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Saturday, October 10, 2026

Usa, dopo il caso Pike e Hasan torna la polemica sulla pena di morte. Il Papa: "È inammissibile"

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Giorni difficilissimi per l'America davanti ai due casi di condannati a morte che in queste ore incendiano la polemica politica statunitense.

Nelle ore in cui si parla della richiesta da parte del Pentagono di una diretta streaming dell'esecuzione dello stragista di Fort Hood prevista in Texas per il 3 dicembre, arriva un post del Papa. "La pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona. Il bene comune può essere tutelato e i requisiti della giustizia possono essere salvaguardati senza ricorrere alla pena capitale: sono stati messi a punto sistemi di detenzione efficaci, che proteggono i cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono completamente ai colpevoli la possibilità di redimersi", scrive su X Papa Leone XIV usando l'hashtag "#NoDeathPenalty". 

Le parole di Prevost arrivano anche nel giorno in cui si celebra la Giornata Mondiale contro la pena di morte: sempre negli Usa, negli scorsi giorni, è stato al centro il caso della fallita esecuzione di Christa Pike. La donna è sopravvissuta a due dosi letali di pentobarbital.

Prima di Prevost era intervenuto anche il segretario di Stato Pietro Parolin: “La spettacolarizzazione della morte non è accettabile, "il pensiero della Chiesa è in opposizione totale alla pena di morte, non è conforme alla dignità umana e non costituisce alcun deterrente", ha detto il porporato ai microfoni di Vatican News commentando la decisione del Pentagono. Le sue parole sono state rilanciate anche dall'arcivescovo Paul Stagg Coakley presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti.

Dopo il caso Pike due giorni fa la dichiarazione choc da parte del Pentagono: l'esecuzione per fucilazione di Nidal Hasan, lo psichiatra ex maggiore dell'esercito americano autore dell'omicidio di 13 persone (e ferite 32) nella base militare di Fort Hood (Texas) nel 2009 sarà trasmessa in diretta streaming. La notizia, riferita da un funzionario del Pentagono, è stata confermata da Pete Hegseth. 

"Faremo in modo che la gente possa vederla. Che sia pubblica. Perché le persone devono capire che ci sono gravi conseguenze per questo tipo di azioni", ha affermato in un'intervista con l'attivista politico di estrema destra Jack Posobiec.

Hengseth e Nidal Hasan

Hengseth e Nidal Hasan (ansa)

Il "freno" di Trump dopo le polemiche

All'inizio della settimana, il presidente Donald Trump ha approvato l'esecuzione del condannato che urlò ”Allah Akbar". Se l'esecuzione di Hasan fosse effettivamente eseguita, si tratterebbe della prima esecuzione militare statunitense dal 13 aprile 1961, quando a essere impiccato fu il soldato semplice John A. Bennett, condannato per stupro e tentato omicidio.

Il Presidente Usa ha ribadito in queste ore che approva la decisione del Pentagono: "Approvo assolutamente", ma che prenderà una decisione al riguardo: "Sarà fucilato. Non mi interessa davvero come morirà, purché muoia. E penso che la pena di morte sia un modo assolutamente appropriato di procedere nel suo caso", ha dichiarato. Ma non ha detto se assisterà o meno alla fucilazione.

Cosa invece chiarita dal vicepresidente JD Vance che dall'Ohio ha preso le distanze dalla decisione e rispondendo a una domanda su come sia possibile conciliare la sua fede cristiana alla controversa vicenda, ha espresso dubbi sul piano del Pentagono affermando che non assisterebbe alla trasmissione.

L'Onu

Secondo l'Onu la decisione delle autorità statunitensi di trasmettere in diretta streaming l'esecuzione del condannato equivarrebbe a tortura. "La trasmissione in diretta streaming di un'esecuzione equivale a un'esecuzione pubblica e violerebbe il divieto assoluto di tortura", ha spiegato l'Ufficio dell'Alto Commissario per i diritti umani in un messaggio.
 

"Il divieto assoluto di tortura vieta le esecuzioni pubbliche", ha poi affermato Shabia Mantoo, portavoce l'Ufficio dell'Alto Commissario Onu per i diritti umani, nel corso di un briefing.
"Il mancato rispetto di tale divieto renderebbe inevitabilmente l'esecuzione arbitraria, configurando una violazione del diritto alla vita", ha affermato.
"Come sottolineato dall'Alto Commissario per i diritti umani in relazione alle esecuzioni pubbliche in Afghanistan e Iran, tali esecuzioni costituiscono una forma di trattamento o pena crudele, inumano o degradante", ha precisato.

I vescovi Usa

"Il nostro Dio è il Dio della vita: in nessun modo le azioni di Hassan possono essere giustificate ma questa decisione è una promozione barbara di una cultura di morte e deve essere riconsiderata", ha dichiarato il presidente della Conferenza episcopale dei vescovi degli Stati Uniti, l'arcivescovo Paul Stagg Coakley ai media vaticani.

Le critiche bipartisan 

Critiche nel mondo politico americano sia tra i repubblicani sia tra i democratici. "Hasan deve affrontare la pena capitale, ma rendere pubblica la sua esecuzione e trasmetterla in streaming? È assolutamente ripugnante", ha scritto il senatore Thom Tillis, repubblicano della Carolina del Nord, in un post su X. "Le esecuzioni pubbliche sono pratiche tipiche di dittature oppressive come l'Iran e l'Afghanistan. Non dovrebbero accadere in America", ha rincarato Tillis. Simili i commenti del senatore dem Chris Murphy: l'idea è "ripugnante" e ricorda le esecuzioni compiute dal gruppo Stato Islamico.

Nidal Malik Hasan - Foto archivio

Nidal Malik Hasan - Foto archivio (La Presse)

Il risveglio di Christa Pike

Dal Tennessee, intanto, i legali di Christa Pike, sopravvissuta a due iniezioni letali, hanno raccontato la dinamica del risveglio della donna che per giorni è rimasta incosciente, attaccata a un respiratore, con i medici che parlavano di morte cerebrale e si preparavano a staccarla dalla macchina che la teneva in vita. “Ma martedì tutti siamo rimasti scioccati, compresi i medici, quando Christa si è svegliata e ha iniziato a parlare, non ho una  spiegazione di quanto sia successo, ma resta in gravi condizioni” ha detto uno dei suoi avvocati.

Una giudice del Tennessee ha ordinato che le autorità carcerarie conservino tutte le prove, a cominciare da tutti gli aghi usati dal team della camera della morte che non sarebbe riuscito - secondo quanto ricostruito dai periti della difesa di Pike - a iniettare nelle vene il farmaco letale, che sarebbe penetrato nei tessuti e non nel sangue, facendole perdere coscienza senza ucciderla. L'obiettivo è usare questi elementi non solo per dimostrare che lo stato del Tennessee ha violato i diritti civili e costituzionali della donna, esercitando una "punizione crudele", ma anche per fare pressioni per ottenere la commutazione in ergastolo della pena di morte della donna, condannata per un delitto commesso quando aveva 18 anni da una giuria alla quale non era stata presentata la situazione di abusi fisici e sessuali in cui era cresciuta. Il governatore repubblicano che aveva negato a Pike la grazia e ora ha sospeso fino a fine anno le esecuzioni, finora non ha risposto alle nuove richieste degli avvocati della donna.

Gli americani e il sondaggio

I due casi di Nidal Hasan e Christa Pike riaccendono il dibattito, mentre il sostegno da parte degli americani alla pena capitale è ai minimi.
Secondo un sondaggio Gallup di giugno soltanto il 52% la ritiene "moralmente accettabile" contro l'80% del 1994, mentre tra gli under55 i sostenitori sono sotto la metà. E' il New York Times a spiegarlo nel podcast The Daily: negli anni '80 e '90, quando la criminalità era alle stelle, la paura aveva fatto delle esecuzioni un cavallo di battaglia bipartisan, poi però il calo dei reati, abbinato ai costi enormi dei processi di pena di morte (si parla di milioni di dollari a caso) e soprattutto l'arrivo del test del Dna hanno incrinato la fiducia: dagli anni '70 oltre 200 condannati a morte sono stati scagionati.

Tornato alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2025 il tycoon ha emesso un ordine esecutivo per rilanciare la pena capitale raccolgiendo l'appello di Ron De Santis in Florida e scalzando il Texas come stato capitale delle esecuzioni: 19 nel 2025, circa il 40% del totale nazionale, e quest'anno 16 finora contro le sette del Texas, più altre tre in calendario entro fine anno. In Florida i tempi per i ricorsi sono particolarmente stretti e bastano otto giurati su dodici per raccomandare la condanna a morte.

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