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Thursday, October 22, 2026

REPORTAGE da Milano: In tenebra età, la rabbia dei ragazzini in fuga dal vuoto delle periferie

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Fuori in strada non c'è quasi più nessuno quando esce uno degli ultimi, Alessandro, mentre Lallo lo aspetta fuori: "devo riprendere le mie cose frà, non ho più neppure il cellulare", dice imprecando. Poi tornano verso il gabbiotto dell'entrata della Questura. Ora sono smarriti e confusi. Quattro dei duecento ragazzi fermati ieri dagli agenti, accusati dei disordini nel centro di Milano, sono di nuovo liberi ma consapevoli che potrebbero tornare in quegli stessi uffici da un momento all'altro. Hanno voglia di parlare. Per spiegare.

   "Quanto è successo è giusto, serve a far capire a chi c'è lassù cosa proviamo noi. É l'unico modo per farsi sentire, altrimenti saremmo sempre visti come 'zanza' o 'maranzini'. Non siamo cattivi ragazzi, non è che se ci vedete così siamo cattivi", dice Lallo, 18enne italo albanese che assieme a suo fratello Lele (sono entrambi soprannomi scelti da loro) sono arrivati da Bellano Bonzeno, paesino del Lecchese dove vivono con i genitori: lavora solo il padre, come facchino. Dopo la chiamata alla piazza sui social, si sono messi in treno per Milano: "c'è tutto su Tik Tok o Facebook, la voce si sparge e alla fine è successo quello che doveva succedere". È da lì che è partita anche la loro mobilitazione, sfociata nelle devastazioni per le vie del centro della città. Loro sono ancora vestiti di nero, nessuna testa rasata o particolare segno di riconoscimento a parte i tatuaggi che spuntano dalla maglia e vecchi segni di bruciature sulle mani di uno di loro, come sigarette spente sulla pelle. In tasca hanno il foglio della denuncia con l'elenco degli effetti personali e adesso, assieme ad altri, stanno cercando di comunicare con i genitori: "saranno preoccupati, devo avvisarli. Avete Instagram, così li contatto mia madre dal mio profilo?", chiede Lallo.

    "Purtroppo è meglio la violenza. Non sanno ascoltare, sarebbe stato molto più facile e sarebbero successi meno danni": Alessandro, poco più che maggiorenne, viene da San Donato vive da solo e fino a un mese fa faceva lavoretti in nero come muratore, ha passato anni in una comunità per minori, e cova ancora tanta rabbia. Lui sostiene di essere di estrema destra, un 'vannacciano', e anche se gli amici al suo fianco la pensano al contrario questo conta poco. I motivi della protesta sono gli stessi: "Lo stipendio è troppo basso. Vogliamo svoltare la nostra vita e non riusciamo con le carte che abbiamo", dicono. "Anzi, torneremo in piazza - proseguono convinti - e non importano le conseguenze". E si alzerà lo scontro? "Sì finché le cose non cambiano, sarà così o peggio". Ma nelle periferie i sogni sono l'altra faccia della medaglia del rancore. "Mio padre è meccanico, prende ottocento euro al mese e dobbiamo viverci in tre. Io però nella vita vorrei fare trading, anche noi abbiamo dei sogni", dice Ale, che vive a Rho nelle palazzine popolari di Pioltello e indossa proprio una maglia di Decathlon, il brand del negozio sportivo preso d'assalto.  "Io vorrei trovarmi un lavoro vero che mi piace, non chiedo di diventare milionario - dice invece Alessandro - . Vorrei crearmi una mia famiglia tra un po' di anni". Lele invece è più diretto: "l'unico sogno che ho è di sistemarmi e levarmi dal c... dall'Italia. Suo fratello Lallo invece ammette: "a me basta stabilità e tranquillità".

   Come si sta in periferia? "Si sta...C'è gente a cui non piace, c'è gente a cui piace. Ci sono posti belli e posti brutti. La maggior parte delle periferie non sono belle, però te le fai andare bene. Perché da lì, dal basso, capisci il valore delle cose", riflette Lallo. Intanto affidano desideri e utopie ai social, dove il rapper Marracash, posta in queste ore immagini degli scontri di Milano e scrive: "Ecco da che parte sto. Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all'inizio. Con le buone non cambi le cose". Sono le stesse parole dei quattro giovani manifestanti venuti dalla periferia gridare al mondo l'esistenza davanti a vetrine rotte, ma senza guida né ideali: "Non esiste un leader, i leader siamo noi - dicono - . Il popolo è il leader. E chi si vuole far valere, va".

Dalla Barona al Giambellino, 'c'è solo noia e povertà'

Fuori dalla cerchia dei Navigli, a Milano c'è un mosaico scomposto di quartieri, popolato da chi va avanti ma resta solo ad osservare. Il messaggio di chi li abita è diretto: "Tutti noi vediamo il centro come la vita, mentre noi invece siamo all'esterno, perché lì dall'altra parte non vivono i tuoi sbatti", dice Manuel, appena maggiorenne, che abita alla Barona, e al mattino gira al Barrio, la stessa zona di Marracash, il cantante e produttore che in questi ore ha preso posizione sui disordini in piazza dicendo: "con le buone non cambi le cose". Tra le centinaia di ragazzi fermati e portati in questura per i saccheggi e le devastazioni, quasi tutti vengono dalla periferia o dall'hinterland milanese. E tutti qui approvano il messaggio del rapper: "ha fatto bene - dicono - fa piacere finalmente che delle persone con notorietà e con una fanbase portino questo messaggio".

   Cappellino, tuta sportiva, scarpe alla moda, poco 'cash' e una rassegnazione che cova sogni nascosti nei reel del cellulare: con quelli almeno - tra i palazzoni rossi anni '70 - si può tradire l'eterno ritorno di quella routine che non appaga nessuno. "Ricorda una cosa - dice Marco - siamo in un posto dove i ragazzi campano alla giornata, così come alcune famiglie. Niente di più". Poi la sua equazione sul denaro: "Il motivo di tutto sono sempre i soldi, senza quelli non puoi fare niente. Per chi cresce qua, il problema è tutto lì. Se ai cortei c'erano tanti ragazzi arrabbiati e annoiati, il motivo è sempre questo". E le violenze? "Forse i modi sono sbagliati, ma qui non c'è niente, neppure speranze. Servirebbe creare un interesse". Stessi discorsi e stesse scene nelle zone grigie di San Siro, dove in un centinaio di metri si passa improvvisamente dai chilometri di edifici fatiscenti ai complessi moderni e le torri panoramiche fino alla Fondazione Prada, sede di mostre e progetti culturali, che invece si affaccia indifferente sulla vicina desertificazione commerciale della zona. Due luoghi apparentemente senza barriere ma che per una regola scontata non comunicano.

   Dario Anzani, educatore e coordinatore del settore adolescenti nella cooperativa per la comunità del Giambellino, parla immerso in una biblioteca multietnica per ragazzi mentre nell'altra stanza ci sono ragazzi che fanno il doposcuola ai ragazzini, dove la percentuale di stranieri non rappresenta un problema. "Se sei tendenzialmente povero, straniero e abiti le case popolari, allora frequenti luoghi diversi rispetto a chi è italiano. Gran parte delle persone in periferia lavorano, ma ci sono famiglie che fanno fatica ad integrarsi, un po' perché già in partenza avevano meno strumenti per farlo". Al fianco di Dario c'è anche Samuel Sharmoukh, giovane educatore di strada, per il quale cercare in giro comitive con cui poter stabilire rapporti sani è diventata una missione: "si comincia con una mappatura del quartiere - dice - noi lavoriamo soprattutto con gli adolescenti. Dopo aver agganciato gruppi di ragazzi, stiamo con loro, li ascoltiamo e cerchiamo di capire i lori disagi , i loro desideri, le loro ambizioni: cerchiamo di costruire con loro una relazione diversa da quella che sono abituati a vivere con altri adulti di riferimento, i quali spesso invece sono differenti e giudicanti. In base al livello di relazione stabilito, riusciamo a dare a loro gli strumenti adatti orientandoli, affinché si sentano minimamente autonomi". Non è facile e non tutti riescono ad uscire dal pantano dell'apatia. C'è chi invece al  sulle scalinate all'aperto preferisce soltanto scrollare sul display e sotto quei cappellini resta seduto a guardare per ore il cellulare sulla panchina, tenendo a bada una rabbia che monta. Dicono i ragazzi al Barrio: "Chi vive qui da noi è all'esterno della società reale". Ma forse è il contrario.

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Il miraggio del lusso e la paura di esserne fuori

I saccheggi per le vie del lusso di Milano, le auto in fiamme e le sassaiole a cui hanno partecipato anche gli undicenni segnano una nuova materia di studio nella ciclica questione su disagio generazionale (ma non solo) e proteste giovanili. Per Mauro Magatti, sociologo, economista e docente dell'università Cattolica, "i soldi sono visti da molti di quei ragazzi come il grande guaritore - spiega - . Ed è inevitabile che la spinta verso le forme di proteste violente arrivi dai quartieri. Non c'è un'idea politica né la voglia di cambiare il mondo, ma di poter accedere a quel tipo di vita che viene raccontata e da cui loro si sentono buttati fuori". Il denaro come una medicina. "È come una magia: la fantasia che circola è che se tu diventi ricco cancelli tutti i tuoi svantaggi".

Secondo una ricerca promossa dallo stesso Magatti, condotta sulla fascia dei 14-24 anni, un giovane su quattro è in una posizione di chiusura, rifiuto, marginalità, ritiro: "sono probabilmente quelli che sono scesi in piazza e sono diventati violenti, mentre uno su cinque ha invece un atteggiamento positivo e vede un futuro roseo: "sono capaci di sfruttare le tante cose buone che ci sono nel nostro mondo anche perché vengono da una certa famiglia, abitano in certi quartieri, hanno un certo percorso scolastico". Poi un ragazzo su due, ovvero la restante parte, è tendenzialmente confusa, non sa bene cosa fare ed è in preda all'ansia.

"Ormai il messaggio di una protesta sui social - che oggi ha una capacità di convocazione inedita - arriva a coinvolgere anche solo per emulazione ragazzini più piccoli che probabilmente fino a una settimana prima non si sarebbero mai sognati di scendere in piazza. Non hanno un'ideologia, sono sofferenti rispetto alla loro condizione e hanno tutti in testa il pensiero che la loro vita è compromessa, perché se riuscissero a fare i soldi o accedere al livello di vita che gli raccontiamo tutti i giorni loro sarebbero felici", spiega il sociologo.

Esiste un altro rischio. "Ricordo che non tutti coloro che sono in piazza hanno commesso violenze ma c'è un segnale pericoloso, perché parla di un mondo sociale inquieto che ha sofferenze profonde senza ricevere risposte. E non si può immaginare che - sottolinea Magatti - la repressione risolva il problema, anzi si rischia solo di accentuarlo. Sul fronte opposto il rapper Marracash ha fatto dichiarazioni abbastanza incendiarie, al di fuori di qualunque ideologia ma semplicemente raccogliendo questo disagio e chiamando alla rivolta, questa mi sembra un'azione abbastanza scriteriata".

Poi riflette: "prima c'era l'associazionismo, ora il grande e falso mediatore sono i social ed è normale che lì si individuino dei modelli e degli pseudo leader. Ma la caratteristica delle star dei social è sempre la stessa: c'è chi appare, fa un post, e poi continua a farsi gli affari suoi. Ma lui sta bene, 'ce l'ha fatta, può parlare pubblicamente' e quindi resta per i suoi follower punto di riferimento".

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Dalla Gen Z alla Alpha, il passaggio del testimone con Tik Tok e cultura pop

L'emancipazione sui social, la mobilitazione online e infine la devastazione nelle strade, documentata con filmati su Tik Tok conditi da culture pop e 'meme attivismo'. È l'ascesa in piazza delle frange violente della Gen Alpha, che raccoglie il testimone di quella Z: minorenni appena adolescenti - tra loro anche italiani di seconda generazione e stranieri - che fronteggiano con il linguaggio digitale i governi e le istituzioni del potere per poi creare disordini e saccheggi da filmare con il cellulare. Tik Tok è considerato lo strumento social più utilizzato per gli scambi di comunicazioni, ma quelli più adulti sono anche su Telegram e Signal ma anche Discord, un sistema di messaggistica istantanea, inizialmente nato per gli appassionati di videogiochi e che oggi conta centinaia di milioni di utenti in tutto il mondo e oggi usate per confronti politici e per l'organizzazione di manifestazioni. Ad organizzarsi sulle piattaforme online nel nostro Paese sono soprattutto manifestanti tra i 13 e 18 anni, che non hanno apparentemente alcun leader o portavoce, ispirati dall'ondata di proteste giovanili e studentesche in tutta Europa partite da Parigi, proseguite a Bruxelles, Berlino e Tirana. E se inizialmente il collante della mobilitazione erano i fondi all'istruzione, i temi si sono poi estesi al costo della vita, le politiche pubbliche oltre alle dure contestazioni ai venti di riarmo dell'Europa e la situazione a Gaza. Ma per molti si tratta solo di protestare contro le proprie condizioni di vita.

   Tra caos e violenza regna anche la cultura pop e meme attivismo, con i manifestanti che utilizzano l'ironia e i propri simboli generazionali per attirare l'attenzione dei media. Uno degli esempi è l'esposizione ai cortei, in vari Paesi, della bandiera con il teschio e il cappello di paglia del manga 'One Piece', diventata simbolo globale di resistenza. A Milano la manifestazione indetta sabato 17 ottobre dal movimento 'Italia in Piazza', a cui hanno preso parte cinquemila persone partite da piazza Duomo "ha evidenziato da subito - secondo gli investigatori - una composizione assolutamente eterogenea dei gruppi, tra i quali è stata notata una massiccia presenza di giovanissimi, sia italiani, molti di loro risultati naturalizzati di seconda generazione, che stranieri, quasi tutti vestiti di nero e molti travisati". Insieme a a loro - spiegano ancora gli investigatori - hanno agito "anche altri gruppi di giovani che sulle prime non sembravano avere intenzioni aggressive e dalla composizione differente, che hanno però fatto da 'massa critica' ai primi, spalleggiandoli e affiancandoli". Fino al giorno seguente, quando l'assalto con spranghe ai negozi ha dato il via allo shopping degli spaccavetrine.

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