Continua la galleria degli orrori degli uomini di Vannacci a Milano: tra i consulenti del candidato Burgio c’è un indagato per voto di scambio
È lecito aspettarsi qualcosa di diverso da un partito il cui leader ha accolto a braccia aperte Gianni Alemanno all’uscita dal carcere o, indossando la maglietta “Siamo tutti Mario Roggero“, ha difeso il gioielliere condannato in via definitiva per aver ucciso due persone o, ancora, ha tra i suoi fedelissimi il “pistolero” Emanuele Pozzolo? Forse sì, forse no. Sta di fatto che al di là della narrazione della “sporca dozzina” rivendicata come un mantra da Roberto Vannacci, a livello locale qualcosa comincia a non tornare più. Pure per gli stessi vannacciani. È il caso di Milano dove, in ordine, è emersa grazie a il Fatto Quotidiano la storia del commercialista e ras delle tessere, Salvatore Varano, fresco di condanna a cinque anni per false fatture; poi quella di Luca Carleo, coinvolto in una frode da 30 milioni di euro a 24 ore dalla nomina, voluta dal generale, in qualità di responsabile vicario per la Lombardia con delega al capoluogo.
E ora, sempre grazie a ilFattoQuotidiano.it, la galleria di dirigenti e personalità di Futuro nazionale con problemi legati alla giustizia si arricchisce di un nuovo nome. Quello di Fausto Arena, 54 anni, consulente del lavoro originario della provincia di Catanzaro, scelto in una cerchia ristretta di nomi proprio dal generale Carmelo Burgio, candidato sindaco di Milano per FnV. Arena attualmente è indagato in una vicenda di presunta corruzione finalizzata al voto di scambio con, al centro, l’ex primo cittadino di Cologno Monzese, il leghista Angelo Rocchi.
Secondo il Tribunale del Riesame – come scrive ilVibonese.it – Arena è “gravemente indiziato del delitto di corruzione, commesso dall’agosto 2020 fino al luglio del 2022″. Dal capo d’imputazione viene fuori che Rocchi, che si stava ricandidando per il terzo mandato (la sua seconda Giunta era caduta nel ’22 per ragioni politiche), “in cambio delle condotte di procacciamento di voti e di finanziamento elettorale poste in essere da Arena, avrebbe promesso, una volta riconfermato sindaco, di utilizzare i poteri connessi al proprio ruolo istituzionale per orientare risorse in favore del ricorrente Arena”. Più nel dettaglio, si legge, il leghista “avrebbe promesso di nominare quale assessore una persona indicata da Arena, di conferire poi ad Arena incarichi a contratto e consulenze” intervenendo anche “per facilitare in suo favore affidamenti diretti e fiduciari di servizi legali o per turbare l’esito di concorsi pubblici indetti dal Comune in favore di conoscenti di Arena”.
Un quadro – fatta ovviamente salva la presunzione d’innocenza – non esattamente in linea con la storia di un generale di corpo d’armata dei carabinieri apprezzato come Burgio. Dallo staff del candidato vannacciano tengono a sottolineare il già richiamato principio di garantismo, specificando che la nomina di Arena, diffusa il 7 di settembre in un documento ufficiale, equivale a un ruolo di consulenza. Nel caso specifico: “Sindacati, categorie, associazioni e Comitati di quartiere”.
Raggiunto al telefono una prima volta, Arena ha affermato – abbastanza sorprendentemente – di non sapere nulla della nomina. Salvo correggersi a distanza di qualche ora: “Non si tratta di un ruolo politico, siamo un gruppo di esperti a servizio di Burgio”. Per quanto riguarda l’indagine, ha dichiarato che “non è voto di scambio, ma normali dinamiche politiche che si verificano in tutti gli enti. La mia posizione verrà chiarita, sono coinvolto in maniera marginale”. Per dovere di cronaca, va specificato che Arena venne coinvolto in una grossa inchiesta, chiamata Panta Rei, sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta all’interno dell’Università di Messina.
Vicenda che nel 2000, quando era consigliere comunale di Briatico (Vibo Valentia) ed impiegato presso l’ateneo, gli costò l’arresto. “È una storia che risale a 25 anni fa – dice Arena – l’ho risolta, purtroppo con una condanna minima, ma dalle accuse più gravi sono stato assolto”. Il riferimento è al reato di associazione mafiosa, che in un primo pronunciamento della Corte d’Appello aveva determinato condanne severe, ma che era caduto a seguito dell’intervento della Corte di Cassazione.
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