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Thursday, September 24, 2026

I Preti contro il genocidio: “Il Vangelo non ci permette di restare in silenzio, la neutralità non è una scelta. Basta armi, si fermi Israele”

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“Non possiamo restare in silenzio, è il Vangelo che ci chiede di agire. Altro che pace, a Gaza e in Cisgiordania si continua a morire, il genocidio non è finito. Per questo siamo tornati a marciare, per chiedere la pace. Basta con la vendita di armi e con la complicità dei nostri governi, fermino Israele“. Con una lunga marcia, dal Vaticano fino alla sede di Leonardo a Roma, tra canti e preghiere, il 22 settembre la rete internazionale dei “Preti contro il genocidio” è tornata a sfilare per le strade della Capitale, a un anno di distanza dalla sua nascita e del primo corteo, per una realtà che ora conta tra i suoi aderenti oltre 2.500 religiosi da oltre 60 Paesi, compresi tre cardinali e una trentina di vescovi.

Circa duecento sono stati i sacerdoti e religiosi di varie congregazioni che si sono uniti al corteo, dopo un primo momento privato di preghiera, tra cartelli che invocavano le parole di Papa Leone XIV sulla “pace disarmata e disarmante” e l’immagine di una Madonna con un bambino scheletrico in braccio e la scritta “Christ dead in Gaza”, “Cristo è morto a Gaza”. Portando per le strade della Capitale un sudario con i nomi scritti a mano di 300 bambini uccisi dall’Idf e dai militari israeliani a Gaza e in Libano, dopo la proclamazione di quel “Cessate il fuoco“, in realtà mai realizzato.

“Noi abbiamo deciso di metterci la faccia e i nostri corpi, con la nostra preghiera. La neutralità non è una scelta. Di fronte a un genocidio come quello commesso da Israele a Gaza, significherebbe giustificare l’oppressore. Vogliamo essere voce di chi non ha voce”, ha spiegato al Fattoquotidiano.it padre Pietro Rossini, portavoce della Rete dei “Preti contro il genocidio”.

Se lo scorso anno la posizione della rete sembrava stridere con quella della Santa Sede, dopo che era stato lo stesso papa Leone XIV a prendere le distanza dalla parola ‘genocidio’, proprio mentre veniva utilizzata e confermata invece da una commissione indipendente Onu, secondo Rossini e la rete ci sono stati importanti segnali di svolta: “È vero che ancora non viene utilizzata la parola ‘genocidio’, ma se lo scorso anno si utilizzavano termini molto neutrali – parlando pure erroneamente di ‘guerra’ – di recente il Pontefice ha ricordato e condannato quanto avviene a Gaza. E la Santa Sede ha deciso di non aderire al Board of Peace, come noi auspicavamo e chiedevamo, dato che è soltanto un’operazione coloniale e commerciale”. E ancora: “Continuiamo a dire che le cose vanno chiamate con il loro nome, ‘genocidio’, perché altrimenti è il primo atto di complicità”.

Eppure, la rete cerca di evitare polemiche: “La nostra è un’ottica sinodale. Rispettiamo le parole del Papa, della Santa Sede, che fanno un lavoro diplomatico straordinario. Così come lo fa il cardinale Pierbattista Pizzaballa, il patriarca di Gerusalemme, nel mezzo di una crisi, sta cercando di fare il possibile. Ma noi come preti, in Europa, sentiamo che non possiamo restare in silenzio”, aggiunge don Rito Maresca, un altro dei promotori della rete.

“Si va più piano, più lentamente, in modo unitario. Ma si sa dove si vuole andare”, c’è chi avverte. Mentre padre Alex Zanotelli, il missionario comboniano tra i volti più noti della rete, insieme a Nandino Capovilla, Tonio Dell’Olio e Alessandro Santoro, chiede più coraggio ai vertici della Chiesa: “Ci vorrà del tempo prima che il Vaticano, con le relazione internazionali che ha, si decida. Ma deve farlo, serve a stimolare le comunità cristiane”. Certo, non c’è più tempo, insiste: “Altro che Occidente cristiano, non ci sarà più nulla se non ci diamo da fare”.

C’è chi è appena tornato dalla Cisgiordania, come lo stesso Maresca: “Il genocidio e la pulizia etnica continuano, anzi in West Bank sembrano quasi accelerate. Le comunità palestinesi, cristiane e musulmane, tutte ci hanno detto ‘Venite, guardate, ascoltate. E poi raccontate quello che vedete’. Noi abbiamo il compito di non reagire con la violenza, ma provare a portare un’altra narrazione, quella della resistenza, del Sumud, nel senso più bello del termine. Siamo qui in piazza per questo, purtroppo anche quest’anno”. C’è anche chi viene dalla Spagna, come padre Javier: “I politici europei non osano parlare del genocidio a Gaza, sono molto condizionati dall’appoggio degli Stati Uniti a Israele. Ma noi come sacerdoti crediamo che sia un dovere che nasce dal Vangelo”.

Per questo, la richiesta è smettere con la complicità con Tel Aviv: “Bisogna tagliare i fondi al genocidio, boicottare e sanzionare Israele, isolarlo dal commercio internazionale. Così come è finito l’apartheid in Sudafrica con il boicottaggio, invitiamo il nostro esecutivo e gli altri governi a fare lo stesso”. “Il nostro nuovo governo in Gran Bretagna, sotto la guida di Andy Burnham, ha finalmente (insieme ad altri 11 Paesi, tra cui Francia, Spagna, Norvegia e Canada, ma non l’Italia, ndr) imposto restrizioni per bloccare il commercio legato agli insediamenti illegali. È un primo passo, ma non basta. Va sanzionato il governo”, spiega un sacerdote britannico.

Ma l’appello è anche quello di cambiare rotta rispetto alla logica delle armi: “Quando il Papa parla di disarmo viene silenziato, non viene ascoltato. Continuare a investire sulle armi è un suicidio”, attacca monsignor Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia. “Dobbiamo dissentire rispetto all’idea della militarizzazione. Se il governo, il nostro, come altri in Europa, portano avanti questa strada bellicista, noi invece vogliamo portare avanti tanti piccoli disertori. Dovrebbe essere la guerra e la parola ‘militare’ a farci paura, non la diserzione”, rivendica pure padre Umberto.

Non è un caso che la rete dei “Preti contro il genocidio, dopo diverse soste – compresa quella in via di Porta Angelica, sotto l’ambasciata della Palestina presso la Santa sede – abbia scelto di concludere il corteo di fronte alla sede di Leonardo: “Qui sono state fabbricate le armi con cui sono stati uccisi i 300 bambini, i cui nomi abbiamo scritto sul sudario”, ricorda padre Rossini. “Basta armi, basta foraggiare Paesi in guerra e chi commette crimini contro l’umanità”, rilanciano dalla rete. “Trump alle Nazioni Unite ha detto di aver realizzato la pace? Lui è un guerrafondaio, definirlo pacifista è un ossimoro”. Ma non è solo la politica o i governi a essere considerati responsabili. Attacca il vescovo di Manfredonia, Franco Moscone, di fronte alla sede di Leonardo: “La Corte penale internazionale dovrebbe spiccare mandati di cattura per chi siede nei cda delle aziende che fabbricano e vendono armi per le guerre”. L’auspicio è di non rivedersi più in piazza: “Vorrebbe dire che il genocidio è finito. Noi intanto continuiamo a resistere”.

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