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Friday, October 30, 2026

Il voto di Midterm è già iniziato: perché conviene vederlo come una serie di scatole cinesi

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Il voto di Midterm è già iniziato: perché conviene vederlo come una serie di scatole cinesi

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di Silvano Poli

Fare all’italiana e immagine il 3 novembre come il giorno del voto è la scelta più sbagliata: il rischio è di arrivare tardi perché le midterm sono adesso. Nella gran parte degli Stati si vota già da settimane, e il 3 novembre è solo l’ultimo giorno in cui è possibile votare. Per vederci chiaro, conviene guardare a queste elezioni come a una serie di scatole cinesi, aprendole una alla volta.

La scatola più grande è quella federale: è quella che piace ai commentatori internazionale. Si rinnovano i 435 seggi della Camera, dove ai democratici bastano quattro seggi netti per conquistare la maggioranza, e 35 seggi del Senato, dove ne servono altrettanti per ribaltare il 53 a 47 repubblicano. Dentro questa scatola se ne trova un’altra, più interessante: si votano 36 governatori e 88 delle 99 camere legislative statali, che fissano le regole del voto, disegnano i collegi e certificano i risultati.

E dentro ancora c’è la scatola più piccola, fatta di referendum e cariche locali: in California si vota su una tassa una tantum del 5% sui patrimoni dei miliardari, in otto Stati su 39 quesiti per limitare i data center, in Georgia su chi approverà gli aumenti delle bollette elettriche e in vari stati si torna a parlare di aborto.

Il paradosso di questa elezione è che proprio i livelli inferiori hanno deciso in anticipo una parte del voto nazionale. Dall’estate del 2025 gli Stati hanno combattuto una guerra delle mappe senza precedenti: il Texas ha ridisegnato i collegi su richiesta di Trump, la California ha risposto con un referendum, e poi sono arrivati Ohio, North Carolina e Florida. A fine aprile la Corte Suprema, con la sentenza Louisiana v. Callais, ha ristretto drasticamente la tutela del Voting Rights Act per i collegi a maggioranza nera, dando vita ad una seconda battaglia dei collegi nel Sud. Il risultato è che i seggi realmente contendibili oggi sono circa 50 su 435.

Per questo, un vantaggio dell’8% nel voto generico rischia di tradursi in una vittoria di misura, o peggio. Allo stesso tempo, non è detto che il gioco dei collegi premi gli autori. In Texas, ad esempio, il collegio di Vicente Gonzalez, reso più rosso dalla nuova mappa, è oggi dato in vantaggio per i democratici: l’elettorato ispanico che nel 2024 si era spostato verso Trump sta ora tornando indietro, deluso dalla seconda amministrazione del tycoon.

Tra mappe e scatole cinesi la vera domanda è: cosa è in gioco, allora? Non tanto se Trump perderà, piuttosto quale Partito democratico vincerà. Una corrente che si richiama al socialismo democratico, da Zohran Mamdani a New York ad Abdul El-Sayed in Michigan – che pure si definisce capitalista – sta cercando di diventare egemone, mentre il centro moderato del partito oscilla ancora tra timore e continuità. Se la maggioranza alla Camera dovesse arrivare di misura, l’accusa ai radicali di aver spaventato gli elettori moderati sarà immediata, e non terrà alcun conto delle mappe: James Carville ha già invitato il partito a parlare di “scisma”.

Eppure, a ben pensare due anni fa i Dem persero con una candidata che della moderazione era la quintessenza. Casi come il Texas di James Talarico, ex insegnante che parla di fede da sinistra, o il Michigan di El-Sayed, dimostrano che per competere con MAGA serve riappropriarsi del linguaggio della protesta e aggredire le diseguaglianze crescenti. La moderazione non è atteggiamento per tempi smodati.

Su tutto pesa il denaro. Queste sono le elezioni di metà mandato più costose della storia, con oltre 15 miliardi di dollari raccolti dall’inizio del 2025. I candidati democratici raccolgono più dei loro avversari, ma i grandi finanziatori esterni stanno in prevalenza dall’altra parte. Il solo Musk ha versato 276 milioni ai comitati repubblicani da luglio. Non a caso la tassa californiana sui miliardari è diventata uno dei simboli della campagna, e contro di essa il cofondatore di Google S. Brin avrebbe investito oltre 100 milioni – a fronte degli oltre 3 miliardi che pagherebbe.

Chi seguirà la notte elettorale, del resto, farà bene a diffidare dei proclami del mattino dopo. La California conta per settimane, Maine e Alaska votano con la scelta ordinata e le schede per posta possono spostare l’esito per giorni. Proprio in quell’intervallo si aprirà uno spazio per chi vorrà gridare al furto.

Gli Usa sono un contesto contradditorio per natura. Madison e gli altri padri avevano immaginato una repubblica estesa e articolata, nella quale le passioni di una fazione si sarebbero diluite e nessuna maggioranza avrebbe potuto riprodursi identica ovunque. Oggi, invece, le fazioni sono nazionali, e ogni livello di governo è diventato uno strumento della battaglia federale: gli Stati ridisegnano i collegi del Congresso, i quesiti locali riproducono le divisioni di Washington.

I checks and balances esistono ancora, ma sono diventati uno strumento al servizio di entrambe le parti (a seconda delle esigenze). Per questo, quando parliamo delle difficoltà della democrazia americana, non possiamo più guardare soltanto alla Casa Bianca, ma iniziare a capire il loro sistema.

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