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Monday, September 14, 2026

Dal ‘mare a quadretti’ alla crisi idrica: così è cambiata la risicoltura. Meloni a Vercelli è stata avvertita?

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Dal ‘mare a quadretti’ alla crisi idrica: così è cambiata la risicoltura. Meloni a Vercelli è stata avvertita?

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Il “mare a quadretti” – l’area tra Vercelli, Novara e Pavia che da aprile a giugno si trasformava in una distesa d’acqua con sotto le piantine di riso – non c’è più. Resta qualche area allagata qua e là che noi “cittadini” vediamo dal treno e dall’autostrada, residuo di un tempo andato e di un paesaggio trasformato. Con un colpo d’occhio si leggono trent’anni di cambiamenti che hanno trasformato la risicoltura, dalle tecniche di coltivazione fino alla scelta delle varietà, l’economia e l’impatto del clima su un’area particolare e molto delicata del nostro paese.

Il riso c’è ancora: a causa degli sconquassi climatici ad agosto è cominciata la mietitura anticipata, è a buon punto la conta dei danni della siccità prolungata, paradossalmente aggravata dai temporali tardivi che hanno piegato a terra le spighe bruciando i chicchi. Cambiato il modo di coltivarlo: ora semi e piantine appena sbocciate non stanno più sotto l’acqua, vengono allagate quando sono già a un buon punto di crescita, per poco tempo e secondo modalità introdotte con l’ampliamento delle coltivazioni bio, innanzitutto il sovescio. Si forma – come ben spiegano S. Bongi, G. Andrissi in Dalle risaie al piatto- Storie e tecniche di risicoltura biologica – con la semina di piante resistenti al freddo che crescono fino a oltre un metro di altezza, utili a coprire il terreno per evitare la crescita di infestanti.

A fine aprile si semina il riso senza preventiva aratura del campo (meno mezzi che girano per i campi, meno carburante, meno costi di manodopera). Il sovescio viene tagliato e/o piegato a coprire il terreno, infine sommerso dall’acqua per attivarne la fermentazione. Siamo a maggio: le piccole piantine di riso iniziano a germogliare a contatto con le sostanze sprigionate dalla fermentazione. La risaia viene svuotata, la fermentazione cessa e le piantine possono tornare a crescere fino a 15-20 cm. Nuovo e ultimo allagamento fino alla fine di agosto, prima della mietitura.

Nella coltivazione convenzionale la tecnica dell’allagamento primaverile – stagione ricca di piogge, almeno fino ai recenti sconquassi climatici – serviva a proteggere il seme e la piantina appena nata, mantenendo costante la temperatura della coltura. Nello stesso tempo ritardava il deflusso delle acque di falda, trattenute nei campi allagati e rilasciate gradualmente a inizio estate. Da una ventina d’anni ha preso sempre più piede la coltivazione in semi-asciutta: le piante vengono allagate per un periodo molto più breve all’inizio dell’estate. L’acqua della falda, accumulata con le piogge primaverili, defluisce più rapidamente verso i fiumi causando piene e siccità. La falda si impoverisce.

La mietitura dei campi da riso del Nord Italia – per il 90% nelle province di Vercelli, Biella, Novara, Milano e Pavia, il rimanente 10% in produzioni ancora di nicchia nel Centro Sud – avviene in anticipo, come peraltro nel resto del paese. Le condizioni meteorologiche estreme hanno accelerato la maturazione dei chicchi e messo a dura prova il sistema di coltivazione che, specie nell’estate, quando le risaie vengono allagate, “consuma” molta acqua, ma serve a mantenere il controllo termico dell’ambiente in cui si sviluppano le nuove piantine, per garantire una efficace protezione dalle erbe infestanti e a scaricare le falde acquifere gonfie d’acqua.

Ormai il 50% del riso italiano è coltivato in asciutta (nelle province di Milano Lodi e Pavia siamo al 70%), il 50% ancora in sommersione è destinato a calare ancora. Questo perché coltivare in asciutta fa risparmiare manodopera e mezzi: niente trattori con ruote dentate che devono essere trasportati ai campi e sono soggetti a guasti e usura in misura maggiore, niente manodopera che lavora nel fango, si risparmia un operaio ogni 150 ettari circa. Dal 1994 alcuni dei principali antinfestanti acquatici sono stati vietati, contribuendo a rendere la coltivazione in semi-asciutta ancora più attraente per gli agricoltori. Le infestanti graminacee hanno preso il posto delle infestanti acquatiche, il terreno si impoverisce in fretta a meno di non accelerare la rotazione delle colture.

Torniamo al riso bio. Dodici anni fa lo scandalo: Report manda in onda un servizio, “I biofurbi: riso”, nel quale i risicoltori convenzionali denunciano la concorrenza sleale e truffaldina dei loro colleghi che spacciano per bio riso normale vendendolo anche a tre volte il prezzo reale. Portano come prova un dato difficilmente smentibile: l’anno prima, nel 2013, la resa del riso bio è stata di 67,84 quintali per ettaro, quella del riso convenzionale di 65,6 quintali per ettaro. Dato poco plausibile perché le rese della coltivazione bio corretta sono parecchio più basse, cosa che giustifica il prezzo più alto.

Scattano sequestri da parte della Guardia di Finanza, sulla produzione e sul massiccio impiego di diserbanti in primavera, scende a picco la fiducia dei consumatori. Poco per volta la ripresa, anche con controlli e certificazioni più stringenti, ma dal mondo cominciano ad arrivare dall’Asia grandi quantità di risi bio: nel 2023 28 mila tonnellate, 22 dal solo Pakistan. Numerose le segnalazioni di difformità che comportano rischi diretti e indiretti per la salute umana accompagnate da sequestri, strette nei controlli e denunce.

Nel 2025 i risicoltori italiani hanno prodotto complessivamente (bio e convenzionale) 1,41 milioni di tonnellate di risone (riso grezzo), il 55% della produzione europea, con una flessione del 3% rispetto al 2024. Circa la metà della produzione è stata esportata, per un valore vicino al miliardo di dollari, il 5% in meno rispetto al 2024. I prezzi sono in discesa per effetto della concorrenza del riso asiatico. Chissà se qualcuno ha segnalato la situazione non proprio rosea alla premier e al ministro del Made in Italy che venerdì 11 settembre sono calati a Vercelli a celebrare “Risò. Un evento che racconta il riso come patrimonio e risorsa per il futuro”.

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