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Saturday, September 26, 2026

I 303 miliardi d’oro della Banca d’Italia non risolveranno i conti pubblici: qui sta l’equivoco

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I 303 miliardi d’oro della Banca d’Italia non risolveranno i conti pubblici: qui sta l’equivoco

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È un errore che commettono molti imprenditori. Considerano gli immobili, il magazzino o i crediti verso i clienti come se fossero liquidità immediatamente disponibile. Dicono: “La mia azienda è solida, possiede milioni di euro”. Poi, però, non riescono a pagare puntualmente stipendi, fornitori, imposte e rate dei finanziamenti.

Il problema è semplice: il patrimonio non è cassa. Un capannone deve essere venduto, un credito deve essere incassato, un magazzino deve trovare qualcuno disposto a comprarlo. E il valore scritto in bilancio non coincide necessariamente con il denaro che si riuscirà a ottenere. Lo stesso errore rischia di essere commesso quando si parla dell’oro italiano.

Alla fine di agosto 2026 le riserve ufficiali della Banca d’Italia ammontavano a circa 386 miliardi di euro. Di questi, quasi 303 miliardi erano rappresentati dall’oro, mentre le riserve in valuta estera valevano 50,8 miliardi. L’oro costituiva quindi il 78,5% delle riserve complessive e valeva quasi sei volte l’intero portafoglio valutario. È un vizio antropologico prima ancora che finanziario, comune a politici e imprenditori: confondere ciò che si possiede con ciò che si può immediatamente spendere. L’imprenditore guarda immobili, magazzino e crediti e si sente liquido; il politico guarda l’oro della Banca d’Italia e immagina di poter ridurre il debito, abbassare le tasse o finanziare pensioni, sanità e infrastrutture. Il problema è che quei 303 miliardi non sono depositati su un conto corrente del governo. Sono il valore di mercato delle 2.452 tonnellate d’oro detenute e gestite dalla Banca d’Italia. Una delle maggiori riserve auree del mondo, accumulata soprattutto nel dopoguerra e rimasta sostanzialmente invariata dalla fine degli anni Novanta.

L’Italia, dunque, non ha comprato nuovo oro. È aumentato il prezzo di quello che già possedeva.

Nell’agosto 2020 la stessa quantità valeva circa 129,8 miliardi. Sei anni dopo ne vale quasi 303: un incremento del 133,5%. Nello stesso periodo le riserve in valuta sono passate da 37,9 a 50,8 miliardi, con una crescita del 33,9%. Non siamo quindi davanti a una recente strategia italiana di abbandono del dollaro o di sostituzione dei titoli americani con i lingotti. Siamo davanti soprattutto a una rivalutazione di mercato. Il prezzo dell’oro è salito e ha modificato il peso delle diverse attività nel bilancio della banca centrale. Ma una rivalutazione non è un incasso.

Se un imprenditore possiede un immobile acquistato per 500mila euro che oggi ne vale un milione, il suo patrimonio è aumentato. Non significa, però, che disponga di un milione sul conto corrente. Per trasformare quel valore in liquidità deve vendere l’immobile e rinunciare al bene. Per l’oro della Banca d’Italia vale lo stesso principio. Il maggior valore è patrimoniale e potenziale. Per trasformarlo in denaro occorrerebbe vendere una parte delle riserve, perdendo contemporaneamente l’attività ceduta.

Esiste poi un secondo equivoco. L’oro della Banca d’Italia non è il salvadanaio del governo. È iscritto nel bilancio della banca centrale, fa parte delle riserve dell’Eurosistema e svolge funzioni connesse alla stabilità e alla credibilità del sistema monetario. Non è liquidità direttamente disponibile per finanziare la spesa pubblica. Anche l’ipotesi di venderlo per ridurre il debito risponde alla stessa logica con cui un imprenditore cede il capannone per coprire perdite ricorrenti. Può ottenere ossigeno una volta, ma non risolve il problema che genera ogni anno nuovo fabbisogno finanziario.

Il debito pubblico italiano non dipende dalla mancanza di un bene da vendere. Dipende dalla capacità dello Stato di controllare strutturalmente entrate e spese, sostenere la crescita e produrre avanzi sufficienti a stabilizzarlo. Una vendita straordinaria ridurrebbe temporaneamente (e molto parzialmente) lo stock, ma non correggerebbe il meccanismo che continua ad alimentarlo.

Ciò non significa che l’oro sia inutile. Non paga interessi e comporta costi di custodia, ma non dipende dalla solvibilità di un emittente. Non è una promessa di pagamento fatta da uno Stato, da una banca o da un’impresa. Per una banca centrale rappresenta una forma di assicurazione contro crisi finanziarie, monetarie e geopolitiche. Il valore dell’oro italiano racconta quindi una storia importante, ma diversa da quella più comoda da vendere all’opinione pubblica. L’Italia non ha trovato 303 miliardi. Si è rivalutato un patrimonio costruito dalle generazioni precedenti. È una buona notizia per la solidità del bilancio della Banca d’Italia, non la soluzione dei conti pubblici.

La lezione vale per uno Stato come per una piccola impresa: si può essere molto ricchi patrimonialmente e, nello stesso tempo, finanziariamente fragili. La solidità non si misura soltanto dagli asset posseduti, ma dalla capacità di produrre reddito, generare cassa e pagare regolarmente i propri debiti senza essere costretti a vendere il patrimonio.

Il resto è ricchezza sulla carta. E con la carta non si pagano le scadenze.

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