Orsato detta la linea: il Var non deve sostituirsi alla decisione di campo. Così gli arbitri avranno più responsabilità
Riportare l’arbitro al centro del villaggio, ridurre gli interventi del VAR e favorire un calcio più continuo, senza trasformare ogni contatto in un fallo. Non chiamatelo protocollo Orsato. La linea tracciata dal responsabile CAN durante l’incontro con i media all’International Broadcast Center di Lissone è chiara: continuare a migliorare il prodotto con un atteggiamento efficace e moderno, avvicinandosi sempre di più al modello UEFA.
Il percorso non sarà sicuramente semplice. Più responsabilità portano a commettere più errori. Ma il bilancio è positivo. Coraggio e personalità, alla ricerca di un’identità ben riconoscibile anche in Europa. La filosofia di Orsato riconosce perfettamente nell’indirizzo tecnico del direttore Domenico Messina: l’arbitro deve conoscere il calcio e deve saper prendere una decisione. Insomma, tornare alla vecchia maniera, quando il supporto tecnologico non esisteva. Lo sbaglio è contemplato, l’importante è non ripetersi.
Del resto Orsato non vuole costruire direttori di gara a propria immagine e somiglianza. Parte importante del lavoro riguarda proprio la crescita dei più giovani, quelli che definisce affettuosamente i suoi “bambini”. Arbitri con meno esperienza che devono imparare a essere riconosciuti e riconoscibili dai calciatori, anche attraverso la comunicazione. Il lavoro della commissione passa quindi anche attraverso un’analisi individuale delle partite, studiando le situazioni arbitro per arbitro. Un processo che Orsato considera particolarmente importante per la crescita di chi è entrato da poco nel mondo dei grandi.
Le statistiche della Serie A dopo le prime 5 giornate
I primi numeri della stagione sembrano già mostrare gli effetti del nuovo corso. È aumentato il tempo effettivo di gioco, anche grazie alla collaborazione di calciatori e allenatori, mentre si è ridotto il numero delle interruzioni. Rispetto alla stagione 2024/25, per esempio, oggi in Serie A le partite durano almeno 6 minuti in più. Una mini rivoluzione che ha condizionato anche la maggiore tolleranza nei confronti del contatto fisico. Oggi, infatti, viene fischiato in media un fallo ogni 2 minuti e 37 secondi. Il risultato? Più tempo di gioco tra un’interruzione e l’altra.
Particolarmente significativo anche il dato sui calci di rigore. Dopo cinque giornate la Serie A è il campionato europeo con il numero più basso: appena cinque, contro i dodici registrati nello stesso periodo della passata stagione. Un calo collegato anche alla direttiva UEFA del “no soft penalty”, cioè alla volontà di non punire con la massima sanzione contatti minimi o situazioni dubbie. Una tendenza che, secondo quanto spiegato durante l’incontro, ha prodotto una diminuzione dei rigori in quasi tutti i principali campionati europei, Liga esclusa.
Sono diminuite anche le ammonizioni e le espulsioni: sono appena due i cartellini rossi nelle prime cinque giornate. Ancora più evidente è il cambiamento nell’utilizzo del VAR. Dopo cinque giornate si contano soltanto una OFR On-Field Review (la revisione di un’azione di gioco da parte dell’arbitro direttamente sul monitor a bordo campo) e tre overrule (correzione immediata di una decisione presa dall’arbitro in campo da parte della sala video). Il principio resta quello fissato dal protocollo: il VAR deve intervenire soltanto in presenza di un chiaro ed evidente errore.
Contatti, spinte, trattenute: come trovare una soluzione
In una situazione interpretabile, senza una prova evidente dell’errore arbitrale – come può essere il contatto tra i piedi di due avversari – il VAR non deve sostituirsi alla decisione di campo. La responsabilità rimane del direttore di gara. Il messaggio non lascia spazio a interpretazioni: se non c’è certezza è giusto non concedere un rigore (o una qualsiasi sanzione). E in questo senso, cercare di non creare un precedente, è fondamentale nel giudizio.
Allo stesso mondo, il percorso deve essere coerente anche nella direzione opposta. Perché una spinta chiaramente punibile deve portare al fischio del penalty, così come una trattenuta evidente (come il caso Kalulu-Rowe nella gara tra Juventus e Atalanta). A fare la differenza, in queste scelte, è la posizione dell’arbitro in campo: se lo spot è corretto, allora anche la decisione sarà precisa. Proprio per questo motivo, Orsato non sottovaluta l’importanza della tenuta fisica di un arbitro. Ma anzi, diventa una componente sempre più importante del processo decisionale. L’esempio è banale, ma incisivo: ogni squadra può effettuare sostituzioni durante la partita, mentre l’arbitro deve mantenere intensità, lucidità e posizione per tutti i novanta minuti.
Un nuovo Open Var?
Torneremo a vivere l’esperienza di Open VAR? Il programma – che rendeva pubblici e analizzava gli audio esclusivi dei dialoghi tra gli arbitri in campo e la sala VAR durante gli episodi più controversi e discussi del campionato di Serie A – potrebbe tornare, ma con una nuova formula. L’AIA, come detto durante l’incontro, sta valutando la possibilità di organizzare incontri periodici sul modello di quello rivolto ai media, nei quali analizzare e discutere pubblicamente le decisioni. Nulla di confermato, al momento. Meno interventismo, più continuità di gioco e soprattutto più responsabilità all’arbitro. La gestione non cambierà, almeno fino al 30 maggio.
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