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Sunday, August 30, 2026

Ceuta, un mese dopo gli arrivi in massa è sempre emergenza. La denuncia delle ong: “Pochi alloggi, minori senza tutela e violenza istituzionale”

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Ceuta, un mese dopo gli arrivi in massa è sempre emergenza. La denuncia delle ong: “Pochi alloggi, minori senza tutela e violenza istituzionale”

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I riflettori mediatici si sono spenti, ma a Ceuta la crisi umanitaria aperta dagli arrivi di massa e dai respingimenti di fine luglio è tutt’altro che risolta. Lo denunciano le organizzazioni che da settimane lavorano sul territorio, No Name Kitchen (NNK) e la carovana solidale di Border Resistance, secondo cui l’idea che l’emergenza sia stata superata è un equivoco pericoloso: la situazione, spiegano, “cambia continuamente”. Era già critica prima degli arrivi di fine luglio: il CETI, il Centro di Permanenza Temporanea per Stranieri (la struttura pubblica di prima accoglienza della città, pensata per poche centinaia di persone) era già al collasso, sovraffollato ben oltre la propria capacità.

Di fronte a questa pressione, le autorità spagnole hanno allestito due nuovi spazi di accoglienza temporanea, ad affiancare il CETI: uno nella zona di Loma Margarita e uno nell’area chiamata Embolsamiento. Entrambi i campi sono gestiti in collaborazione con enti del terzo settore come Engloba e ACCEM, quest’ultima già coinvolta nella gestione di campi analoghi durante la crisi migratoria delle Canarie del 2021. Con questi nuovi spazi il Ministero delle Migrazioni punta a liberare la spiaggia del Trampolín, diventata nelle scorse settimane un accampamento di fortuna per oltre mille persone in attesa di una sistemazione, e la vicina zona della Loma de Colmenar, altro punto di concentrazione informale. Il governo insiste sul carattere volontario dell’ingresso in questi due nuovi campi, cioè sul fatto che le persone non vengono obbligate a trasferirvisi. Le autorità locali di Ceuta, guidate dal Partito Popolare, continuano invece a chiedere rimpatri di massa verso il Marocco e il rafforzamento dei controlli alla frontiera. In parallelo prosegue la militarizzazione dell’enclave, con nuovi invii di personale militare a supporto dell’esercito già dispiegato lungo il confine.

A complicare ulteriormente il quadro sono le proteste di alcuni residenti di Ceuta che nei giorni scorsi hanno più volte impedito l’accesso dei convogli della Croce Rossa diretti alla spiaggia del Trampolín, bloccando la distribuzione di cibo e acqua alle persone migranti lì accampate. In un episodio, circa un centinaio di manifestanti si è seduto sulla strada al grido di “la Croce Rossa è una mafia”, costringendo il convoglio composta da un mezzo di emergenza, quattro ambulanze e due furgoni di scorta della polizia, a rinunciare all’ingresso su richiesta della Polizia Nazionale. In un’altra occasione, una ronda composta da residenti violenti ha fatto irruzione negli insediamenti informali della spiaggia di Benítez, causando danni e roghi di effetti personali dei migranti, in manifestazioni concluse con cariche della polizia. Il governo della città autonoma ha lanciato un appello alla calma, chiedendo di respingere la violenza indipendentemente dalle rivendicazioni in corso.

Nonostante l’apertura dei nuovi dispositivi, le organizzazioni raccontano una realtà ben diversa da quella della “normalizzazione” evocata dalle istituzioni. Centinaia di persone rimangono nascoste tra le montagne vicine ai porti e nei quartieri della città: per lo più cittadini marocchini, ma anche di altre nazionalità subsahariane, che nella maggior parte dei casi puntano a raggiungere la penisola spagnola. Il loro obiettivo è sottrarsi alla minaccia dei respingimenti verso il Marocco, il Paese di fronte a Ceuta, separato solo da un confine terrestre fortemente militarizzato. Da No Name Kitchen sottolineano che, di fronte all’abbandono istituzionale, l’unica risposta concreta è arrivata dal basso, dai quartieri e dalle reti di solidarietà autogestite, ma riconoscono che ogni sforzo resta insufficiente rispetto alla portata dei bisogni.

Sul piano della sicurezza, l’organizzazione denuncia un aumento della violenza da parte delle forze dell’ordine, descrivendo un “incremento esponenziale contro le persone migranti” motivato dalla retorica di “mantenere Ceuta sicura“. Le pattuglie notturne colpirebbero le persone mentre dormono, con un accanimento particolare verso i cittadini marocchini. É questa la nazionalità più rappresentata tra chi resta bloccato in città, perché per loro il rimpatrio verso il Paese di origine è amministrativamente più semplice e rapido da eseguire rispetto ad altre. Gli episodi vengono documentati per valutare denunce alla Procura o esposti al Defensor del Pueblo, l’istituzione spagnola equivalente al garante nazionale dei diritti. Anche i volontari raccontano di essere stati bersaglio di intimidazioni: “Siamo stati picchiati, costantemente sorvegliati, ci hanno spruzzato spray al peperoncino“, riferiscono da No Name Kitchen denunciando anche multe per aver prestato soccorso di primo livello a persone che, dopo settimane all’addiaccio, soffrono di disidratazione, malnutrizione e patologie croniche senza cure.

Tra i nodi più critici segnalati c’è la mancata identificazione di bambine, bambini e adolescenti. Al di là dello spazio autogestito nato al Príncipe (uno dei quartieri popolari di Ceuta, storicamente a maggioranza musulmana e punto di riferimento per la comunità migrante in città), che ha accolto centinaia di minori, “il sistema pubblico di protezione dell’infanzia non funziona”, denuncia l’organizzazione, segnalando anche casi di quindicenni e sedicenni esclusi dal riconoscimento come minori: un dato rilevante perché, secondo la legge spagnola, chi viene riconosciuto minorenne non accompagnato ha diritto a un percorso di tutela statale invece di essere trattato come un adulto ai fini di espulsione o respingimento. Le associazioni dicono di doversi occupare in autonomia della loro identificazione, chiedendosi se dietro la mancata registrazione ci sia “una mancanza di mezzi o di volontà politica” da parte delle istituzioni.

Anche il diritto d’asilo resterebbe di fatto inaccessibile: secondo NNK esiste “un’impossibilità materiale di richiedere protezione internazionale” perché mancherebbero canali funzionanti per fissare un appuntamento con l’ufficio competente. Il quadro è complicato dall’entrata in vigore, lo scorso giugno, del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. Il pacchetto di regole comuni dell’Unione europea che inasprisce le procedure di frontiera e accelera i rimpatri per chi viene da Paesi considerati “sicuri”, come il Marocco, ha già portato ai primi dinieghi, soprattutto per i cittadini marocchini. Le associazioni si concentrano ora nell’aiutare le persone a presentare ricorso e ad accedere al gratuito patrocinio, cercando di evitare le espulsioni.

Le organizzazioni descrivono un contesto di esclusione strutturale nei confronti delle persone migranti che si vedono negato l’accesso a negozi, servizi bancari e persino all’acqua delle docce sulle spiagge. Un’esclusione resa più pesante dalla conformazione stessa di Ceuta: appena 19 chilometri quadrati di territorio, isolati dalla Spagna continentale e circondati dal Marocco, dove ogni tensione si scarica su uno spazio urbano ristrettissimo. Come sintetizzano da NNK, “concentrare così tante persone in uno spazio così piccolo impatta su ogni dimensione della vita: non ci sono case né alberghi da affittare, non ci sono negozi dove comprare, tutto è saturo”.

A questo quadro si aggiunge la situazione, ancora più fragile, delle persone migranti LGTBIQA+ presenti a Ceuta, alcune decine secondo le stime di Border Resistance. L’organizzazione denuncia il “rifiuto iniziale del CETI ad accogliere persone queer” che le avrebbe costrette a “cercare un rifugio alternativo non sicuro“, cioè a dormire all’aperto o in ripari di fortuna invece che nella struttura pubblica pensata per tutti i richiedenti asilo. Tra i casi raccolti, quello di una giovane trans marocchina che dormiva nel bosco vicino al centro: un’altra persona avrebbe tentato di toccarla nel sonno, colpendola con un oggetto al collo quando ha provato a resistere. Secondo l’organizzazione, la ragazza si trova oggi “in una situazione di isolamento sociale quasi totale, senza alcuna rete di protezione a cui rivolgersi”.

Border Resistance segnala inoltre il “timore” delle persone LGTBIQA+ di denunciare questi episodi alla polizia, per paura delle stesse autorità, che secondo l’organizzazione avrebbero talvolta usato “espressioni omofobe e altre espressioni discriminatorie” nei loro confronti. Il timore più diffuso resta però quello di un rimpatrio in Marocco, dove l’articolo 489 del codice penale punisce con il carcere da sei mesi a tre anni gli “atti impudichi o contro natura tra persone dello stesso sesso”: una norma che rende il ritorno nel paese d’origine un rischio diretto per l’incolumità di chi è LGTBIQA+, non solo un disagio amministrativo come per altri migranti. Per questo l’organizzazione chiede uno spazio di accoglienza protetto dedicato, un supporto psicologico specializzato e la sospensione di ogni procedura di espulsione per i richiedenti asilo LGBTQ+.

Sul fronte della violenza di genere, si son resi publici che i procedimenti aperti per violenza sessuale a Ceuta dall’inizio della crisi: quattordici donne e ragazze risultano vittime, dodici delle quali marocchine. Dei quattro presunti aggressori identificati e arrestati al 20 agosto, due erano cittadini spagnoli, mentre altri procedimenti riguardano uomini marocchini arrivati nello stesso periodo; in diversi altri casi l’autore non è stato ancora identificato. Nel mentre restano aperti nodi concreti sull’accesso delle vittime alla protezione. Al 21 agosto solo cinque donne risultavano accolte nel Centro di Crisi 24 ore della città, e nessuna chiamata legata alla crisi era ancora arrivata alla linea telefonica nazionale contro la violenza di genere.

Sul fronte della violenza di genere, sono stati resi pubblici i procedimenti aperti per violenza sessuale a Ceuta dall’inizio della crisi: quattordici donne e ragazze risultano vittime, dodici delle quali marocchine. Dei quattro presunti aggressori identificati e arrestati al 20 agosto, due erano cittadini spagnoli, mentre altri procedimenti riguardano uomini marocchini arrivati nello stesso periodo; in diversi altri casi l’autore non è stato ancora identificato. Nel mentre restano aperti nodi concreti sull’accesso delle vittime alla protezione. Al 21 agosto solo cinque donne risultavano accolte nel Centro di Crisi 24 ore della città e nessuna chiamata legata alla crisi era ancora arrivata alla linea telefonica nazionale contro la violenza di genere.

A quasi un mese dagli arrivi di fine luglio, il quadro che emerge dalle voci raccolte sul territorio è quello di un’emergenza tutt’altro che archiviata: persone ancora prive di alloggio adeguato, minori senza un percorso di tutela, un sistema d’asilo di fatto bloccato e un livello di violenza istituzionale che, denunciano i collettivi, si è normalizzato proprio mentre l’attenzione pubblica si spostava altrove. “Non c’è soluzione a Ceuta”, concludono da NNK.

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