Morti sul lavoro, la battaglia della mamma di Luana: "Serve una nuova legge"

“Non è stato bello vedere mia figlia dentro quel rullo”. A oltre cinque anni dalla morte di Luana D'Orazio, la madre Emma continua a chiedere una legge che introduca il reato di omicidio sul lavoro e punisca con maggiore severità chi compromette la sicurezza per aumentare la produzione.
Luana aveva iniziato regolarmente il proprio turno in una fabbrica tessile del distretto di Prato. Secondo il racconto della madre, nessuno aveva valutato fino in fondo le possibili conseguenze della rimozione dei dispositivi di protezione dal macchinario. Una scelta che avrebbe trasformato una giornata di lavoro in una tragedia.
Era il 3 maggio, giorno del compleanno di Emma. La madre ricorda ogni momento di quella mattina e l’orario indicato dagli accertamenti: poco dopo le 9.30 Luana finì all’interno del macchinario.
Tra i ricordi più dolorosi c’è quello della comunicazione al nipote, che allora aveva soltanto cinque anni. Emma cercò di spiegargli che la madre non sarebbe tornata, non perché lo avesse abbandonato, ma perché una macchina non aveva funzionato correttamente e le aveva “schiacciato il cuoricino”.
Fu il bambino, nonostante l’età, a tentare di consolarla: “Non piangere, ci sono io”. Poi aggiunse che quel macchinario avrebbe dovuto essere buttato e sostituito.
Da allora Emma ha trasformato il dolore in una battaglia pubblica. Chiede impianti conformi alle norme, controlli più rigorosi e responsabilità precise per chi manomette o rimuove i sistemi di protezione. A suo giudizio, l’introduzione dell’omicidio sul lavoro potrebbe rappresentare un deterrente e contribuire a cambiare un sistema che definisce vecchio e inadeguato.
La madre di Luana ha portato la propria testimonianza anche davanti alle istituzioni e continua a raccontare la storia della figlia nelle scuole. Lo fa pensando soprattutto al nipote, che oggi ha undici anni e che un giorno entrerà a sua volta nel mondo professionale.
“Lo devo anche a lui”, dice Emma. La speranza è che proprio il ragazzo possa raccogliere e proseguire quell’impegno per il diritto a lavorare senza mettere a rischio la propria vita.
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