Ti ricordi… Michel Van de Korput, l’olandese che smise di giocare in Serie A e fece il fattorino, il commesso e il bidello
“Lavorare” è un termine iperabusato nel calcio odierno, dalla retorica delle dichiarazioni pre o post partita fino al diventare icona, come “Amma faticà” di Antonio Conte, usato come claim per la sua avventura napoletana. Il calcio è un lavoro, ovviamente, sebbene spesso si contrapponga all’“alzarsi la mattina” alimentando la dicotomia tra quello che è “solo uno sport” e il lavoro vero. Sono tanti i calciatori che hanno sperimentato il lavoro dell’alzarsi la mattina prima del pallone, pochi quelli che ci sono tornati dopo, Michel Van de Korput è una sorta di unicum, con il calcio che è una parentesi in una vita fatta di lavoro.
Ragazzo di campagna, Michel, nasce esattamente settant’anni fa a Wagenberg, un piccolissimo villaggio rurale del Brabante olandese. In famiglia non ci sono molti soldi, Michel si iscrive perciò alla scuola tecnica inferiore con indirizzo metaalbewerking, lavorazione dei metalli, con la prospettiva di fare l’operaio nella vicina Made. Intanto gioca nei dilettanti nella sua zona ed esordisce a 15 anni: lo nota il Feyenoord, con un emissario del club che chiede ai genitori di farlo andare a Rotterdam. La famiglia non è entusiasta, e così ogni giorno c’è un furgone che porta Michel e un paio di compagni della zona dal Brabante a Rotterdam e li riaccompagna.
L’inizio non è semplice e Michel viene trattato un po’ come il ragazzo di campagna, semplice e un po’ ingenuo, ma la tempra è dura: non ha neanche 18 anni quando è con gli amici in piscina a divertirsi e viene chiamato dal bagnino. “C’è il Feyenoord che cerca Michel Van de Korput”. È sabato e deve presentarsi in ritiro: il giorno dopo esordirà in prima squadra contro il Go Ahead. Dopo ottime stagioni col club, in Italia si riaprono le frontiere per gli stranieri: il Torino cerca un libero e pensa a Ruud Krool, ma la trattativa non va a buon fine e allora il mirino dei granata resta puntato sull’Olanda e su Michel Van de Korput. L’offerta è di quelle irrinunciabili, anche se la moglie è molto meno contenta. Il Toro la omaggia di un mazzo di fiori appena arrivata in Italia, ma lei lo getta nella spazzatura e, come raccontato anche dal calciatore in alcune interviste, lo avvisa: “In Italia per i tre anni del contratto, non di più”. Michel però è entusiasta della nuova avventura, al netto delle battute sul cognome: se “Korput” in olandese significa “pozzo” e dunque si chiamerebbe banalmente “Dal Pozzo” se fosse nato in Italia, nel bel paese quel “Van de Korput” rimanda inevitabilmente ad altre idee. E dunque dai giornali sportivi agli avversari l’ironia si scatenò, tra striscioni, assonanze e qualche soprannome malevolo tipo “Dolce Euchessina”. Non aiutarono neppure gli inizi in granata, tra un autogol col Molenbeek ed errori vari, finché spostato terzino trovò la sua dimensione.
Non è un terzino di quelli che si fanno ammirare per corsa e leggiadria, ma come sempre nella vita lotta e lavora, onorando la sua esperienza granata non tirando mai indietro la gamba, con 72 presenze e 1 gol al Verona nella terza e ultima stagione: vorrebbero rinnovargli il contratto ma la promessa fatta alla moglie prevale e torna al Feyenoord. Mentre la maggior parte dei suoi colleghi cercava di perpetuare lo status dorato del professionismo tra panchine, tv o direzioni sportive, Van de Korput scelse la via più radicale e coerente: la normalità. Quando le luci degli stadi si spensero definitivamente, per lui non si aprì il sipario di una seconda vita dorata, ma si spalancò la porta della realtà. Ritornato nella sua terra, tra il Brabante e i dintorni di Wagenberg e Made, riprese in mano gli attrezzi che aveva posato da ragazzo.
Fu così che l’ex difensore della nazionale olandese e del Torino, l’uomo che aveva marcato i migliori attaccanti d’Europa, indossa i panni del lavoratore qualunque. Fa il fattorino postale, il commesso, l’addetto alla logistica e persino il bidello in una scuola speciale per bambini disabili, spazzando i corridoi e aiutando i più deboli con la stessa dedizione silenziosa con cui un tempo rincorreva gli avversari sulla fascia. Nessuna telecamera, nessun riflettore, nessuna nostalgia patinata. Per Michel il calcio era stato soltanto una magnifica, intensa parentesi, un sogno ad occhi aperti incastonato in una vita che, prima e dopo il rettangolo verde, apparteneva orgogliosamente alla terra, alla fatica e al lavoro vero.
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