“Nevermind” compie 35 anni: il disco che cambiò il rock e il destino dei Nirvana
Ci sono album di cui ricordo, personalmente, luogo e momento del primo ascolto. “Nevermind”, secondo lavoro in studio dei Nirvana uscito 35 anni fa, oggi, è uno di quelli. Dopo il non-successo di “Bleach”, Kurt Cobain e Krist Novoselic – rinvigoriti dall’ingresso alla batteria, di poco precedente, di Dave Grohl (futuro leader dei Foo Fighters), e dietro la sapiente guida di Butch Vig (fondatore, di lì a breve, dei Garbage) – sfornano il disco definitivo: quello che spazzerà via dalla vetta della classifica americana addirittura Michael Jackson, con “Dangerous”, facendo meglio di un’infinità di artisti usciti, alcuni, lo stesso giorno: i Red Hot Chili Peppers di “Blood Sugar Sex Magik”, gli A Tribe Called Quest di “The Low End Theory” e i Pixies di “Trompe le Monde”.
Quale sia il segreto di un trionfo totale come “Nevermind”, ieri come oggi, difficile dirlo, ma è certo che il 1991, da solo, ha rappresentato un anno d’oro per il rock, alla pari del periodo, irripetibile, iniziato sul finire dei Sessanta e terminato col decennio successivo.
Sicuramente “Nevermind” è, prima di tutto, una collezione di canzoni perfette al millimetro, e l’andamento scanzonato di Cobain, nonché la vendita della sua immagine pubblica (specie dopo la scomparsa), poco raccontano del musicista consapevole che pretendeva di essere passato, e a ragione, su MTV, o sceglieva con cura le band con cui condividere il palco. Chiedere, di questo, ai Guns N’ Roses: altro gruppo in larga parte detronizzato dall’ascesa, inaspettata, dei Nirvana.
Un trionfo, quello di “Nevermind”, che Cobain non riuscì mai davvero a digerire. Da un giorno all’altro “Smells Like Teen Spirit” – brano che finì per pesargli come una zavorra – lo trasformò nel portavoce di una generazione, ruolo che non aveva chiesto e per il quale, a ragione, non si sentiva tagliato: tour estenuanti, occhi puntati sulla sua vita privata (specie dopo la nascita, nel 1992, della figlia Frances Bean), una salute già fragile di suo e la dipendenza dall’eroina a fare il resto. “In Utero”, nel 1993, fu letto da molti come una risposta stizzita a tutto questo: più ruvido, più sporco, volutamente meno accomodante.
Cobain ci lasciò nell’aprile del 1994, a soli 27 anni, quando “Nevermind” era ormai un’icona e lui, verrebbe da pensare, faticava a riconoscersi in quella che il mondo ne aveva fatto.
Alle considerazioni relative al periodo va sicuramente aggiunta l’unione tra il sound inconfondibile della band – merito, non meno, del mixaggio di Andy Wallace – e le varie sovraincisioni che, unite alla melodicità dei brani, hanno prodotto una miscela esplosiva che chiunque si approcci per la prima volta al disco fa ancora oggi fatica a maneggiare. Come non menzionare la copertina, iconica, che tanti grattacapi diede al gruppo, citato in giudizio nel recente passato dal suo protagonista, Spencer Elden – all’epoca in fasce – che accusò Courtney Love e il fotografo Kirk Weddle di sfruttamento sessuale minorile e produzione di pornografia infantile, per la modica cifra di almeno 150.000 dollari da ciascun imputato, salvo perdere la causa.
Un fatto, quest’ultimo, anch’esso originale, nel contesto di un album che segna ancora oggi i nostri ascolti e che, non faccio fatica a credere, siamo ben contenti, da amanti della buona musica ancor prima che del rock o del punk, di trasmettere ai nostri figli.
KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.