Il prezzo della guerra: gli interessi degli elettori escono dal calcolo di Trump

A due settimane dalle elezioni di metà mandato, la frattura repubblicana riguarda sempre meno le idee e sempre più gli interessi. Donald Trump difende la guerra contro l'Iran, mentre candidati in bilico, senatori e finanziatori cominciano a fare i conti con i suoi costi. Sullo sfondo ci sono gli elettori che avevano scelto il presidente soprattutto per migliorare le proprie condizioni economiche.
A metà settembre, con il conflitto oltre i sei mesi, Trump ha definito l'aumento dei prezzi di benzina e gasolio “a very inexpensive price to pay”: un prezzo modesto da pagare per la guerra. Nello stesso periodo il gasolio sfiorava i 6,40 dollari al gallone e la benzina superava i 4,40 dollari, circa il 40% in più rispetto a un anno prima, secondo CNBC.
Per chi aveva votato Trump per il costo della vita, la contraddizione è evidente. Il presidente aveva promesso di dare priorità ai problemi degli americani; ora chiede loro di accettare rincari in nome di obiettivi militari ancora incerti. La guerra non spiega da sola l'aumento dei carburanti, ma l'escalation con Teheran è stata deleteria per i prezzi pagati alla pompa.
Il malcontento emerge anche dai sondaggi. Ipsos osserva che il presidente ha faticato a conservare la coalizione del 2024 soprattutto perché la percezione del costo della vita non è migliorata. Nel sondaggio New York Times/Siena di ottobre, il 69% disapprova la gestione del costo della vita e il 65% quella della guerra.
Il calendario elettorale conta, ma la strategia non cambia: Trump ha dichiarato che non avrebbe attaccato l'Iran prima del voto del 3 novembre e Reuters ha scritto che alcuni collaboratori spingevano per contenere il conflitto, temendo perdite alle elezioni. Ma sono mosse di tempismo elettorale: la guerra resta e con lei il prezzo alla pompa. Gli interessi degli elettori entrano nel calcolo solo come vincolo da gestire fino al 3 novembre, non come criterio con cui si decide se combattere.
La base resta fedele, ma non tutti votano per le stesse ragioni. Secondo il sondaggio New York Times/Siena, l'82% dei repubblicani continua ad approvare Trump. Un sondaggio Fox indica il 95% di approvazione tra gli elettori MAGA, contro il 47% tra i repubblicani non-MAGA.
Chi giudica il presidente soprattutto dai risultati economici può allontanarsene quando i prezzi salgono. Chi lo considera il rappresentante di una battaglia identitaria o culturale può invece accettare sacrifici senza cambiare schieramento. La guerra colpisce soprattutto i primi e non basta una base di fedelissimi a garantire la vittoria nei collegi competitivi.
È qui che alcuni repubblicani hanno cominciato a prendere le distanze: per chi rischia di perdere il seggio, contestare una guerra impopolare può essere una buona scelta elettorale.
Mike Rogers, in Michigan, e Jon Husted, in Ohio, hanno chiesto di chiudere la guerra per ridurre i costi. Secondo Fortune, sette deputati repubblicani hanno votato con i democratici per porre fine al conflitto.
Al Senato, dopo il rifiuto di Trump di sostenere la riconferma del capo dei senatori repubblicani John Thune, molti suoi colleghi hanno fatto quadrato attorno al capogruppo. Sulla Russia, secondo Semafor, Katie Britt e Ashley Hinson hanno chiesto a Trump di applicare le sanzioni previste dalla legge bipartisan: non è un fronte unico, sono interessi che divergono perché i seggi, le istituzioni e il presidente hanno scadenze diverse.
Il caso di oggi è quello di Peter Thiel: Politico.com ha ottenuto l’audio di un incontro privato del 12 ottobre in cui il finanziatore dice di essere scettico sulla guerra e di pensare che non andasse fatta, pur confermando il proprio sostegno a Trump.
Una lettura possibile, che le fonti non confermano e non smentiscono, è che Thiel abbia ormai preso atto che le decisioni del presidente sono così difficili da ricondurre a una logica da ritorcersi contro gli interessi dei suoi stessi sostenitori, di cui lo stesso fondatore di Palantir è uno dei più munifici.
L’ultimo esempio dell’erraticità trumpiana riguarda proprio la guerra all’Iran: la dichiarazione “niente attacco prima del voto” ha rovesciato la posizione del giorno prima, quando Trump aveva detto di non volere un accordo e, secondo indiscrezioni, valutava attacchi pre-elettorali.
Anche JD Vance è in una posizione difficile. Politico aveva scritto a marzo che il vicepresidente era scettico sull’attacco all’Iran, e Thiel è stato il maggiore finanziatore dei super PAC per la sua candidatura al Senato nel 2022. Il vicepresidente non sembra aver ancora deciso quanto differenziarsi dal presidente senza perdere il sostegno della sua base.
La frattura repubblicana nasce dalla divergenza tra interessi diversi: le famiglie vogliono contenere le spese, i candidati difendere i seggi, i senatori conservare il proprio potere e i finanziatori proteggere il futuro del movimento. La guerra è diventata qualcosa di più di una crisi di politica estera: la prova che gli interessi del presidente e quelli di una parte dei suoi elettori hanno smesso di coincidere.
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