Una voce al servizio del tennis: nell’era delle telecronache urlate, Elena Pero era la competenza prima del personaggio
Un torcicollo, una settimana sul divano, Wimbledon in televisione. Nell’estate del 2005 mi innamorai definitivamente del tennis così, guardando tutto, compresa l’epica vittoria di Daniele Bracciali contro Ivo Karlovic in insulso primo turno sui campi secondari. Su Sky la telecronaca dei match più importanti era ancora appannaggio della coppia Tommasi-Clerici. E poi c’era Elena Pero, che si faceva spazio pian piano. Ero abituato agli istrionismi dei primi e alle urla dei telecronisti del calcio. Quella voce pacata mi sembrò subito qualcosa di diverso.
Negli anni avrebbe accompagnato l’epopea di Federer, Nadal e Djokovic, poi l’ascesa del tennis italiano, fino ai trionfi di Sinner. Con Paolo Bertolucci ha formato la coppia che più di tutte meritava di raccontare le imprese del più grande sportivo italiano del nuovo millennio. Perché al centro di tutto c’era la competenza: la capacità di prenderti per mano, leggere una partita, farti capire perché stava cambiando. Senza oscurarla.
Pero era misurata, corretta, capace di entusiasmare senza trascendere. Uno stile anticiclico, sempre più lontano dal frastuono nel quale siamo immersi. Con Bertolucci c’era spazio anche per sorridere, ma il centro del racconto rimaneva il campo. Si poteva imparare qualcosa ascoltandoli. E godersi una partita senza che qualcuno suggerisse continuamente quanto fosse straordinaria: te lo facevano capire, senza dirtelo.
La sua formazione era cominciata nel 1989, con la selezione di Tommasi sulla rivista MatchBall e il lavoro sui dati e sulle statistiche nella redazione sportiva di Fininvest. Nel 1991 lo seguì a Telepiù. Al microfono, prima di Bertolucci, ebbe accanto Roberto Lombardi. E col tempo affinò quella capacità di incidere con la conoscenza, prima che con le urla. “Naturalmente la migliore. Senza crederlo di sé, e senza avere mai fatto pesare a nessuno di esserlo”, ha sottolineato il direttore di Sky Sport, Federico Ferri.
Non cercava un palcoscenico sui social, non voleva essere un personaggio. È diventata iconica proprio per questo. Le hanno perfino rimproverato di non tifare abbastanza Sinner, perché sapeva esaltare – grazie a Dio – anche la straordinarietà di Alcaraz. Lei era prima di tutto un’appassionata di tennis. Lo ha ricordato proprio Bertolucci: “È difficile trovare parole che sappiano rendere giustizia alla passione immensa e alla straordinaria professionalità di Elena Pero”.
Le frasi con cui ha accompagnato le due vittorie di Sinner a Wimbledon resteranno nella memoria di tutti: nessun discorso preconfezionato, solo poche parole per accompagnare un’emozione. Resterà quella commozione che le incrinava la voce, la gioia che non riusciva a nascondere. Tifava anche lei, eccome. Solo che il tennis e il dovere di raccontarlo venivano sempre prima. Con Elena Pero non se ne va soltanto la voce del tennis. Se ne va un modo di fare telecronaca che sembra in via d’estinzione. La partita al centro, chi la racconta un passo indietro.
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