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Tuesday, October 20, 2026

Boy degli U2 compie 46 anni. Nove copertine da guardare prima ancora di ascoltare

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Boy degli U2 compie 46 anni. Nove copertine da guardare prima ancora di ascoltare

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Il 20 ottobre 1980, esattamente quarantasei anni fa, usciva Boy, il primo album degli U2. In copertina c’era un bambino di sei anni, Peter Rowen, fratello minore di Guggi dei Virgin Prunes. Tre anni dopo sarebbe ricomparso sulla copertina di War con un’espressione completamente diversa. Oggi quel volto lo riconosce anche chi degli U2 non ha mai ascoltato una nota. Capita a certe copertine di nascere per accompagnare un disco e di finire per avere una vita propria, persino più lunga della musica che contengono. Un tempo si compravano dischi a scatola chiusa, soltanto perché attratti dall’immagine. Io l’ho fatto parecchie volte, e qualche copertina è finita appesa a una parete. Oggi, nei consueti nove punti di questo blog, ho deciso di occuparmi di questo. La selezione è personale e non è una classifica delle copertine più belle della storia, anche perché sarebbe un’impresa decisamente ardua. Sono nove immagini che mi hanno colpito e che continuo a trovare straordinarie, indipendentemente dal giudizio sulla musica. Le trovi tutte nell’immagine che accompagna questo articolo, disposte nell’ordine in cui ne parlerò, e ti consiglio di tenerla sott’occhio. Per una volta, anziché parlare di quello che c’è dentro un disco, parliamo di quello che c’è fuori.

Cominciamo!

1. U2 – Boy (1980)
Hugo McGuinness fotografa Peter Rowen quando ha sei anni, Steve Averill cura il progetto grafico. Il bambino non sorride e non fa nulla per risultare simpatico. Guarda l’obiettivo con un’espressione che ancora oggi trovo difficile da interpretare. Non è propriamente uno sguardo infantile, eppure non saprei definirlo adulto. In Nord America la Island Records teme che la fotografia possa essere fraintesa e la sostituisce con un’immagine dei quattro componenti del gruppo. Una precauzione che racconta parecchio della mentalità dell’epoca, e forse anche di quella attuale.

2. The Velvet Underground & Nico – The Velvet Underground & Nico (1967)
Andy Warhol
piazza una banana gialla su fondo bianco. Fine. O quasi. Nelle prime copie la banana si poteva sbucciare davvero, sollevando un adesivo accompagnato dall’invito a farlo lentamente, e sotto compariva una banana rosa. Un piccolo gioco concepito da uno degli artisti più importanti del Novecento per il debutto di un gruppo che all’epoca vendeva pochissimi dischi. Oggi ci sono grafici che impiegano settimane per decidere dove mettere il nome di un gruppo. Warhol il nome del gruppo non lo mise nemmeno. Mise il suo.

3. Joy Division – Unknown Pleasures (1979)
Peter Saville prende il grafico dei segnali radio di una pulsar, la CP 1919, pubblicato in un’enciclopedia di astronomia, ne inverte i colori e lo trasforma in copertina. Linee bianche su fondo nero, senza titolo né nome del gruppo. Oggi la trovi su magliette, poster, tazze e probabilmente anche su qualche mutanda, spesso indossata da chi non saprebbe dire chi fossero i Joy Division, né tantomeno chi fosse Ian Curtis. Harold Craft, l’astronomo che aveva realizzato il grafico per la sua tesi di dottorato, l’ha presa con un certo divertimento.

4. Pixies – Surfer Rosa (1988)
Simon Larbalestier
fotografa una ballerina di flamenco a seno nudo davanti a una parete sulla quale campeggia una croce, e Vaughan Oliver, la mente grafica della 4AD, costruisce intorno all’immagine il progetto della copertina. La stanza è in un luogo imprecisato. La donna è in posa ma non ha l’aria di voler sedurre chi la guarda, e la croce alle sue spalle rende tutto ancora più ambiguo. Mi ha sempre ricordato un fotogramma di Luis Buñuel. Non so cosa stia succedendo in quella stanza, e non so nemmeno se ci sia qualcosa da capire.

5. David Bowie – “Heroes” (1977)
Masayoshi Sukita fotografa Bowie in una posa che richiama l’espressionismo tedesco. Una mano alzata accanto al volto, l’altra sul petto. Lo sguardo è diretto verso l’obiettivo, ma il corpo sembra impegnato in un movimento che non appartiene alla vita quotidiana. In quegli anni Bowie viveva a Berlino e conosceva bene la pittura espressionista, e quell’interesse entrava anche nella costruzione della sua immagine. Il Duca Bianco sta interpretando qualcosa senza dirci cosa. Se togliessi il suo nome dalla copertina, lo riconosceresti comunque.

6. Peter Gabriel – Peter Gabriel III / Melt (1980)
Il volto di Peter Gabriel si scioglie, e nel 1980 Photoshop non esisteva. L’immagine nasce nello studio Hipgnosis di Storm Thorgerson, manipolando fisicamente l’emulsione di una Polaroid mentre si sviluppava. Anche Gabriel partecipò all’esperimento. Gli occhi restano riconoscibili e il resto comincia a deformarsi, come se la fotografia fosse rimasta troppo a lungo vicino a una fonte di calore. Continua a sembrarmi più inquietante di tante immagini realizzate oggi con strumenti infinitamente più sofisticati.

7. New Order – Power, Corruption & Lies (1983)
Peter Saville, ancora lui. Questa volta sceglie un dipinto di Henri Fantin-Latour, A Basket of Roses, conservato alla National Gallery di Londra, e lo mette sulla copertina di un disco dei New Order. In un angolo aggiunge un codice cromatico che nasconde il nome del gruppo e il titolo dell’album, decifrabile soltanto con la chiave stampata sul retro. Rose dell’Ottocento per un disco del 1983. Mi sorprende ancora quanto quel dipinto si trovi a proprio agio sulla copertina di un album elettronico. Le rose sembrano dipinte apposta per i New Order. Fantin-Latour, naturalmente, non poteva saperlo.

8. Suede – Suede (1993)
Due figure si baciano. La fotografia è di Tee Corinne, artista americana che ha dedicato buona parte del proprio lavoro alla rappresentazione dell’intimità lesbica. In copertina c’è un abbraccio ravvicinato, quasi soffocante. Quando uscì il disco quell’immagine mi colpì parecchio, perché era sensuale senza essere esplicita. Solo più tardi ho scoperto che nella fotografia completa una delle due donne è su una sedia a rotelle. Sapendo questo, bisognerebbe vedere anche ciò che è rimasto fuori. Il gruppo chiese di usarla per intero e Corinne concesse soltanto il dettaglio dei volti.

9. PJ Harvey – To Bring You My Love (1995)
Immersa nell’acqua, avvolta in un abito rosso, nella fotografia di Valerie Phillips. Parlo di Pj Harvey. In quel periodo studiavo i preraffaelliti, e quell’immagine mi ricondusse subito all’Ophelia di John Everett Millais, il celebre dipinto in cui la giovane Ofelia galleggia tra i fiori. Non so se il riferimento fosse intenzionale. So che in lei ritrovo la stessa bellezza vagamente funebre, con il rosso dell’abito che emerge dall’acqua e rende quasi secondario tutto il resto. Fra tutte le copertine di questa selezione, forse è quella che appenderei più volentieri a una parete.

Nove copertine, dunque, e se ne sarebbero potute scegliere altre novanta. Oggi una cover passa quasi sempre da uno schermo, ridotta a una piccola icona accanto al titolo di un brano, e il più delle volte la si nota appena. Eppure ogni disco continua ad averne una, e c’è ancora chi la progetta con la stessa cura di allora. Nessuna delle nove immagini di questa selezione è nata per diventare famosa. Se oggi lo è, è perché qualcuno, guardandola, ha avuto voglia di sapere cosa ci fosse dentro. Come sempre, chiudo con una connessione musicale: una playlist dedicata, disponibile gratuitamente sul mio canale Spotify. Il link lo trovate qui sotto. Se poi avete qualcosa da aggiungere, contestare o ribaltare, vi aspetto nei commenti o, ancora meglio, sulla mia pagina Facebook pubblica. È lì che questo blog continua la sua corsa: le opinioni si incrociano, cambiano improvvisamente binario e qualche volta finiscono per deragliare. Buona lettura e buon ascolto.

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