Scherzetto, la recensione del film di Mario Martone alla Mostra del Cinema di Venezia

Presentato Fuori Concorso, nella sezione Venice Open dell'83ª Mostra del Cinema di Venezia, arriva Scherzetto, il film con cui Mario Martone ritrova Toni Servillo e adatta l'omonimo romanzo di Domenico Starnone (Einaudi). In una casa di famiglia a Napoli, tra quattro mura e un balcone affacciato sul vuoto, un anziano illustratore vedovo e il nipotino di cinque anni si sfidano a duello per qualche giorno, in una commedia che è anche una ghost story. La recensione di un film prismatico sull'arte, sul tempo e sul passato che ci divora, con Serena Rossi, Leonardo Lidi e Gianluca Di Gennaro. E, naturalmente, un cocktail
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Quello che devi sapere
Scherzetto, la recensione del film
«Egli apparteneva alla propria vita»: così, in Teorema, l'ospite di Terence Stamp recita Rimbaud, e forse non c'è formula migliore per dire quel che accade a Daniele Mallarico. Perché a un certo punto, se hai passato i settant'anni, la vita a cui appartieni comincia a chiederti il conto, e lo fa nel modo più subdolo: mandandoti a fare il nonno. Sicché eccolo, Daniele, noto illustratore ormai vedovo trapiantato a Milano, costretto a tornare nella casa napoletana dell'infanzia per badare al nipotino Mario mentre la figlia Betta e il genero sono via per un convegno. Qualche giorno, quattro mura, un balcone spalancato sul baratro. Scherzetto, con cui Mario Martone ritrova Toni Servillo e adatta l'omonimo romanzo di Domenico Starnone (Einaudi, 2016), arriva Fuori Concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, nella sezione Venice Open, e non è soltano lo scherzo leggero che il titolo promette. E' pure la resa dei conti di un uomo con i propri fantasmi.
Un nonno, un nipote e un duello tra quattro mura
La struttura è quella di una scatola cinese, o meglio di un ring. Da una parte Daniele, artista fine e malinconico, con una vocazione ormai incrinata dal dubbio, in un mondo che ha sempre premiato altro. Dall'altra Mario, cinque anni, una peste che parla come un libro stampato, sa tutto, spiega tutto, anticipa le battute del nonno e all'occorrenza lo corregge («qua hai detto sbagliato, dovevi dire un'altra cosa»). Il piccolo, in fondo, è un artista pure lui, come Daniele scopre a proprie spese. Fra i due si consuma un confronto continuo, tenuto, come diceva Ippolita di Majo in conferenza stampa, «come una corda di violino»: da un lato la vitalità feroce e irrefrenabile del bambino, dall'altro la trepidazione perenne del vecchio, il terrore che possa succedere qualcosa a quel corpicino affacciato sul vuoto. Un registro brillante e una corda tesa che vibrano insieme, senza mai spezzarsi.
Martone, che ha sempre cercato nei suoi personaggi «un autoritratto trasfigurato» (così definiva il gruppo di Teatro di guerra, gli artisti di Capri-Revolution), qui gioca allo scoperto. «Ma qui io sono Mario!», ha confessato: si sente abitato tanto dalle memorie del nonno quanto dalla foga anarchica del bambino. E in mezzo, ovviamente, c'è Napoli: non la cartolina, ma il Lavinaio, il quartiere a ridosso della Stazione Centrale dove il regista ha stanato un enorme palazzo di brutalismo postbellico, con quel balcone che domina la strada e insieme apre verso l'abisso.
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The Jolly Corner di Henry James: i fantasmi come figli illegittimi
C'è un racconto, dentro il film, che ne è il cuore segreto. L'editore giovane e antipatico che commissiona a Daniele delle illustrazioni gli chiede di lavorare su un racconto di Henry James, The Jolly Corner (1908), sul cui titolo italiano lo stesso Daniele si arrovella: storia fantastica di un uomo che torna nella casa dell'infanzia e vi incontra il fantasma di se stesso, quello che sarebbe diventato se non se ne fosse mai andato. È, con esattezza calligrafica, ciò che tocca a Daniele. I fantasmi di Scherzetto sono i suoi figli illegittimi: le presenze che dal Lavinaio del passato risalgono fino dentro l'appartamento, il padre e i parenti nelle loro pose anni Sessanta, quella cultura maschile «violenta, impositiva, patriarcale» alla quale Daniele non ha mai pienamente corrisposto, e dalla quale è riuscito, faticosamente, ad affrancarsi.
Che spasso, allora, vedere Servillo alle prese con l'editore spocchioso che gli commissiona il James pretendendo chissà cosa. Ma la verità gliela mette davanti, all'inizio del film, il nipotino: i disegni del nonno sono troppo scuri. Basta quella battuta, con la crudele lucidità dell'innocenza, per aprire, come ha osservato lo stesso Starnone, il lato tragico dell'intera storia. Troppa paura del vuoto, troppa angoscia di restare imprigionato. Ed è qui che Daniele si rivela un attempato Prometeo incatenato al proprio passato, uno che nel lavare i piattini finisce per buttarsi negli occhi l'acqua mista al sapone. Nota la pagliuzza altrui, verrebbe da dire con il Vangelo, e non vede la trave che si porta dentro. Però, in fondo, si tratta comuque di uno scherzetto.
Servillo e il piccolo Lorenzo Perrotta, o l'arte di lasciarsi andare
Sul corpo e sulla stanchezza di Daniele c'è un Toni Servillo in stato di grazia, che accompagna il film «senza esitazioni» perché ne ama il personaggio: un uomo che sente avvicinarsi la vecchiaia e vede minate le fondamenta stesse dell'idea che ha di sé. Il credito costruito in una vita d'artista vacilla, e proprio in quella instabilità si apre una nuova, feroce acutezza percettiva. Servillo, che nel 2025 ha vinto la Coppa Volpi per La grazia di Paolo Sorrentino, sottrae anziché caricare, toglie anziché aggiungere, e regala uno dei suoi ritratti più nudi.
Ma la scommessa vera aveva cinque anni e si chiama Lorenzo Perrotta. Un bambino così piccolo può stare sul set al massimo quattro ore, e Martone ha raccontato con ironia come quel limite tuteli non tanto il piccolo quanto la troupe, la segretaria di edizione «sull'orlo del suicidio», tutti. Il segreto? Lorenzo non ha recitato: ha giocato, per otto settimane, senza mai conoscere lo spartiacque tra il ciak e la pausa. Un gioco ininterrotto, sorretto da una memoria infallibile e da una totale assenza di malizia. Servillo lo ha detto meglio di chiunque: la fortuna è stata «avere a che fare non con un bambino che recita un bambino». Ed è la stessa arte che il film predica: per vincere, come impara Daniele, bisogna scoprirsi. Perdere il controllo. Diventare bersaglio.
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L'inquilino del terzo piano: una ghost story senza effetti
Il giorno prima di girare, per tradizione, Martone guarda un film con tutta la troupe. Stavolta ha scelto L'inquilino del terzo piano di Roman Polanski, e non è un caso: l'appartamento come trappola, il salto nel vuoto, le presenze inquietanti realizzate «in carne ed ossa», senza trucchi digitali. I fantasmi di Scherzetto sono persone reali, volti cercati nel quartiere, vestiti con abiti d'epoca, fotografati e poi trasfigurati nei disegni di Dario Maglionico (lo stesso che illustrò il romanzo per Einaudi), per poi ritrovarseli sul set in carne ed ossa. Il film si apre con un piano sequenza che avvolge il palazzo dall'alto, un girone dantesco punteggiato di balconi, fino a risucchiare l'arrivo di Daniele: un omaggio dichiarato ai titoli di testa di Polanski.
Ne esce un oggetto prismatico, dalle molte facce, che tiene insieme la commedia e il dramma, il thriller psicologico e il fantastico, la meditazione sul tempo e la riflessione sull'arte, sulla creazione e sull'origine caotica del mondo, rappresentata proprio da quella creatura di cinque anni pronta a sconvolgere tutto. Attorno ai due protagonisti, un cast di preziose comprimarie e comprimari: Serena Rossi è Betta, la figlia che a Napoli è rimasta, donna del suo tempo e matematica di successo; Leonardo Lidi è il genero Saverio; Gianluca Di Gennaro dà corpo al fantasma del padre; e c'è l'amichevole partecipazione di Giovanni Ludeno.
Se fosse un cocktail: lo Scherzetto
Se Scherzetto fosse un cocktail sarebbe, appunto, lo Scherzetto: un drink a doppia faccia, come il film. Base di rum agricolo invecchiato (il nonno, la fatica antica), corretto con un rabarbaro amaro napoletano che morde e non molla (il passato che ti divora l'anima), una spremuta di limone dell'orto (l'asprezza del ritorno) e un cucchiaino di miele d'arancio a stemperare (la dolcezza feroce del bambino). Si serve in un bicchiere old fashioned appannato, con una schiuma bianca che sembra sapone (in realtà un velo d'albume montato), a ricordare l'acqua dei piattini che finisce negli occhi. Guarnizione: una scorza bruciata, cenere del passato, e un piccolo dinosauro di plastica appoggiato al bordo, di quelli che i bambini calano dal balcone in un secchio pieno di giocattoli. Da bere guardando in basso, verso il baratro, e poi in alto, verso il vuoto. Perché è lì, tra i due, che vive lo scherzetto.
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Il giudizio: il ritratto dell'artista da vecchio
«Ho voluto divertirmi, letteralmente deviare, uscire fuori dai miei binari», ha detto Martone, «e ho coinvolto Toni Servillo in questa fuga, ritrovandolo con la complicità e l'ardore di quando eravamo ragazzi». Ecco: Scherzetto è precisamente questo, il gioco serissimo di due maestri che si scambiano i giocattoli come i bambini del film, e che nel gioco mettono a nudo le proprie paure. La paura del vuoto, la rabbia, i giocattoli perduti e ritrovati, il tempo che passa e non torna. Starnone, alla proiezione, ha detto di non voler parlare del libro perché il libro è ormai «una piattaforma di lancio», e che il film, quello sì, l'ha trovato «bellissimo». Difficile dargli torto. Sicché, quando le luci si riaccendono, resta l'immagine di quel balcone che domina la strada e apre verso l'abisso: perché in fondo diventare vecchi è proprio questo, affacciarsi sul vuoto e scoprire che, di là, qualcuno ci ha giocato uno scherzetto.
SCHEDA TECNICA
Scherzetto (Italia, 2026)
Regia: Mario Martone
Sceneggiatura: Mario Martone, Ippolita di Majo, dal romanzo di Domenico Starnone (Einaudi)
Cast: Toni Servillo, Lorenzo Perrotta, Serena Rossi, Leonardo Lidi, Gianluca Di Gennaro, Giovanni Ludeno
Fotografia: Paolo Carnera. Montaggio: Jacopo Quadri. Scenografia: Carmine Guarino. Costumi: Daniela Ciancio. Musica: Valerio Vigliar. Disegni: Dario Maglionico. VFX: EDI Effetti Digitali Italiani
Produzione: MAD Entertainment con Rai Cinema, in associazione con EDI Effetti Digitali Italiani e Picomedia. Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 105'. Fuori Concorso, sezione Venice Open, 83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (proiezione 10 settembre 2026). Uscita nelle sale italiane: da definire
Meta description: Scherzetto, la recensione del film di Mario Martone con Toni Servillo, Fuori Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Dal romanzo di Starnone.
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