Due nuovi libri riscoprono Totò: la cecità, i rimpianti e la filosofia nascosta nei suoi film
Due libri recenti forniscono l’occasione per tornare a parlare del fenomeno Totò, nome d’arte del principe Antonio De Curtis, uno dei più grandi attori italiani di tutti i tempi, forse – azzarda Marco Fortunato, uno degli autori in questione – “il più grande attore cinematografico che si sia mai visto”. Con un destino particolare, forse unico anch’esso: sebbene amatissimo dal pubblico, in vita fu maltrattato o proprio ignorato dalla critica, con rarissime eccezioni. Solo dopo la morte iniziò la sua rivalutazione, fino a un’esaltazione che non ha più conosciuto limiti, dando vita ad un vero e proprio culto. Mentre i suoi film, passando periodicamente nelle televisioni, tengono vivo il mito anche al livello del grande pubblico e delle generazioni che si succedono.
In Cosa sono le nuvole. Gli ultimi anni di Totò (Einaudi, 2026), lo scrittore e sceneggiatore cinematografico Francesco Piccolo racconta con delicatezza partecipe il declino di Totò, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, complice la malattia agli occhi che lo porta in poco tempo alla cecità (quasi) completa.
Un ritratto dell’artista da vecchio, tra vita privata (la giovane compagna Franca Faldini, la figlia Liliana e l’ex moglie) e dimensione pubblica, con l’ossessione per il lavoro che lo abita fino alla fine, nonostante il grave handicap.
La tonalità prevalente del libro è quella melanconica. Perché in quegli anni il grande attore, conscio dell’approssimarsi della fine della carriera, è assalito dai rimpianti, teme di aver sciupato il proprio talento in film per lo più scadenti. E anche quando con Lattuada (La mandragola) e soprattutto con Pasolini (Uccellacci e uccellini, La terra vista dalla luna, Che cosa sono le nuvole), arrivano tardivamente le opere d’autore, l’amarezza e la disillusione non cessano: “Confidò a un amico: chiudo in fallimento. Di tutto ciò che ho fatto salvo pochissimo”. Altre volte era meno severo con sé stesso: “Ho fatto un mio film per tutta la vita, forse sempre uguale, in cui ho divertito gli altri e forse qualche volta mi sono divertito”.
Un’osservazione, quest’ultima, meno ovvia di quanto possa sembrare a prima vista. Se è vero che, secondo Marco Fortunato, saggista e filosofo, a cui si deve il volume Sulla vita dell’uomo. Filosofia di Totò-Pinocchio, Castelvecchi, 2026, ha poco senso soffermarsi sulla debolezza o l’inconsistenza dei suoi film, “perché Totò, ancora molto di più di quanto già facciano gli altri comici, letteralmente vampirizza i propri film: in quanto figura dell’Un(ic)o, Totò è anche emblema della Totalità, è Tutto, quindi è anche i suoi film, che quasi senza residui coincidono con lui/si ri-solvono in lui, nella sua performance di inusitatamente alto livello”.
Ci sono testimonianze toccanti nel racconto di Piccolo. Ad esempio, quella di un giovane Lando Buzzanca che si trova ad essere fra gli spettatori dell’ultima esibizione teatrale di Totò, al Teatro Politeama di Palermo nel maggio del ’57. Buzzanca ricorda soprattutto “l’entusiasmo incontenibile del pubblico e l’affetto per Totò. In certi momenti non lo lasciavano neanche recitare, appena apriva bocca, applausi a non finire”. E poi una pausa, mentre dal loggione urlavano “Totò, voce!”: “a un certo punto Totò si è fermato per qualche secondo e poi ha ricominciato. […] E, dice lui [Buzzanca], probabilmente è stato il momento in cui non ci ha più visto”.
Se lo allontana dalla scena, la cecità non gli impedisce tuttavia di continuare a frequentare assiduamente il set, dove quasi sempre si verificano veri e propri portenti: l’attore non vedente che si muove e agisce come se avesse cento occhi. “Non soltanto improvvisava, ma da quando partiva il ciak era davvero come se ci vedesse. Tolti gli occhiali, di colpo il suo sguardo era molto vivace e si aggirava sulla scena con estrema disinvoltura. Andava tra i mobili senza sfiorarli, scavalcava i cavi elettrici, non inciampava e si muoveva sullo spazio del set come gli altri attori.”
Il saggio di Fortunato è complementare in un certo senso al racconto di Piccolo. Convoca un’intera biblioteca per leggere filosoficamente il sottofinale della pellicola Totò a colori e, in particolare, i 90 secondi in cui “vestito di tutto punto da Pinocchio, presenta una messa in scena completamente muta, tutta risolta in uno straordinario ‘lavoro’ corporeo mimico-gestuale, del burattino-bambino di Collodi”. In quel minuto e mezzo, che rappresenta, per un verso, “un caso esemplare […] dell’inarginabile comicità dell’in-significanza di Totò”, Fortunato arriva a ravvisare nientemeno che “un compendio-metafora della vita dell’uomo”. E precisamente, “che il vivere degli uomini sia fondamentalmente un muoversi e agitarsi di fantocci, appunto di marionette, sotto lo sguardo fra divertito e commiserante di Altro-Altri (per Platone, degli dèi)”.
Tema tragico per eccellenza che la comicità astratta e acrobatica da marionetta disassata di Totò sa rendere con non minore intensità del celeberrimo monologo shakespeariano del Macbeth, che Fortunato si lascia qui sfuggire.
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