Teheran spaccata in due: nel giorno della parata con e senza velo, la "resistenza" delle iraniane

Scene diametralmente opposte si svolgono a Teheran dove ieri in due diverse manifestazioni le iraniane hanno mostrato tutto il loro coraggio ma anche un forte senso di appartenenza. Da una parte in centinaia hanno corso la maratona 10 Km della capitale senza velo e a viso scoperto, dall'altra imbracciando mitragliatrici e con in testa l'hijab nella parata militare del regime.
Due facce della stessa medaglia che dicono tanto della Repubblica islamica dell'Iran dove i dettami della legge religiosa (sharia) si scontrano con il desiderio di riforme sociali e culturali profonde.
Secondo i media statali, la manifestazione organizzata dagli ayatollah ha riunito circa 300 mila sostenitori della Repubblica islamica. Tra loro sugli spalti i vertici della nomenklatura militare e politica tra cui il presidente Masoud Pezeshkian. Manca ancora la Guida suprema Mojtaba Khomeini che non appare in pubblico da mesi.
Il corteo si è mosso da piazza Imam Hossein verso il centro cittadino, esibendo equipaggiamenti militari, droni e unità organizzate dei Basij. I "Jan-Fada" (Self-Sacrificers) hanno marciato da piazza Imam Hossein verso il centro di Teheran. Tra loro, hanno colpito subito i volti di decine di giovani iraniane velate con in pugno mitragliatrici: una su tutte l'immagine di una donna con il chador completo con un neonato avvolto in una kefiah appoggiato dietro una mitragliatrice.
"Jan-Fada-ye Iran" è una campagna lanciata dopo lo scoppio del conflitto armato con i nemici storici: Usa e Israele. Le autorità di sicurezza hanno inizialmente parlato di oltre 30 milioni di iscrizioni, poi aggiornate a circa 32 milioni, sostenendo che il 32% dei registrati sono donne e il 68% uomini. Considerando che la popolazione dell'Iran è di circa 90 milioni di persone, 32 milioni rappresenterebbero quasi il 35% della popolazione complessiva del Paese.
Una donna con un neonato dietro una mitragliatrice (AP)
Dall'altra parte della città, al Velayat Park, quasi contemporaneamente, andava in scena la gara podistica con giovani donne in abbigliamento sportivo e capelli al vento, scelta che non rispetta le regole iraniane sull'hijab obbligatorio, che per le donne comincia dal compimento dei 7 anni d'età. Una sfida che in Iran può costare il carcere e perfino la vita. La maratona dei 10 chilometri di Teheran si è svolta con uomini e donne rigorosamente separati in due categorie distinte.
Diversi i video e le foto pubblicate sui social che hanno fatto il giro del mondo, mettendo di nuovo in luce la forte contrapposizione che cova sotto la cenere in materia di diritti sociali e civili in Iran, e mentre la memoria corre al settembre del 2022 e alla morte di Mahsa Jina Amini, l'eroina curdo-iraniana morta per un velo messo male mentre era in custodia della polizia morale. La sua morte scatenò il più grande movimento di protesta degli ultimi anni e la nascita del movimento ''Donna, vita, liberta'' con cui gli iraniani hanno chiesto riforme sociali ed economiche urgenti e la fine della Repubblica islamica. La protesta, repressa nel sangue, fece allora quasi 600 vittime tra cui anche adolescenti.
Il Premio Sacharov 2023 assegnato a Mahsa Amini e alle donne iraniane (LaPresse)
E' vero che dopo Mahsa, il rispetto della legge sul velo obbligatorio per le donne è diventata sempre più sporadica, con momenti di tolleranza e momenti di feroce repressione da parte dei clerici al potere, ma la corsa delle iraniane svelate ha suscitato l'ira delle autorità con la procura della capitale che oggi ha annunciato di aver avviato un procedimento penale contro gli organizzatori della gara. Durante l'evento "non sono state rispettate le normative legali e religiose", scrive l'agenzia della magistratura Mizan.
Parata militare chiamata Jan-Fada a Teheran,18092026 (afp)
Per ora non sappiamo se il regime perseguirà le donne che hanno osato sfidare le regole sul codice d'abbigliamento pubblico, ma quel che è certo è che ieri da Teheran è emerso un forte contrasto radicato nella società tra chi vuole un cambiamento e chi invece aderisce alle regole sfidando invece i nemici storici del Paese come in una sorta di "difesa globale".
Contraddizioni che si inseriscono in un contesto di guerra sempre più teso dopo l'inizio degli attacchi militari statunitensi e israeliani del 28 febbraio scorso.
I costi sociali ed economici della guerra pesano sulla popolazione che a gennaio scorso è scesa di nuovo in piazza. Anche allora dai social arrivarono immagini drammatiche di decine di sacchi neri nelle strade. Secondo le ong per i diritti umani con sede all'estero allora sono stati almeno 30 mila i morti della repressione ordinata dal regime che invece ha parlato di 3 mila vittime. Secondo Human Rights Watch, la Repubblica islamica ha mandato nel braccio della morte almeno 29 persone tra il 18 marzo e la fine di agosto.
La foto simbolo scattata nel Kurdistan iraniano durante la manifestazione per i 40 giorni dalla morte di Mahsa Amini (social media)
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