Spin Time è un modello di welfare di comunità: ecco cosa insegna su case popolari e diritto all’abitare
di Elena Comelli
È passato ormai più un mese dallo sgombero de facto di Spin Time – sì, perché di sgombero a tutti gli effetti si è trattato. Un mese in cui quasi 400 persone, tra cui anziani, bambini e bambine, hanno dormito in strada, sull’asfalto bollente dell’agosto forse più caldo della nostra storia.
Oggi, una casa – per quanto temporanea – è stata trovata per tutti e tutte, ma un tetto sopra la testa non sostituisce e non salva l’esperienza e il capitale umano e sociale di Spin Time. E il rientro nell’edificio di via Santa Croce in Gerusalemme, all’Esquilino, resta la priorità per gli abitanti.
Se questa è la sfida che attende il Comune di Roma – dare una casa a Spin Time, non solo alle persone che lo abita(va)no – la vicenda romana non può che aprire riflessioni in tutte le grandi città, offrendo un’opportunità di cambiamento reale a tutte le amministrazioni che vogliono davvero confrontarsi con il tema del diritto all’abitare e che vogliono provare – e riuscire – a dare risposte che, oltre al tetto sopra la testa, tengano insieme la dignità e l’inclusione dei più fragili.
Quello che Spin Time insegna (e che per altro movimenti, forum e attivisti ripetono da tempo) è che abitare non vuol dire semplicemente avere un tetto sopra la testa, che un tetto senza un contesto è semplicemente un riparo dalle intemperie, necessario ma mai sufficiente. Che l’inclusione si fa garantendo diritti: casa sì ma anche lavoro, scuola e salute, soprattutto si fa inclusione con la socialità, con le reti solidali, con il welfare di comunità; l’inclusione si fa non lasciando nessuno da solo, e soprattutto non lasciando che nessuno si senta solo.
È questa l’eredità vera di Spin Time. E se a mettere in piedi un’esperienza di questo tipo, un’esperienza che ha saputo resistere più di dieci anni, è stata una comunità di attivisti, dal basso, è lecito domandarsi perché non ci possano riuscire le pubbliche amministrazioni e gli enti che gestiscono le case popolari.
Superato, auspichiamo per sempre, il dibattito sulla casa popolare come diritto o come servizio, e dando per assodato che la casa è un diritto e che considerare la casa popolare come un servizio temporaneo è quanto di più liberista ci possa essere, il passo successivo non può che essere quello di ridefinire l’idea di casa (popolare) trasformandola da diritto a un tetto sotto cui stare a diritto a una comunità solidale. Un luogo in cui non sentirsi soli, un luogo in cui sapere di potersi fidare e affidare ai propri vicini di casa, un luogo in cui vivere il proprio presente e costruire il proprio futuro.
Ma andiamo per passi: che cosa ha fatto di Spin Time una vera esperienza di welfare di comunità?
Sicuramente gli spazi comuni, a partire dalle cucine e dai servizi disponibili su ogni piano, ma soprattutto gli spazi per il doposcuola e la socialità, il co-working, l’osteria aperta al quartiere, il laboratorio di falegnameria. E la capacità di attivisti e abitanti di supportarsi e gestire la quotidianità, ognuno con il proprio ruolo e il proprio turno – nel rispetto del lavoro, della cultura e delle abitudini di ognuno.
Ovviamente nessuno pensa che le case popolari debbano avere cucina e bagni in comune, ma spazi condivisi ai piani terra sì! Succede nei co-housing dove, non a caso, la condivisione di spazi e la cura degli altri sono al centro dei progetti che meglio funzionano – perchè non può succedere nelle case popolari?
Spazi dove stare, dove passare il tempo, dove guardare insieme la televisione, giocare a carte, studiare.
Spazi dove condividere e creare servizi.
Spazi in cui organizzare dopo scuola per i ragazzi e le ragazze del quartiere e momenti di socialità per le persone più anziane – che abitino nel complesso di case popolari o pochi isolati più in là.
Non si tratta, ovviamente, di copiare Spin Time in tutto e per tutto; l’osteria può essere un bar o uno spazio per i gruppi di acquisto o un luogo per i gruppi di lettura o il lavoro a maglia; la falegnameria un laboratorio artigianale o un deposito per gli attrezzi; e il tetto la collocazione perfetta per pannelli fotovoltaici necessari a creare comunità energetiche aperte al quartiere.
Perché l’altro insegnamento che ci arriva da Spin Time è che la vera mixité non si fa cambiando il mix sociale all’interno delle case popolari (che alla fine vuol dire sempre sottrarre abitazioni ai ceti più fragili per affittarle al ceto medio), ma si fa soprattutto aprendo gli spazi delle case popolari al quartiere. Certo che servono investimenti e risorse, ma serve soprattutto cambiare la mentalità e l’atteggiamento di chi gestisce le case popolari; serve superare quella logica “aziendalista” per cui gli abitanti, gli inquilini, non sono interlocutori e portatori di diritti ma sono un costo, quasi un fastidio.
Serve superare l’approccio per cui quel pareggio di bilancio, a cui le aziende per l’edilizia residenziale sono tenute, si raggiunge solo riducendo i costi, intervenendo solo quando è strettamente necessario e non, viceversa, rendendo protagonisti gli abitanti, coinvolgendoli nella gestione del luogo in cui vivono e mettendo a disposizione spazi e risorse per trasformare le case popolari da ghetti di povertà e di bruttezza (quali sono troppo spesso nell’immaginario collettivo) in luoghi culturalmente, economicamente e socialmente vivi, dove si costruiscono percorsi di emancipazione e storie di socialità e di condivisione.
Sono tante le città che vanno al voto nella prossima primavera, e Milano è forse quella dove la questione abitativa morde più che altrove. Chissà che tra le idee per la città non ci sia quella di trasformare le case popolari, l’idea stessa di abitare pubblico, guardando a Spin Time.
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