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Monday, October 5, 2026

Gli abiti che forse non indosseremo mai contro quelli che mettiamo ogni giorno: Valentino e Miu Miu raccontano le due anime della moda a Parigi

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Tra la sublimazione dell’ordinario e l’apoteosi del sogno, la Paris Fashion Week si divide in due visioni speculari e contrapposte del vestire contemporaneo. Da una parte Miu Miu seziona e innalza la realtà del guardaroba quotidiano, dall’altra Alessandro Michele trasforma Valentino in un sontuoso archivio del possibile. E pazienza se nessuno comprerà o indosserà questi abiti: la sua collezione è come una biblioteca piena di libri. Loro sono lì, a disposizione. E il loro valore è indipendente dalla fruizione.

L’anti-biblioteca di Alessandro Michele per Valentino

Alessandro Michele ha sempre saputo che un abito comincia dallo spazio che lo accoglie. Per la sua terza prova del pret-a-porter di Valentino, ha scelto la solennità della Bibliothèque Sainte-Geneviève, affacciata su Place du Panthéon a Parigi. Agli ospiti ha chiesto di partecipare a un rito preliminare: presentarsi all’ingresso portando con sé un volume, trasformando l’arrivo in un gesto di condivisione intellettuale. All’interno della monumentale sala di lettura, tra le celebri arcate in ghisa traforata di Henri Labrouste e chilometri di scaffali a vista, ha preso forma una sfilata magnifica sul piano visivo e critico, ma inevitabilmente destinata a dividere la platea.

Perché non sarebbe Alessandro Michele se il consenso fosse unanime. Questa volta, però, la frattura non ha attraversato tanto la stampa di settore — piuttosto concorde nel registrare la validità del progetto — bensì la cerchia più delicata dell’ecosistema aziendale: le top client. Quella ristretta platea di collezioniste e acquirenti private ad altissimo potere di spesa, i cui investimenti continuativi garantiscono la tenuta dei bilanci della maison e pesano sugli equilibri del 30% detenuto da Kering, ha manifestato fin dall’arrivo segni evidenti di insofferenza.

Costretta a sdoppiare lo show in due turni successivi a causa dei vincoli strutturali e della capienza ridotta della biblioteca, l’organizzazione ha inevitabilmente relegato una parte delle facoltose clienti al secondo défilé. Un declassamento percepito come un affronto da chi è abituata a occupare la prima fila d’onore, sfociato nei commenti caustici che hanno accompagnato le uscite: «Bellissimo, ma quando lo metto?», «Dove ci vado?», «Non possiamo certo presentarci con queste cose di giorno, sul posto di lavoro». Di fronte al susseguirsi ininterrotto di silhouette da sera, lamine seriche, strascichi e volumi drammatici, il fronte del pragmatismo ha sollevato il consueto dilemma sul valore d’uso del pret-à-porter d’alta gamma. Uno smarrimento destinato però a evaporare nel volgere di poche ore. Al momento del re-see, lo spazio privato dove gli abiti possono essere toccati e decontestualizzati dalla dimensione teatrale della passerella, la collezione ha svelato la sua natura più intima. Osservando da vicino la perfezione e l’autonomia dei singoli pezzi, le volitive signore si sono arrese, definitivamente conquistate dall’inventiva di Michele.

Lo stilista romano ha condotto un lavoro chirurgico sul prodotto, focalizzandosi sulla creazione di capi altamente desiderabili. Ha operato per sottrazione, limando la verbosità visiva del passato senza però tradire la grandiosità strutturale della maison, mantenendo intatto quel tocco di opulenza barocca che costituisce la sua inconfondibile firma. La passerella ha restituito una poesia di forme femminilissime e sexy, sorretta da un elogio della forza del colore che oscillava dai toni più teneri e delicati agli accenti più decisi e voluttuosi. I lunghi applausi a margine dei due défilé hanno consacrato nuovamente Michele come maestro di bellezza, spinta anche da una linea maschile del tutto inedita: sartoriale, decontratta e radicata nel senso più puro della modernità.

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L’idea di una moda slegata dalla stretta logica dell’utilizzo immediato trova il suo fondamento teorico nelle dichiarazioni dello stesso Michele, che inquadra il valore concettuale dell’inutilizzato a partire dal saggio The Black Swan. “Quando Nassim Nicholas Taleb racconta la biblioteca di Umberto Eco”, spiega lo stilista, “non si sofferma sui libri che Eco aveva letto. Ciò che lo colpisce è piuttosto l’enorme quantità di volumi che non aveva ancora aperto: un’antibiblioteca il cui valore non risiede nelle conoscenze già acquisite, ma nella presenza tangibile di tutto ciò che ancora non si conosce. L’antibiblioteca non è dunque un monumento all’erudizione, bensì uno strumento di ricerca in cui i libri non letti costituiscono la parte più preziosa della collezione: una forma di capitale cognitivo potenzialmente sterminato che mantiene aperta la possibilità di nuove scoperte”.

Un concetto che richiama la pratica giapponese dello tsundoku: “L’abitudine di comprare libri e lasciarli accumulare senza leggerli. Ciò che potrebbe apparire come una forma di procrastinazione assume qui un significato diverso. Quei libri non sono oggetti inutilizzati, ma presenze che testimoniano l’eccedenza del mondo rispetto a ciò che sappiamo. Ogni volume non ancora aperto, con quel suo profumo di carta ancora intatto, è un promemoria delle vite, delle idee e delle storie che attendono di essere incontrate. Una promessa di felicità custodita nell’attesa”. È in questa precisa cornice che si inserisce la riflessione sulla moda e sugli abiti da sogno. “Questa riflessione sull’antibiblioteca mi torna spesso in mente quando penso alla moda“, chiarisce Michele. “Ogni stagione vengono concepiti e realizzati abiti destinati a traiettorie molto diverse. Alcuni di essi attraverseranno una sola volta lo spazio dello show; altri continueranno a vivere soprattutto nelle immagini che ne custodiscono la fugace apparizione; altri ancora entreranno negli armadi per rimanervi quasi intatti, custoditi come reliquie. Si tratta di oggetti che possono abitare la vita di molti senza necessariamente essere indossati: la loro esistenza si compie anche altrove — nello sguardo, nel ricordo, nell’immagine — prima ancora che nel corpo”.

Per il direttore creativo di Valentino, limitare un abito al suo utilizzo è limitante: “Sarebbe riduttivo misurarne il valore esclusivamente in relazione al loro utilizzo. Come i libri non letti che popolavano la biblioteca di Umberto Eco, anche questi abiti sembrano appartenere a una dimensione che travalica la logica della funzionalità e del consumo. Essi costituiscono una riserva gioiosa di forme, sensibilità estetiche, silhouette e modi di abitare il corpo che possono anche non trovare mai una piena attualizzazione e che tuttavia contribuiscono ad ampliare il campo dell’immaginabile”.

La moda opera così su quel crinale invisibile: “Molti degli abiti che vediamo in uno show appartengono precisamente a questa condizione. Il loro significato non si esaurisce nella definizione di un valore d’uso, piuttosto si estende a ciò che rendono pensabile. […] Anche gli abiti che non indosseremo mai, non diversamente da quei libri ancora chiusi sugli scaffali, continuano a parlarci delle vite che avremmo potuto vivere. Non come rimpianto, ma come promessa. Perché la loro semplice presenza come possibilità rende il mondo più ampio, più ricco, più abitabile. In fondo, una parte della felicità nasce forse proprio da qui: dalla facoltà, profondamente umana, di ampliare continuamente il campo dei propri immaginari e di abitare, almeno per un istante, mondi che non esistono ancora. O che forse non esisteranno mai”.

Il guardaroba reale riscritto da Miu Miu

“La realtà del vestire contemporaneo è questo mix di sportswear, casual e normale. Ma come renderlo più interessante, più ricco? Volevo trovare il modo di introdurre bellezza dentro questi capi reali. L’idea di mescolare sport e sofisticazione ha sempre influenzato il mio lavoro, ma non ero mai stata così precisa, né mi ero mai spinta così oltre”. Le parole di Miuccia Prada tracciano il perimetro concettuale della collezione Primavera/Estate 2027 di Miu Miu, andata in scena a Parigi. Una riflessione tangibile sul guardaroba urbano, dove l‘abito smette di essere pura astrazione estetica per diventare un terreno di sintesi tra funzionalità quotidiana e rigore formale.

La pedana parigina seziona e riscrive il vestire ordinario attraverso una tensione metodica. L’incipit della sfilata fissa immediatamente le nuove regole: gonne a pieghe dal rigore collegiale si abbinano a blazer sartoriali, ma l’equilibrio viene spezzato dall’intrusione di tute sportive e sneaker dai colori accesi al posto dei tradizionali mocassini o décolleté. Un disallineamento che evolve nei passaggi successivi, dove le giacche si aprono su crop top tagliati appena sotto il seno e le scarpe da ginnastica cedono il passo a tacchi affilati. Il cortocircuito visivo prosegue accostando pantaloni della tuta, solitamente rilegati all’ozio, a maglieria preziosa e giacche dal taglio impeccabile. I classici slip sportivi subiscono un’elevazione stilistica, mentre i reggiseni tecnici perdono la loro connotazione atletica per trasformarsi in top scintillanti, indossati a pelle o sovrapposti a maglie in jersey aderente. La materia subisce trattamenti che ne alterano la percezione tattile e visiva: la pelle scamosciata viene cerata, piegata e invecchiata; raso e garza si fondono a elementi metallici per conservare stropicciature perenni, mentre frammenti di ricamo contaminano silhouette di netta derivazione tecnica.

L’indagine sulla costruzione dei capi trova la sua massima espressione nell’eliminazione delle chiusure tradizionali. Zip, cinture e bottoni scompaiono per lasciare spazio ad allacciature incrociate, simili a stringhe da scarpe, che permettono a gonne plissettate, abiti da cocktail e calzature di adattarsi al corpo in modo organico. Questo dettaglio diventa la firma del progetto Miu Miu Upcycled in collaborazione con Wrangler: jeans heritage di fine Novecento, selezionati da archivi vintage, vengono rielaborati portando la vita ben sotto i fianchi e chiudendo il denim esclusivamente attraverso il gioco di lacci incrociati. La decostruzione investe anche le calzature. Giunta al quinto anno, la partnership con New Balance si concretizza nella RC150, una scarpa da corsa dal peso estremo di soli 150 grammi. Realizzata in mesh tecnico destrutturato, la sneaker presenta lacci a contrasto annodati morbidamente sulla punta attraverso passanti esterni, fondendo l’alta prestazione atletica con sofisticate palette cromatiche.

A incarnare l’estetica del marchio è un cast eterogeneo che destruttura i confini anagrafici e di genere. Sulla passerella si alternano Emma Corrin, in culotte bianche e giacca a stampa cocco, Olivia Colman in un tailleur di camoscio visibilmente stropicciato, e Jamie Bell con pantaloni Principe di Galles a vita bassa e top bicolore, affiancati da nomi come Gigi Hadid, Katherine Waterston ed Ella Bleu Travolta. L’archetipo della clientela Miu Miu si consolida in un’attitudine precisa: un’eleganza volutamente imperfetta, disordinata e sottilmente sovversiva, capace di spingere il marchio ai vertici del mercato. Con vendite in crescita del 3% (oltre 700 milioni di euro a luglio) in un settore del lusso attualmente contratto, e il secondo posto assoluto nel Lyst Index dietro a Chanel, l’azienda capitalizza una formula anomala e vincente.

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Un successo commerciale alimentato da una ramificata strategia culturale. L’impegno di Miuccia Prada spazia dallo sport, con le recenti divise tecniche realizzate per la tennista Coco Gauff, all’attivismo letterario del Miu Miu Literary Club, fino al cinema con il progetto quindicennale di cortometraggi d’autore femminili. Un approccio interdisciplinare che si riflette persino sull’allestimento dell’ultima sfilata parigina: la scenografia non verrà smantellata, ma rinascerà come impianto scenico per Geste de Consolation, progetto della regista francese Alice Diop che sarà presentato al pubblico nell’ambito di Art Basel Paris 2026.

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