È disgelo tra Usa e Venezuela: il chavismo resta in sella, ma la sovranità va a Trump
La stretta di mano tra Donald Trump e Delcy Rodríguez segna il disgelo definitivo nei rapporti tra Stati Uniti e Venezuela. L’ultimo colloquio diretto tra i capi di Stato dei due Paesi risaliva al 2015 a Città di Panama, con il faccia a faccia tra Barack Obama e Nicolás Maduro tenutosi al Summit delle Americhe.
Rodríguez e Trump si sono visti per la prima volta martedì al Lotte Palace di New York, a margine dell’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite. Tra i presenti il segretario di Stato Usa Marco Rubio e quello del Tesoro Scott Bessent. Al centro del colloquio: sicurezza, energia e attività minerarie. Rodríguez ha parlato di “riunione storica”, “agenda comune” e “rafforzamento dei rapporti bilaterali” tra le due nazioni. La presidente venezuelana ha inoltre ringraziato Trump per il “supporto al percorso di reinserimento” di Caracas negli “spazi multilaterali” dai quali era stata isolata.
Nessuna menzione è stata fatta su Nicolás Maduro, prelevato lo scorso 3 gennaio dalla CIA e recluso a soli 15 chilometri dal Lotte Palace. “Coglierà l’occasione per visitarlo in cella?”, ha chiesto la stampa, ma Rodríguez ha taciuto. La leader venezuelana ha lasciato correre anche le provocazioni di Trump, che in Assemblea – poche ore prima del bilaterale – aveva umiliato Caracas affermando: “Al vincitore appartiene il bottino”. E su Maduro ha aggiunto: “È una delle peggiori persone sulla faccia della terra”. Di fronte a queste parole, Lula da Silva è insorto e la delegazione cubana ha abbandonato l’aula, ma Delcy è rimasta. “Per come gli Stati Uniti la trattano, sembra che siano i suoi capi”, ha denunciato il leader brasiliano, che ha evitato di incontrare la presidente provvisoria, aggiungendo che “questo non fa bene agli Stati Uniti, non fa bene al Venezuela e non fa bene alla democrazia”.
Il destino di Rodríguez è ormai legato a quello di Trump, con il quale ha pattuito la propria permanenza al potere anche a mandato scaduto (dal 5 aprile, dopo i 90 giorni di assenza assoluta di Maduro), senza convocare nuove elezioni. In cambio, gli Stati Uniti si assicurano il 20% delle riserve petrolifere del Paese, oltre ai minerali critici, e dettano la politica estera di Caracas. Qualche giorno fa, al G20 per l’energia tenutosi in Texas, il segretario dell’Interno Usa Doug Burgum parlava addirittura dello “spostamento del centro geopolitico del petrolio al di fuori del Medio Oriente” e verso “l’emisfero occidentale”. Il suo piano passa proprio dall’accordo con Caracas, definito una “pietra miliare nel rendere l’emisfero occidentale il centro del sistema energetico globale”. I due governi hanno inoltre concordato il trasferimento di 31 tonnellate di riserve auree venezuelane – valutate circa 4 miliardi di dollari – da Londra a New York.
Nelle stesse ore del colloquio, Caracas e Washington hanno bloccato il ritorno della leader dissidente María Corina Machado, che in ventiquattr’ore ha provato a fare ingresso in territorio venezuelano per almeno tre volte. Fonti vicine all’operazione hanno spiegato a Ilfattoquotidiano.it che l’ultimo tentativo è stato registrato la notte di martedì ad Albrook (Panama), da dove Machado sarebbe dovuta partire a bordo di un volo charter (matricola HP-4DMB) con destinazione Curaçao. Il volo è però saltato all’ultimo minuto a causa di un presunto “guasto” al velivolo. Machado avrebbe tentato il viaggio con un passaporto diplomatico di Panama, concesso irregolarmente da alcuni elementi del governo di José Raúl Mulino. Insieme a lei viaggiavano alcuni imprenditori intenzionati a inserirsi negli affari petroliferi del Venezuela, tra cui Rafael Alejandro Alfonzo Silva della società di lobbying RP&B Consulting, legato ad ambienti del Congresso Usa e in possesso di passaporto italiano. “Il regime vuole bloccare il suo ritorno”, ha dichiarato il giornalista di ABC David Alandete – che avrebbe dovuto viaggiare insieme alla leader –, evitando però ogni accenno alle responsabilità dell’amministrazione Trump nell’annullamento dell’operazione.
Sono ormai lontani i tempi in cui Machado consegnava al tycoon la medaglia del Nobel per la pace, riconoscendo il “suo unico e straordinario impegno per la libertà del Venezuela“. La leader dell’opposizione aveva anche chiesto il permesso di incontrare Rodríguez, ma Rubio non glielo ha concesso. In fondo, il segretario di Stato Usa ha altre priorità, tra cui la ristrutturazione del debito pubblico venezuelano – che ha raggiunto i 240 miliardi di dollari – e il rinvio delle elezioni presidenziali, poiché il Paese (dove l’inflazione morde e il salario minimo legale equivale a 0,20 dollari al mese) “non è ancora pronto”.
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