Il falso allarme su Zelensky riaccende i fari sulle falle della difesa moldava e sui dossier aperti di Chisinau
Dopo aver fatto il giro del mondo, la notizia che l’aereo con a bordo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sarebbe stato quasi colpito da un drone russo in Moldavia, è rientrata. Un velivolo senza pilota partito dalla Russia è effettivamente entrato nello spazio aereo moldavo, ma ben lontano dall’Airbus presidenziale in fase di decollo da Chisinau, che ha subíto semplicemente un ritardo. Tanto è bastato comunque per riaccendere i riflettori sul piccolo paese dell’Est Europa. Prima di tutto per la sua carenza in termini di difese aeree: la Moldavia non fa parte della Nato, né dell’Unione Europea e rappresenta una falla non da poco nel muro difensivo che Bruxelles sta cercando di costruire sul fronte orientale. Ma ci sono anche altre situazioni che mettono a rischio la stabilità della repubblica post-sovietica.
Nelle ultime settimane le polemiche lungo l’asse Chisinau-Mosca sono montate anche a causa del decreto firmato dal presidente russo Vladimir Putin, che consente ai cittadini della regione separatista moldava della Transnistria di accedere a una procedura super semplificata per ottenere il passaporto russo. Nella regione, in cui è presente una base militare con circa 1.500 soldati agli ordini del Cremlino, vivono quasi 500mila persone e poco meno della metà sono cittadini russi, anche se molti con doppia cittadinanza. La mossa di Putin certo non ha contribuito a ridurre il timore che, prima o poi, la parte di popolazione più vicina alle posizioni di Mosca non ne chieda l’intervento per tutelare i propri interessi.
Le tensioni stanno crescendo però anche relativamente all’altra area “problematica” della Moldavia, la Gagauzia. Quest’ultima è un’area geografica abitata da 140mila cittadini in maggioranza russofoni, seppur etnicamente di stirpe turca e a inizio luglio la Corte costituzionale moldava ne ha ristretto i margini di manovra istituzionali. I giudici di Chisinau, infatti, hanno stabilito che il diritto della Gagauzia di organizzare autonomamente le elezioni tramite la propria Commissione elettorale centrale, è in contrasto con la Costituzione della Repubblica. Una mossa che limita l’autonomia del governo di Comrat e che ha scatenato polemiche molto accese, per quella che viene percepita come un’ingerenza rispetto alla sovranità dell’entità territoriale autonoma.
I destini della Moldavia sono però legati anche a quelli della vicina Ucraina, paese con cui condivide un confine di oltre 1.200 chilometri, tanto lungo quanto poroso. Uno degli snodi fondamentali dal punto di vista logistico per Chisinau, è il porto fluviale sul Danubio di Giurgiuleşti, l’unico hub moldavo accessibile alle navi marittime. Nei mesi scorsi la Romania ha acquistato la società che gestisce il porto, di fatto diventando la proprietaria dell’infrastruttura. Questo però non ha impedito alla Russia di minacciare ritorsioni sulla base di informazioni riportate da Mosca, e mai confermate, secondo le quali Giurgiuleşti sarebbe utilizzato anche per il trasporto di equipaggiamento militare verso l’Ucraina.
C’è infine il dossier europeo. Da un lato, la Commissione Europea fatica a star dietro al ritmo delle riforme messe in campo dal governo della presidente moldava, la filo-Unione europea Maria Sandu e Bruxelles sta valutando di riassegnare risorse per monitorare i progressi compiuti. Dall’altro lato, il percorso di adesione della Moldavia è politicamente legato in maniera molto stretta a quello dell’Ucraina. Dal punto di vista giuridico non vi sono vincoli specifici, ma l’Unione Europea vede Chisinau e Kiev accomunate dal punto di vista geografico e quindi geopolitico, facendo ricadere il processo che le riguarda sotto lo stesso cappello dell’allargamento a est. La delicatezza del dossier è ovviamente legata anche all’influenza della Russia e alla presenza di comunità russofone molto significative in Moldavia. Un ostacolo che potrebbe risultare molto difficile da superare.
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