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Saturday, September 12, 2026

Il dilemma della giuria per il Leone d’oro: Naza visto due volte dalla presidente. La sfida tra McDonagh, Kore-eda, Lee Chang Dong e Moretti

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Wild horse nine di Martin McDonagh, Look back di Kore-eda Hirokazu, Possible Love di Lee Chang Dong, Succederà questa notte di Nanni Moretti e, in extremis, Naza degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor. Tra questi cinque titoli, tra una manciata di ore, troverete il Leone d’Oro del concorso di Venezia 83. In una tornata festivaliera dove non abbiamo visto il classico film immenso che stacca tutti gli altri di venti spanne, ma tanti buoni film, la giuria capitanata dall’attrice Maggie Gyllenhaal ha deciso di sfoltire la dozzina di opere che erano finite nel novero dei papabili (il primo sacrificato pare sia Woman Unknown) per arrivare al verdetto finale.

Ormai si tratta di caselle giuste da riempire e piccoli dettagli formali, ma se il Leone d’Oro finisse nelle mani del duo Abraham/Szor, Venezia consegnerebbe il primo verdetto “politico” in corso della storia dei festival. Naza è sostanzialmente un reportage giornalistico con una scelta estetica ricorrente (le facce invisibili dei comuni cittadini israeliani nei loro appartamenti) modulata sulle scelte di stile di uno dei produttori esecutivi dell’opera, Jonathan Glazer, colui che accusò Israele mentre ritirava un Oscar per La zona d’interesse.

Naza parla proprio dello sterminio programmato degli abitanti di Gaza, attraverso un sistema informatico basato sull’AI, azionato dai tecnici intervistati. Nelle scorse ore, da Israele, voci governative e (antigovernative!) hanno sostenuto che i testimoni siano falsi e che Naza (letteralmente i danni collaterali previsti nei bombardamenti programmati a puntino, quindi gli innocenti che moriranno a migliaia) sia una summa di ogni possibile ipocrisia anti-israeliana. Vedremo. Intanto le quotazioni del documentario salgono di ora in ora.

Ha colpito davvero tanto la favola malinconica di un’amicizia al femminile tra due bambine, poi adolescenti e infine maggiorenni, con la passione di disegnare manga, raccontata in Look back. Il film di Kore-eda è stato talmente discusso in giuria che la presidente Maggie Gyllenhaal è tornata a vederlo una seconda volta, mimetizzata tra il pubblico del PalaBiennale.

L’altra sorpresa è quella di Possible Love, film solidissimo della sempiterna factory coreana che intreccia due coppie adulte, con sullo sfondo una grossa vertenza di licenziamento aziendale e il relativo sciopero dei dipendenti, con un licenziato e sua moglie che iniziano a frequentare la documentarista che sta filmando le proteste e suo marito.

Non pensiate che Moretti, con Succederà questa notte, non abbia lasciato il segno tra i giurati. Nel suo film più appassionato e insolito, senza echi su sinistre e destre partitiche, è riuscito a mostrare un amore clandestino borghese che sia Johnnie To sia Shahrbanot Sadat, registi lontani dall’Occidente morettiano, hanno accolto con piacere.

Infine, se c’è un titolo su cui tutti dovrebbero essere d’accordo, è Wild horse nine del drammaturgo angloirlandese Martin McDonagh, una spy story grottesca che sconfina nel western, di assoluto pregio stilistico e con uno spessore politico che non lascia indifferenti.

Complicato, invece, il toto Leone tra gli attori. Qui andiamo quindi a nostro personale sentimento. Tra gli attori spiccano John Malkovich per Wild horse nine e Adriano Giannini per Ritorno a Buenos Aires; mentre, per le interpreti, non sfigurerebbero affatto la Vanessa Scalera di Il fuoco che ti porti dentro o Natsuki Deguchi e Aju Makita, le due giovani interpreti di Look back.

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