Non si placa l’ostilità su Youssef Siher: sono i social i nuovi tribunali
C’è chi si stupisce che la giudice per le indagini preliminari abbia rigettato la richiesta di convalida del fermo di Youssef Siher, rimettendolo in libertà. Eppure, a ben vedere, lo stupore nasce anche dall’immagine di questo giovane che ci è stata frettolosamente consegnata dai media e dalla politica subito dopo il suo arresto: quella di chi avrebbe progettato e promosso proteste violente e istigato a compiere atti di terrorismo.
Youssef Siher, agli occhi di una parte dell’opinione pubblica, sembra pagare anche per il nome che porta e le sue origini. La sua immagine rimbalza dagli schermi televisivi alle piattaforme social, moltiplicandosi e diffondendosi ovunque. Ilgiornale.it coglie l’occasione per scrivere che “il 71% delle conversazioni social sulla scarcerazione di Youssef Siher è contro la decisione della gip”.
Perché sono i social i nuovi tribunali. Una giuria popolare composta, in larga parte, da digitatori compulsivi, pronti a giudicare prima ancora di conoscere e comprendere. E questo è un dato che, ammesso che sia stato correttamente rilevato, racconta il clima di ostilità attorno a questa vicenda. Non necessariamente l’opinione degli italiani, ma il rumore di una piazza virtuale pronta a emettere sentenze.
Che il giudice abbia escluso la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza è un fatto giuridicamente rilevante. Ma tanto è bastato per aumentare l’ostilità non solo nei confronti di Youssef ma della stessa giudice.
I digitatori compulsivi sembrano essere rimasti orfani del mostro sbattuto in prima pagina. Fanno fatica ad accettare che la rappresentazione costruita attorno a quel giovane possa non coincidere con ciò che viene riportato negli atti giudiziari. Faticano a distinguere un atto di dissenso pubblico, consapevole e non violento, che appartiene alla storia delle conquiste democratiche, dall’istigazione a commettere reati.
In un Paese nel quale il rispetto delle istituzioni non fosse continuamente messo alla prova, la classe politica, a fronte di quella scarcerazione, dovrebbe prendere atto della decisione, sostenere l’operato della magistratura ed eventualmente argomentare una critica, ma mai eccedendo nella delegittimazione.
L’attuale governo dovrebbe domandarsi del perché di così tanta sfiducia nella capacità delle istituzioni di rispondere al disagio economico, alla precarietà del lavoro, agli affitti elevati e alla difficoltà di accesso alla scuola e alla sanità. Perché la democrazia di un paese si rafforza quando le istituzioni si confrontano, non quando si delegittimano.
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