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Wednesday, November 4, 2026

Firenze, 60 anni dopo l’alluvione: cosa accadde, come si trasformò la città e come il disastro cambiò le abitudini dei fiorentini

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Firenze, 60 anni dopo l’alluvione: cosa accadde, come si trasformò la città e come il disastro cambiò le abitudini dei fiorentini

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Sessanta anni fa, nella notte tra il 3 e il 4 novembre, l’Arno tracimava invadendo con acqua, fango, nafta e ogni genere di oggetti, gran parte del centro di Firenze. In città i morti accertati furono 35 (più altre 12 persone che persero la vita nelle altre zone della Toscana colpite dall’eccezionale ondata di maltempo), 18mila le abitazioni alluvionate, 4mila le famiglie senza casa, oltre un milione i libri e volumi storici sommersi, più di 1.500 le opere d’arte danneggiate. I danni alle cose – alle abitazioni, alle attività commerciali, al patrimonio culturale – furono ingenti e gli effetti si sono protratti fino ai giorni nostri.

I numeri di un disastro

Qualche dato? Chi scrive, ventitré anni fa, tentò di censire quante e quali parti del patrimonio culturale fiorentino rimanevano ancora da restaurare. Vista da fuori la situazione pareva non così preoccupante come in realtà si rivelò: 37 anni dopo l’alluvione mancavano all’appello ancora 140 dipinti, tonnellate di arredi sacri, 350 affreschi staccati, oltre 93mila libri, circa 2,5 chilometri di documenti, centinaia di tessuti, almeno tre scaffali di reperti archeologici, una mezza dozzina di sculture lignee e altrettanti strumenti musicali d’epoca. Numeri importanti, oggi in larga parte decisamente diminuiti, che testimoniano come negli anni fosse scemata la spinta al recupero e all’interesse dei beni. Un altro indizio è il restauro de L’Ultima cena di Giorgio Vasari, oltraggiata dal fango nella Basilica di Santa Croce a Firenze, concluso nel 2016, ovvero 50 anni dopo il disastro.

Così il centro storico iniziò a svuotarsi

E quel che è peggio, l’alluvione non causò solo morti e danni materiali: il 4 novembre 1966 è la data in cui il tessuto sociale e produttivo della città delle arti subì un’inattesa svolta. Qualche giorno dopo il ritiro delle acque dal centro cittadino, i fiorentini si rimboccarono le maniche per cercare di ripartire. È ancora vivo il ricordo delle montagne di merce alluvionata e maleodorante davanti a ogni casa e a ogni fondo commerciale, mentre qualcuno non ce la fece a rimettersi in piedi. È ancora il vivo il ricordo di un cartello con una scritta a penna, “Chiuso per nervoso”, comparso sul bandone di un negozio all’indomani del ritiro delle acque. Era la tipica ironia fiorentina a parlare, ma in realtà stavano mancando le forze, anche mentali, per ripartire. Così il centro di Firenze, il cuore dell’artigianato artistico che da secoli ne scandiva l’esistenza, cominciò pian piano a svuotarsi e il tessuto produttivo cambiò pian piano pelle.

Ciò accadeva poco meno di 60 anni fa, ma gli effetti – devastanti anche quelli – del cambiamento sono davanti agli occhi di chiunque giri oggi per le strade di Firenze, ormai diversissima da quella di oltre mezzo secolo fa. E a imperituro monito di ciò che accadde, i palazzi delle strette vie del centro cittadino sono disseminate di targhe lapidee su cui è incisa sempre la stessa frase: “Il 4 novembre 1966 l’acqua dell’Arno raggiunse questa altezza”. E nessuna di queste targhe è ad altezza uomo: le troviamo tutte tra i tre e i cinque metri d’altezza. Nonostante questi veri e propri cippi del terrore, ovviamente la memoria si è affievolita e sono rimasti principalmente a galla – tanto per rimanere in tema – i lati meno drammatici dell’immane cataclisma che colpì la città che ogni cittadino del mondo amante della bellezza sente un po’ sua.

Gli “Angeli del fango” e “il senso” dell’esondazione

Come le tante storie legate agli “Angeli del fango”, una presenza importante nelle ore in cui fango (appunto!), distruzione e disperazione parevano la normalità, ma che hanno rappresentato un episodio abbastanza circoscritto nella generale tragedia che permetteva di fare irripetibili esperienze sensoriali che rimangono nella memoria: l’alluvione infatti la potevi vedere (ovunque), toccare (idem), ascoltare (tanti racconti, talvolta drammatici, talvolta ironici), odorare (per anni è rimasto in città l’odore acre della melma mista alla nafta fuoriuscita dai serbatoi delle cantine perché all’epoca nessuno si scaldava con il metano) e perfino gustare (per un pezzo alcune verdure era meglio evitarle, così come l’acqua portata nelle case dalle autobotti era meglio bollirla prima di consumarla…).

La commemorazione

L’Arno – ovvero “Per mezza Toscana si spazia/un fiumicel che nasce in Falterona/e cento miglia di corso nol sazia” come lo descrive Dante Alighieri nel XIV canto del Purgatorio della Divina Commedia – proprio non ce la fa a star buono dentro i propri argini: da quando è documentata la sua storia praticamente ha tracimato almeno una volta ogni secolo. Devastanti furono le alluvioni del 1167 e del 1333 (quando furono distrutti tutti i ponti di Fiorenza); un po’ meno rovinose quelle del 1557 e del 1848. Adesso Firenze si prepara a ricordare proprio quella del 1966, che nella classifica delle inondazioni è seconda solo a quella del XIV secolo come gravità. Molte le iniziative in programma in questi giorni di fine ottobre e inizio novembre a Firenze, città dove, se non splende il sole, chi ha una certa età guarda il cielo con maggiore frequenza, e se piove tanto fa subito una “giratina” fin sui Lungarni per vedere il livello del bizzoso corso d’acqua. Ma veniamo ai principali appuntamenti: il momento centrale delle commemorazioni sarà mercoledì 4 novembre, con l’omaggio alle vittime, la deposizione di una corona nell’Arno dal Ponte alle Grazie e la cerimonia istituzionale nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Il programma e gli eventi

Intanto lunedì 2 novembre, al Museo di Palazzo Davanzati, studiosi, esperti e professionisti del settore si confrontano sulla memoria dell’alluvione del 1966 e sulle sfide contemporanee della prevenzione e della gestione delle emergenze. Sempre lunedì 2 novembre 2026 è prevista l’inaugurazione di due targhe dedicate a Enrico Mattei, all’epoca direttore de La Nazione, e a Dante Nocentini, allora capo della redazione Toscana dell’Ansa, quest’ultimo tra i primi a dare la notizia dell’imminente catastrofe. Il 3, il 5 e il 7 novembre i giovani solisti, l’Orchestra e il Coro, il Coro di voci bianche, tutti dell’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino, assieme a una delegazione della Rhode Island Philharmonic Orchestra, sono i protagonisti nelle diverse serate al Teatro Nicolini, la basilica di Santa Maria Novella e la Basilica di Santa Croce di un trittico commemorativo in collaborazione con la fondazione culturale statunitense “Splendor of Florence”. Il 4 novembre è in programma l’incontro-raduno degli “Angeli del fango”, degli “Angeli in divisa” e dei giornalisti inviati sessant’anni fa nella città devastata dalla grande piena dell’Arno. E tra coloro che non ci sono più, giova ricordare Marcello Giannini, all’epoca capo della redazione Rai della Toscana. Giannini fu protagonista di una testimonianza rimasta nella storia dell’alluvione: alla sede Rai di piazza San Pier Maggiore, nel palazzo detto delle ‘cento finestre’, calò un microfono a pochi centimetri dall’acqua dell’Arno che scorreva veloce tra il Duomo e la stazione di Santa Maria Novella, per documentare la situazione e far sapere all’allora direttore generale della Rai, Ettore Bernabei, che l’acqua dell’Arno aveva raggiunto quasi quattro metri di altezza, sommergendo la piazza e le strade circostanti.

Biblioteca nazionale, incontri e aperture straordinarie

In occasione del 60° anniversario dell’alluvione, la Biblioteca nazionale centrale di Firenze ha organizzato un programma speciale di eventi e incontri. Martedì 3 novembre, dalle 19:30 alle 22:30 si tiene un’apertura straordinaria serale della Biblioteca con visite guidate gratuite e tematiche nei luoghi storici dell’edificio colpito dal fango nel 1966; il giorno seguente, è previsto un evento di restituzione alla cittadinanza delle attività di recupero partecipato. In pratica, richiamando lo spirito degli “Angeli del fango”, la Biblioteca ha stretto un patto con il territorio che vede coinvolti il Comune di Firenze, un liceo e una biblioteca di quartiere. L’obiettivo è ambizioso: identificare e ricollocare circa 40mila miscellanee che l’alluvione ha privato della loro segnatura, rendendole di fatto invisibili ai cataloghi. Durante l’evento sarà presentato il volume Un’esperienza di catalogo. Libri e frammenti dall’alluvione.

L’Archivio di Stato e le foto della devastazione

Dal 4 novembre 2026 al 6 febbraio 2027, l’Archivio di Stato ospita la mostra “RI-EMERGERE 1966–2026. L’alluvione di Firenze in Archivio”, un iter espositivo che documenta l’emergenza del 1966, i soccorsi nazionali e internazionali, la nascita del restauro moderno e l’evoluzione delle tecniche di conservazione fino a oggi. Sempre dal 4 novembre sulla facciata della sede principale del Kunsthistorisches Institut, in via Giusti 42-44 a Firenze, un’installazione presenta otto fotografie di Ivo Bazzechi, stampate su grandi banner di oltre due metri di lato. Le immagini raccontano la devastazione del 1966 e lo sforzo collettivo della città per il recupero del patrimonio artistico e monumentale e il ritorno alla normalità della vita urbana.

L’importanza di Zeffirelli

Ma il ricordo più interessante per questa mesta ricorrenza arriverà dalla Fondazione Zeffirelli, che ha sede nel complesso di San Firenze, nell’omonima piazza fiorentina. Dal 4 al 29 novembre 2026, il Museo ospita “Per Firenze. Omaggio di Franco Zeffirelli alla sua città”, percorso espositivo che ricostruisce, attraverso materiali originali conservati nell’Archivio Zeffirelli, il ruolo determinante svolto dal regista nelle ore e nei giorni successivi al disastro fino alla realizzazione del documentario “Per Firenze”, che sarà proiettato durante i giorni dedicati alla mostra. Il documentario fu trasmesso dalla Rai il 23 novembre 1966, appena 19 giorni dopo l’alluvione. Un risultato straordinario per l’epoca, reso possibile anche grazie alla partecipazione di Richard Burton, che prestò la propria voce alle versioni italiana e inglese del film, contribuendo a diffonderlo in tutto il mondo e a sostenere la raccolta di aiuti destinati alla rinascita di Firenze. Ma il percorso espositivo prevede fotografie, lettere, documenti, rassegne stampa e testimonianze raccontano come Zeffirelli trasformasse il linguaggio del cinema in uno straordinario strumento di solidarietà internazionale, contribuendo a richiamare l’attenzione del mondo sulla tragedia di Firenze.

Se l’Arno tracimasse ancora

Chiudiamo con una domanda estrema: ma se accadesse di nuovo? Si tratta di un quesito che non troverà mai risposte certe. A livello idraulico sono stati eseguiti tanti lavori per aumentare le casse d’espansione dell’Arno che ha l’ambizione di essere un gran fiume, ma poi si comporta come un torrentello isterico. Ma le abitazioni e le attività commerciali ai piani terra ci sono sempre – e ci mancherebbe – mentre per il patrimonio culturale non sempre si è agito nel solco della prevenzione totale. Certi musei continuano a esporre opere d’arte e a organizzare mostre temporanee in aree sicuramente alluvionali nel caso di esondazione dell’Arno, in barba a tutte le logiche. Così le biblioteche e alcuni istituti culturali, mentre il patrimonio dell’Archivio di Stato di Firenze – che nel 1966 fu colpito duramente con la perdita irrimediabile di interi fondi archivistici – è al sicuro ormai da decenni. Perché se perdiamo la nostra memoria, rischiamo di scordarci da dove veniamo, mettendo in pericolo anche il nostro futuro. Per non parlare delle chiese del centro fiorentino, anch’esse devastate dall’alluvione, dove in molti casi le opere alluvionate sono state recuperate, restaurate e sono tornate esattamente dove l’acqua dell’Arno le sorprese 60 anni fa. Insomma, pare proprio che non tutti abbiano imparato la lezione del passato e forse sarà per questo che nei giorni dell’anniversario tondo, più che le parole, siano di profondo insegnamento le immagini di ciò che accadde durante e dopo il disastro.

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