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Tuesday, September 22, 2026

Pressione fiscale, confermato l’aumento di 0,7 punti in un anno. Dall’insediamento di Meloni è salita di 1,3 punti, ai massimi dal 2015

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Pressione fiscale, confermato l’aumento di 0,7 punti in un anno. Dall’insediamento di Meloni è salita di 1,3 punti, ai massimi dal 2015

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Il governo Meloni arriva al possibile voto anticipato della prossima primavera con un bilancio sul fronte fiscale piuttosto lontano dalla promessa elettorale di ridurre le tasse. Nel 2025, dicono i dati Istat assestati diffusi martedì, la pressione fiscale è salita al 42,9% del Pil, dal 42,2% dell’anno precedente: è il massimo dal 2015 (governo Renzi) quando era al 43,3%. E rispetto al 2022, quando Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi, il peso complessivo di imposte e contributi sull’economia italiana è aumentato di 1,3 punti, dal 41,6 al 42,9%. Il dato definitivo diffuso dall’istituto di statistica è lievemente più basso di quello stimato in primavera: allora il rapporto tra imposte dirette come l’Irpef, indirette come l’Iva, in conto capitale come l’imposta di bollo e contributi e il prodotto interno lordo era indicato al 43,1%, due decimi in più. Ma anche il dato 2024 è stato nel frattempo rivisto dal 42,4 al 42,2%. Si conferma dunque un aumento dello 0,7% anno su anno. Dopo il calo al 41,2% del 2023, il rapporto è tornato a salire per due anni consecutivi.

Nel 2025 le entrate fiscali e contributive sono aumentate del 4,2%, mentre il Pil a prezzi correnti è cresciuto del 2,5%. Il numeratore è dunque corso quasi due volte più velocemente del denominatore e il rapporto è salito. Le tabelle Istat mostrano che a spingerlo, a differenza che nel biennio precedente segnato dal drenaggio fiscale, non sono state le imposte dirette, aumentate appena dello 0,7%: il vero balzo lo hanno registrato i contributi sociali, passati da 278,1 a 305,8 miliardi, con un aumento di quasi 27,8 miliardi, pari al 10% in un solo anno. La causa? Dall’anno scorso l’esonero contributivo sui lavoratori dipendenti con redditi medio bassi, in vigore nel 2023-2024, è stato sostituito da un sistema strutturale di detrazioni Irpef e bonus. Il risultato contabile è che i contributi sociali, prima “scontati”, tornano a essere versati per intero. Il gettito delle imposte indirette è poi salito del 2,3%, fino a 316,8 miliardi, per effetto di un aumento di Ires, Iva e imposte sostitutive sui redditi da capitale e sul risparmio gestito.

A questo si somma un altro fattore, meno favorevole ai conti pubblici nel lungo periodo. La crescita occupazionale tanto rivendicata dalla maggioranza (+0,8% di occupati nel 2025) non si traduce in una crescita proporzionale del pil in volume (+0,6%). Una dinamica legata al fatto che molti nuovi occupati finiscono in settori a bassa produttività, oltre al fatto che l’Italia ha livelli elevatissimi di part-time involontario. Quei lavoratori aggiuntivi generano relativamente poco pil, ampliando ulteriormente il divario tra crescita delle entrate e crescita della ricchezza prodotta. Ecco perché non regge l’usuale spiegazione governativa che la pressione fiscale crescerebbe solo perché più persone lavorano e pagano le tasse.

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