroso assistere a questo spettacolo mentre i violenti devono essere ancora duramente perseguiti e chiamati a risarcire i danni. Chi risarcirà i commercianti? Con quali risorse? Non bastano dichiarazioni di solidarietà. Servono decisioni concrete e, soprattutto, spiegazioni sul perché quelle devastazioni non siano state impedite. Questa è la vera responsabilità politica.
Dov’è finita la sicurezza promessa da chi ne ha fatto una bandiera elettorale? Da quattro anni si susseguono decreti, nuovi reati e pene aggravate, annunciati come risolutivi ma difficili da applicare. Le zone rosse promettono più vigilanza senza risorse aggiuntive. Il fermo preventivo rischia di impegnare decine di operatori nella custodia e negli adempimenti per pochi trattenuti, sottraendoli alla piazza. Provvedimenti praticamente inutili operativamente.
Inasprire le pene serve a poco senza le condizioni per applicarle. Le carceri scoppiano per la carenza di posti e l’assenza di una seria politica di edilizia penitenziaria. Si preferiscono provvedimenti svuotacarceri anziché affrontare le cause del sovraffollamento. Poi, quando qualcuno torna libero, si accusano i magistrati, che applicano le leggi volute dalla politica. Il processo penale, nato nel 1988 da un modello avanzato, ha subito continui adattamenti per renderlo coerente all’inadeguatezza di organici e strutture, dovuta a una politica assente in materia. E allora i processi si allungano, la certezza della pena si indebolisce mentre si annunciano sempre più nuovi reati e pene più severe.
C’è poi un aspetto dell’ordine pubblico che raramente viene spiegato. Un servizio si prepara nei giorni precedenti, valutando informazioni, rischi, gruppi presenti e obiettivi da proteggere. Su questa base il Questore organizza il dispositivo e richiede i reparti specializzati necessari, che non sono nella sua esclusiva disponibilità in quanto la loro assegnazione dipende da una pianificazione nazionale del Ministero dell’Interno, chiamata a soddisfare contemporaneamente analoghe richieste di molte Questure.
La carenza degli organici di tali Reparti (e delle stesse Questure) comporta che ogni Questore riceva molti meno rinforzi di quanti ne richieda, costringendolo a ridistribuire le forze, stabilire priorità e, talvolta, lasciare meno protetti alcuni obiettivi. Con risorse insufficienti diventa difficile difendere contemporaneamente negozi e strade, contenere i violenti e tutelare gli stessi poliziotti. Questo non esclude errori di valutazione o di comando, che vanno accertati. Ma prima di cercare nel Questore il capro espiatorio, come già avvenuto a Torino e Bologna senza che le criticità siano scomparse, occorre conoscere quanto ampio è lo scarto fra la richiesta e l’effettiva dazione.
Nel novembre 2025 il Ministero dell’Interno ha comunicato al Parlamento che alla Polizia di Stato mancavano quasi 13.000 unità rispetto all’organico previsto. Anche Carabinieri e Guardia di Finanza soffrono analoghe carenze. I sindacati lo denunciano da anni. E si smetta di presentare ogni assunzione come un potenziamento: se sostituisce soltanto chi va in pensione, gli uomini disponibili non aumentano. Se non compensa le uscite, diminuiscono. E anche coprire interamente il turnover non recupera le carenze pregresse.
Di questo deve rispondere la politica, non chi gestisce una piazza con le risorse assegnate. Una politica sulla sicurezza richiede anche interventi sul disagio giovanile, nelle scuole, nelle periferie, nei quartieri degradati, con serie politiche di integrazione. Che cosa è stato fatto? Con quali risultati? Il governo deve rispondere delle proprie scelte, ma anche le opposizioni devono indicare alternative concrete. Accusare chi governa non basta.
Restano i commercianti che raccolgono i vetri dei propri negozi, i cittadini che hanno assistito impotenti alle violenze e gli agenti che hanno rischiato la propria incolumità. A loro, invece di risposte, viene offerto il solito balletto delle responsabilità mentre vorrebbero sapere chi li aiuterà e che cosa si farà per evitare nuove devastazioni. Non interessa loro chi vincerà la polemica fra ministro e sindaco. Dopo anni di promesse sulla sicurezza, hanno diritto a ben altro che a uno scambio di accuse. Chi governa non può continuare a scaricare le responsabilità sugli altri. I cittadini hanno diritto a risposte, a decisioni e a uno Stato capace di proteggerli. E, soprattutto, a sapere perché non sono stati protetti. Servono serietà, trasparenza e soprattutto onestà intellettuale sia da chi governa che da chi si oppone.
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