Il campo largo si ferma a Kiev: i riformisti dem più vicini a Forza Italia che a Conte
Prima o poi anche il cosiddetto campo largo dovrà smettere di occuparsi soltanto di formule, candidature e percentuali e rispondere a una domanda molto più seria: da quale parte vuole stare l’Italia? Perché dopo le ultime dichiarazioni di Giuseppe Conte sull’Ucraina non siamo più davanti alla solita divergenza interna a una coalizione. Il Movimento 5 Stelle ha scelto una linea precisa: stop all’invio delle armi a Kiev, no al riarmo europeo e no all’aumento delle spese per la difesa. Il 91,7 per cento degli iscritti che hanno partecipato alla consultazione di Nova ha approvato il primo punto e Conte ha chiarito che quel mandato non sarà diluito.
Non è quindi una sfumatura. È politica estera. E sulla politica estera, soprattutto oggi, non si può fare il gioco delle tre carte.
Conte sostiene di essere fiducioso che con il Pd si possa trovare un “punto di caduta” proprio sul mandato ricevuto da Nova. Ma è esattamente questo il problema: ci sono questioni sulle quali un punto di caduta semplicemente non dovrebbe esistere. Una di queste è il rapporto dell’Europa con la Russia di Vladimir Putin.
Parliamo della Russia che ha invaso uno Stato sovrano europeo. Parliamo di una guerra che continua a colpire città, infrastrutture e popolazione civile. E parliamo di Vladimir Putin, nei cui confronti la Corte penale internazionale ha emesso un mandato d’arresto ritenendo che vi siano ragionevoli motivi per attribuirgli responsabilità per i presunti crimini di guerra della deportazione e del trasferimento illegale di bambini dai territori occupati dell’Ucraina alla Russia (Corte Penale Internazionale).
Su questo non dovrebbe esserci una zona grigia. Non basta ripetere di volere la pace. Tutti vogliono la pace. Il problema politico è stabilire che cosa accada, nel frattempo, al Paese aggredito se chi lo sostiene decide unilateralmente di smettere di aiutarlo militarmente mentre l’aggressore continua la guerra. L’Unione europea, infatti, non ha cambiato linea. Il 18 settembre la Commissione ha disposto altri 3,3 miliardi di euro destinati alla difesa ucraina, nell’ambito di un programma che prevede 60 miliardi per la difesa nel 2026-2027 (Defence Industry and Space). L’Italia, attraverso il ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha ribadito ancora a settembre che continuerà ad aiutare l’Ucraina a difendersi e ha confermato la condanna degli attacchi russi.
E allora arriviamo al punto che i riformisti continuano ostinatamente a evitare. Con chi pensano di governare? Perché si può discutere del salario minimo, del fisco, della sanità. Si può trovare un compromesso sulle infrastrutture e persino sui programmi economici. Ma non si può essere europeisti il lunedì, atlantisti il martedì e il mercoledì mettere tutto in discussione perché bisogna far entrare Conte e AVS dentro una coalizione.
Questa non è mediazione. È rimozione del problema. E il paradosso diventa ancora più evidente guardando a destra.
Roberto Vannacci ha scritto nel programma di Futuro Nazionale lo stop all’invio delle armi all’Ucraina. E nessun riformista europeista avrebbe difficoltà a riconoscere la distanza profonda da quella posizione. Ma quando una linea analoga arriva dal Movimento 5 Stelle, improvvisamente dovrebbe diventare materia sulla quale “trovare un punto di caduta”. Perché?
Se una posizione è incompatibile con una visione europeista quando la propone Vannacci, non può diventare compatibile soltanto perché la propone Conte. Le idee non cambiano natura a seconda del campo nel quale vengono pronunciate. Ed è qui che emerge l’enorme contraddizione di questa costruzione politica.
Sul sostegno all’Ucraina e sulla collocazione internazionale dell’Italia, oggi un riformista europeista può constatare maggiori convergenze con le posizioni espresse da Forza Italia e da una parte della maggioranza che con quelle di Movimento 5 Stelle e AVS. È un dato politico che merita almeno di essere discusso, senza che ciò cancelli tutte le altre profonde differenze tra quelle forze.
Il problema è che nel cosiddetto campo largo si continua a ragionare al contrario: prima si decide che bisogna stare tutti insieme, poi si cerca disperatamente una formula per rendere compatibile ciò che compatibile non è. Ma una coalizione seria dovrebbe nascere dalle idee e poi cercare i numeri. Non prendere i numeri e inventarsi dopo le idee.
E sulla Russia di Putin il limite dovrebbe essere ancora più evidente. Non perché chiunque chieda negoziati sia automaticamente filorusso. La diplomazia è indispensabile e ogni guerra dovrà prima o poi terminare con un accordo politico. Ma negoziare la pace è una cosa, costruire una coalizione nella quale non esiste neppure una posizione comune su come sostenere un Paese europeo aggredito dalla Russia è tutt’altra.
Questo il paletto che il mondo riformista ed europeista dovrebbe finalmente porre con chiarezza. Perché essere europeisti soltanto quando l’Europa non crea problemi alle alleanze elettorali significa non esserlo affatto. E forse, prima ancora di scegliere il candidato premier del campo largo, sarebbe utile sapere quale politica estera dovrebbe applicare una volta arrivato a Palazzo Chigi.
Il mondo, purtroppo, non aspetta che il campo largo trovi il suo prossimo punto di caduta.
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