Povertà, Azione contro la fame: “4 genitori su 5 rinunciano al cibo per i figli”. Oltre 5 milioni non possono permettersi un pasto adeguato
Quattro genitori su cinque, tra le famiglie raggiunte da Azione contro la fame, rinunciano regolarmente al cibo per lasciarlo ai propri figli. Oltre due famiglie su cinque hanno inoltre saltato pasti o trascorso un’intera giornata senza mangiare. È il volto quotidiano della povertà alimentare che emerge dall’indagine qualitativa condotta da Ipsos su 120 famiglie già in difficoltà a Milano, Napoli e Bari. I dati fanno parte della seconda edizione dell’Atlante della fame 2026 di Azione contro la Fame. In Italia, 5,4 milioni di persone non possono permettersi un pasto proteico almeno ogni due giorni. Nel 2025 la quota è scesa dal 9,9% al 9,3%, ma un altro indicatore racconta una tendenza opposta. La scala Fao Fies, che misura la difficoltà alimentare attraverso l’esperienza diretta delle persone, è infatti salita dall’1,3% al 2,2%, tornando ai livelli del 2022.
La situazione è particolarmente delicata per le famiglie con figli. La deprivazione alimentare materiale riguarda il 9,9% di questi nuclei, un dato inferiore alla media nazionale (11%) che, secondo il rapporto, dipende soprattutto dalle misure di sostegno economico, in particolare dall’Assegno unico universale. Senza questi aiuti, la situazione potrebbe peggiorare rapidamente. Le difficoltà si concentrano soprattutto tra le famiglie più vulnerabili: quelle in cui la persona di riferimento ha meno di 35 anni (19%), i nuclei con componenti stranieri (15,2%), le famiglie monogenitoriali (13,4%) e quelle residenti al Sud (13,2%).
Le conseguenze della povertà alimentare sui bambini, tuttavia, non si limitano alla difficoltà di accedere a un’alimentazione adeguata, ma coinvolgono anche le opportunità di crescita, socializzazione e benessere. “I bambini sono tra i più colpiti dalle conseguenze della povertà familiare e le rinunce che li riguardano vanno ben oltre i beni materiali. Emblematico il fatto che, tra le famiglie intervistate a Bari, nessun bambino pratichi sport”, sottolinea Ilaria Adinolfi, responsabile dei programmi di intervento in Italia di Azione contro la Fame.
A preoccupare è anche il rapporto tra lavoro e povertà alimentare. Avere un’occupazione, infatti, non significa necessariamente riuscire a garantire un’alimentazione adeguata a tutta la famiglia. La deprivazione alimentare interessa il 43,7% dei nuclei con figli in cui la persona di riferimento è disoccupata, ma riguarda anche il 19,9% delle famiglie con un lavoratore a tempo determinato e il 17% di quelle con un occupato part-time. Precarietà e discontinuità lavorativa, insieme a redditi insufficienti, possono dunque lasciare intere famiglie senza la sicurezza di poter portare in tavola pasti adeguati.
Ma la povertà alimentare non pesa soltanto sulle condizioni materiali delle famiglie: porta con sé anche un forte carico emotivo e sociale. La vergogna è un sentimento diffuso tra gli intervistati: circa sette su dieci dichiarano di provarla e quasi quattro su dieci raccontano di nascondere le proprie difficoltà alla scuola dei figli, ai parenti e ai vicini di casa.
Il silenzio coinvolge anche le istituzioni. I servizi sociali pubblici, pur presenti nei territori indagati, raggiungono meno di una famiglia su cinque tra quelle intervistate: a Napoli nessuna ha dichiarato di avervi avuto accesso, a Milano e Bari il ricorso resta limitato. Alla base, secondo Azione contro la Fame, ci sono diffidenza e timore di essere giudicati e controllati, fino al rischio di perdere l’affidamento dei figli.
A rendere ancora più difficile l’uscita dalla povertà sono soprattutto la mancanza di servizi per l’infanzia accessibili e la carenza di percorsi di inserimento lavorativo realmente efficaci per le persone più fragili. Per questo, sottolinea Adinolfi, è fondamentale garantire “a tutti un salario congruo per una vita dignitosa, che stia al passo con l’aumento del costo della vita”, insieme a servizi che facilitino la conciliazione tra vita e lavoro, soprattutto per le famiglie con maggiori carichi di cura.
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